Sergio Mattarella, ovvero: pensare politicamente

Il discorso di fine anno del Presidente sottolinea i principi, realmente vissuti dai cittadini, che garantiscono l’unità della Repubblica
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del discorso di fine anno, Palazzo del Quirinale, Roma, 31 dicembre 2023. (ANSA/UFFICIO STAMPA QUIRINALE/PAOLO GIANDOTTI)

Uno degli aspetti più distruttivi nelle relazioni tra le forze politiche nei Paesi democratici, è la frequente applicazione di un pregiudizio di superiorità morale nei confronti degli avversari. È vero che nelle  democrazie è possibile – e necessario – esprimere apertamente differenze di ideali, di culture e di progetti, ma questo particolare pregiudizio non è compatibile, alla lunga, con l’esistenza di una comunità politica democratica.

Il discorso del 31 dicembre 2023 del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur nella sua brevità, è estremamente ricco. Tanto che, per entrare nei suoi contenuti, sembra utile attingere ad altri discorsi del 2023, nei quali i diversi temi sono stati maggiormente sviluppati.  Vorrei approfondirne un unico punto, che riguarda però proprio le condizioni di sopravvivenza di una comunità politica e che il Presidente, verso la fine del suo ragionamento, esprime in questo modo: «L’unità della Repubblica è un modo di essere. Di intendere la comunità nazionale. Uno stato d’animo; un atteggiamento che accomuna; perché si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà: solidarietà, libertà, uguaglianza, giustizia, pace. I valori che la Costituzione pone a base della nostra convivenza. E che appartengono all’identità stessa dell’Italia. Questi valori – nel corso dell’anno che si conclude – li ho visti testimoniati da tanti nostri concittadini»[1].

Deumanizzazione nei rapporti politici

La presunzione di essere, come gruppo, moralmente superiori, tende ad abbassare la dignità degli altri, ad escluderli dal riconoscimento di avere una motivazione nobile nel loro agire politico, e li rende imputabili di ogni possibile nefandezza. Si innesca così un processo di deumanizzazione dell’avversario che è stato usato molte volte, nella storia, per escludere dalla cittadinanza le minoranze (religiose, etniche, culturali, ecc.) e per giustificare la loro persecuzione. Nella nostra storia recente abbiamo vissuto questa situazione con le leggi razziali fasciste contro gli ebrei a partire dal 1938, confermate dalla Repubblica sociale italiana tra il 1943 e il 1945.

La deumanizzazione può essere attuata non solo da una istituzione, ma anche nel quotidiano, da un impiegato allo sportello che usa il suo piccolo potere per umiliare un soggetto debole. A livello di gruppi organizzati, come i partiti, la deumanizzazione è una patologia politica, mortale per i regimi democratici, che trasforma il linguaggio della politica in un linguaggio di guerra; trasforma così l’avversario in nemico verso il quale si esprime un disprezzo, un odio, che raramente hanno origine dalla specifica contrapposizione che si crea nel concreto problema politico che si sta discutendo. «Uccidere un fascista non è reato», ad esempio, fu uno slogan, molto diffuso nell’estrema sinistra degli anni ’70, che illustra bene la conclusione pratica del processo ideologico di deumanizzazione. Il giudizio di indegnità morale porta con sé la marginalizzazione, l’esclusione, il non riconoscimento del diritto delle persone e dei gruppi così giudicati, ad avere un ruolo pubblico.

È logico, ed è ciò che in Italia è successo nel secondo dopoguerra, che tra le parti politiche coinvolte in questo tipo di relazione venga a stabilirsi una reciprocità di rifiuto ideologico che sconfina facilmente nella violenza verbale e fisica. Anche il pregiudizio di superiorità morale diviene reciproco, per un fenomeno che Edward Shils ha chiamato «inegalitarismo inverso»: gli underdogs, gli emarginati e svantaggiati (politicamente) rovesciano il giudizio, ritenendosi migliori delle élites, dei gruppi politicamente dominanti[2]. E ciascuno dei gruppi in conflitto ritiene di essere l’autentico rappresentante della Nazione, o dei diritti dell’Umanità.

In tal modo viene a prevalere quello che Mattarella chiama «culto della conflittualità»: non si riconosce più il nucleo di valori che dovrebbe essere comune a tutti i cittadini e sulla cui base può svilupparsi il confronto politico. Ciò che il Presidente invita a fare e di cui offre l’esempio, è pensare le differenze nell’unità della Costituzione, di pensare, cioè, politicamente. Perché partire dalla Costituzione?

La Costituzione e il «viaggio attraverso il fascismo»

Perché in essa si raccolgono, per gli italiani, quelle che Hannah Arendt chiamava «verità di fatto»: la verità di fatto «è sempre connessa agli altri, concerne eventi e circostanze in cui sono coinvolti in molti, è stabilita da testimoni e conta sulla testimonianza; esiste soltanto nella misura in cui se ne parla, anche se ciò accade in privato. Essa è politica per natura»[3]. Nel nostro caso, le verità di fatto si sono fatte strada attraverso gli eventi che, nel corso di due secoli, hanno costituito l’Italia repubblicana.

