Ciad, una storia dietro ogni volto

Il Ciad è un Paese senza sbocco al mare. Si trova al crocevia tra il Nord e il Centro del continente africano, ed è di fatto il collegamento tra Maghreb e Africa centrale, oltre ad essere il quinto Paese del continente come superficie, dopo Sudan, Algeria, Congo (RdC) e Libia. Viaggio alla scoperta del Paese guidati da alcuni appartenenti al Movimento dei Focolari
Kayé Kadéré Abel (foto Liliane Mugombozi)

Uno dei primi impatti interessanti, non appena si attraversa il confine camerunese e si entra in Ciad, è il cambio di lingua. Per gestire la comunicazione, qui l’inglese serve a poco, con il francese ce la si può ancora cavare, ma se siete come me, vorreste parlare un po’ di arabo! Le lingue ufficiali sono infatti il francese e l’arabo, che sono parlate diffusamente in tutto il Paese, fino a Sara nell’estremo sud. Complessivamente, in Ciad si parlano comunque più di 120 lingue e dialetti.

Dopo la prima impressione, quasi istintiva, si nota quel tipico sorriso aperto, vero che caratterizza lo stile di vita dell’ospitalità africana. Questo prevale al di là delle differenze, che pur ci sono, perchè questa è l’Africa! «Signora, lei è a casa, il Ciad è la sua casa», mi dice il funzionario in uniforme, mentre allunga gentilmente la mano per prendere il mio passaporto da controllare. Ha percepito la mia ansia istintiva e automatica? Me lo sono chiesta per un attimo, solo un attimo però.

Situato alla confluenza di conflitti concomitanti e sovrapposti del Sahel, nel bacino del Lago Ciad, nel Darfur occidentale e nella Repubblica Centrafricana, il Ciad ha avuto la sua parte di sfide alla sicurezza, legate ai conflitti dei suoi vicini ma anche alle conseguenze del cambiamento climatico, in particolare l’accelerazione della desertificazione e il costante prosciugamento del Lago Ciad.

Nonostante la disastrosa situazione economica, rimane uno dei Paesi della regione che accoglie migliaia di migranti grazie alla sua posizione centrale. Provengono soprattutto dalla crisi sudanese, che provoca un costante arrivo di nuovi rifugiati.

Fondata dall’esercito francese nel 1900 con il nome di Fort-Lamy, la capitale del Ciad è stata ribattezzata N’Djamena (in arabo “ci siamo riposati”) nel 1973.

N’Djamena riflette la diversità etnica del Paese. Situata sulla riva destra del Chari, di fronte alla confluenza del Logone, la città occupa una posizione di confine. Il sito si trova in una pianura alluvionale, durante i periodi di alta marea è esposto a inondazioni che impongono importanti vincoli all’espansione e allo sviluppo urbano. In assenza di un piano regolatore, l’urbanizzazione procede attraverso una combinazione di sviluppo informale caotico e di complessi residenziali pianificati, come quelli delle aree a nord dell’aeroporto. Due ponti attraversano il fiume Chari, facilitando lo sviluppo di nuovi quartieri sulla riva sinistra.

In questa città, i membri dei Focolari non sono molti, ma provengono da diverse estrazioni sociali e credenze, sono giovani e adulti, uomini e donne, professionisti e lavoratori. Cercano di vivere la spiritualità dell’unità nella vita quotidiana: in famiglia, sul posto di lavoro, nelle Chiese locali e nella società in generale.

La spiritualità dell’unità è arrivata in Ciad negli anni ’70, nel nord del Paese, a Moundou, ad opera di padre Antonio Umberto, che viveva in una città al confine tra Camerun e Centro Africa. Nel 1984 fu la volta di N’Djamena per opera di padre Jean Pierre Cadet. Nel 1987, in seguito agli eventi bellici della guerra con la Libia, le visite dei missionari cessarono fino al 2003.

Oggi Kayé Kadéré Abel, giovane padre di due bambini di 1 e 6 anni, molto dinamico e creativo, supervisiona le attività di giovani, adolescenti e bambini aderenti al Movimento dei Focolari nelle varie parrocchie della città. Abel ritiene che, di fronte alle sfide dell’unità del suo popolo, la vita legata alla spiritualità del Movimento abbia un ruolo da svolgere. «La società ciadiana è molto divisa su molte linee: tribali ed etniche, politiche e ideologiche. Abbiamo bisogno dell’unità».

Raccontando la sua storia, ricorda: «La spiritualità ha cambiato la mia prospettiva sulla vita cristiana. Fin da piccolo sono stato attratto dalla vita consacrata. Ma provenendo da una famiglia poligama, non mi era possibile. A quei tempi, nei seminari, si dava la preferenza ai figli della prima moglie, e mia madre è la seconda. Quindi non ho avuto la possibilità di frequentare il seminario. Quando ho incontrato la spiritualità dell’unità, ho capito che la mia vita non era un fallimento. Mi sono sentito completamente soddisfatto nel Movimento Famiglie Nuove». E aggiunge: «E ho trovato la mia missione nella Chiesa: la formazione delle nuove generazioni. Fin dall’inizio ho capito che dovevo condividere con loro la scoperta che avevo fatto».

Marie Claire Mbaidedhe (foto Liliane Mugombozi)

In Ciad, dopo la morte del presidente Idriss Déby Itno, avvenuta il 20 aprile 2021, è subentrato un Consiglio militare di transizione guidato dal figlio Mahamat Idriss Déby Itno. La Costituzione è stata sospesa e si è osservato un periodo di transizione di 18 mesi (da aprile 2021 a settembre 2022). Le conclusioni del Dialogo nazionale inclusivo e sovrano (da agosto ad ottobre 2022), hanno prolungato la transizione politica di altri due anni. Il generale Mahamat Deby Itno ha prestato giuramento come presidente della transizione il 10 ottobre e ha istituito un governo di unità nazionale il 14 ottobre 2022. Il 20 ottobre 2023, l’opposizione ha protestato contro l’estensione della transizione e l’eleggibilità concessa al presidente di transizione.

Marie Claire Mbaidedhe, dei Focolari, è un’imprenditrice e membro del principale partito di opposizione: Les transformateurs. Il 20 ottobre dello scorso anno era fra chi protestava. Racconta Marie Claire: «Sono cresciuta in una famiglia con ambizioni politiche. Ancora molto giovane sono stata introdotta nel giro politico, e stavo con la maggioranza. Dopo le elezioni del 2016, per via di alcune tristi vicende che mi hanno coinvolta, mi sono sentita interpellata a considerare molto da vicino la sofferenza del mio popolo. Non mi bastava più quanto avevo fatto fino ad allora, ho così deciso di impegnarmi nell’opposizione». Per Marie Claire è iniziato un percorso faticoso, «ma mi sento in vocazione, perché per me, vivere perché tutti siano uno, significa tra l’altro vivere perché la dignità di ogni persona sia riconosciuta e ripensata».

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