Il Presidente Mattarella sintetizza il processo in questo modo: «Dopo l’8 settembre il tema fu quello della riconquista della Patria e della conferma dei valori della sua gente, dopo le ingannevoli parole d’ordine del fascismo: il mito del capo; un patriottismo contrapposto al patriottismo degli altri in spregio ai valori universali che animavano, invece, il Risorgimento dei moti europei dell’800; il mito della violenza e della guerra; il mito dell’Italia dominatrice e delle avventure imperiali nel Corno d’Africa e nei Balcani. Combattere non per difendere la propria gente ma per aggredire. Non per la causa della libertà ma per togliere libertà ad altri. La Resistenza fu anzitutto rivolta morale di patrioti contro il fascismo per affermare il riscatto nazionale. Un moto di popolo che coinvolse la vecchia generazione degli antifascisti. Convocò i soldati mandati a combattere al fronte e che rifiutarono di porsi sotto il comando della potenza occupante tedesca, pagando questa scelta a caro prezzo, con l’internamento in Germania e oltre 50.000 morti nei lager. Chiamò a raccolta i giovani della generazione del viaggio attraverso il fascismo, che ne scoprivano la natura e maturavano la scelta di opporvisi. La generazione, “sbagliata” perché tradita. Giovani ai quali Concetto Marchesi, rettore dell’Ateneo di Padova si rivolse per esortarli, dopo essere stati appunto “traditi”, a “rifare la storia dell’Italia e costituire il popolo italiano”»[4].

Il «viaggio attraverso il fascismo», per molti, è durato molto più a lungo degli eventi che hanno portato alla Costituzione del 1947; altri non lo hanno mai concluso e hanno trasmesso alla generazione successiva, che non ha conosciuto il fascismo come realtà di regime, un fascismo trasfigurato delle idee e delle intenzioni. Ma l’espressione usata dal Presidente, «viaggio attraverso», illumina una verità di fatto: l’uscita dal fascismo come condizione della Costituzione, come processo che ha generato un nuovo soggetto, la Repubblica italiana, incompatibile col fascismo, con la sua struttura di pensiero, con i suoi simboli e con le sue forme.

Mentalità e istituzioni

Il fatto è che le mentalità durano molto più a lungo delle istituzioni. Noi stiamo ancora costruendo l’Italia prefigurata nella Costituzione: la stessa comprensione dei principi costituzionali si accresce attraverso le esperienze della vita in democrazia, la formazione di una coscienza civile condivisa e adeguata ai principi costituzionali è progressiva. Basti pensare alla distanza tra le date che hanno visto il riconoscimento delle solennità civili nazionali: il 25 aprile è dichiarato festa nazionale già nel 1946 con Decreto Regio; il 2 giugno, festa della Repubblica, nel 1949. Bisogna attendere il 2000 perché il 27 gennaio, giorno della liberazione di Auschwitz, venga dichiarato “Giorno della memoria” in ricordo dell’Olocausto; e soltanto nel 2004 viene istituito il “Giorno del ricordo”, da celebrare ogni 10 febbraio, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati.

L’istituzione di ciascuna di queste solennità civili è frutto di processi di maturazione della coscienza civile, costruiti attraverso dibattiti nell’opinione pubblica e nel Parlamento. Ad esempio, la legge sul “Giorno del Ricordo”, ha spiegato Sergio Mattarella lo scorso anno, «ha avuto il merito di rimuovere definitivamente la cortina di indifferenza e, persino, di ostilità che, per troppi anni, ha avvolto le vicende legate alle violenze contro le popolazioni italiane vittime della repressione comunista.  […] La furia dei partigiani titini si accanì, in modo indiscriminato ma programmato, su tutti: su rappresentanti delle istituzioni, su militari, su civili inermi, su sacerdoti, su intellettuali, su donne, su partigiani antifascisti, che non assecondavano le mire espansionistiche di Tito o non si sottomettevano al regime comunista […] Per molte vittime, giustiziate, infoibate o morte di stenti nei campi di prigionia comunisti, l’unica colpa fu semplicemente quella di essere italiani»[5].

Il Presidente colloca questa raggiunta consapevolezza storica nel contesto del percorso europeo che tende a superare gli scontri etnici e ideologici e lavora per l’integrazione europea dei Balcani occidentali. La visione che la Costituzione offre delle relazioni internazionali collega l’esperienza storica con le recenti scelte compiute dall’Italia: «La civiltà della convivenza, del dialogo, del diritto internazionale, della democrazia è l’unica alternativa alla guerra e alle epurazioni, come purtroppo ci insegnano – ancora oggi – le terribili vicende legate all’insensata e tragica invasione russa dell’Ucraina. Un tentativo inaccettabile di portare indietro le lancette della storia, cercando di tornare in tempi oscuri, contrassegnati dalla logica del dominio della forza»[6].

Colpisce la libertà intellettuale con la quale Sergio Mattarella critica, alla luce dei principi costituzionali e con solidi studi storici, le cangianti forme istituzionali e ideologiche assunte dalla sopraffazione nei diversi regimi: chiarisce ciò da cui l’Italia si è separata per costruire l’attuale Repubblica. I lavori sono ancora in corso.

[1] Messaggio di Fine Anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Palazzo del Quirinale, 31/12/2023 https://www.quirinale.it/elementi/103914

[2] Shils, Edward A. 1956. The Torment of Secrecy. The Background and Consequences of American Security Policies. Glencoe (Ill): The Free Press, p. 101. È una osservazione che Shils ricava dallo studio del populismo nel Middle West e nel South statunitense dell’800, ma che possiamo constatare anche in situazioni e momenti storici diversi.

[3] Arendt, Hannah. 1995 (1° ed. 1968). Verità e politica. Torino: Bollati Boringhieri, pp. 43-44.

[4] Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia per il 78° anniversario della Liberazione –  Cuneo, 25/04/2023 (II mandato); https://www.quirinale.it/elementi/84284

[5] Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Celebrazione del “Giorno del Ricordo” –  Palazzo del Quirinale, 10/02/2023 (II mandato); https://www.quirinale.it/elementi/79127

[6] Ivi.

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