Tregua a Gaza. La denuncia di mille ebrei: chi critica Israele non è antisemita

Finalmente è stata raggiunta una tregua a Gaza. Nel frattempo, una lettera aperta denuncia il tentativo di ambienti israeliani, sostenuti dal governo, di usare la guerra “come arma e pretesto per crimini di guerra con dichiarato intento genocida”. I firmatari non sono, però, né antisemiti né palestinesi, ma mille intellettuali ebrei statunitensi: registi, scrittori, artisti, professionisti e docenti universitari.
Sepoltura dei palestinesi uccisi a Gaza dai bombardamenti israeliani, foto Ap

È di qualche giorno fa (17 novembre) la pubblicazione di una lettera aperta di forte denuncia contro le mire non troppo occulte del governo israeliano. La lettera è firmata da circa mille intellettuali ebrei statunitensi, tra i quali ci sono il noto scrittore David Grossman, la filosofa Judith Butler e il premio Pulitzer Tony Kushner.

La lettera inizia così: «Siamo scrittori, artisti e attivisti ebrei che desiderano sconfessare la diffusa narrativa secondo cui qualsiasi critica a Israele è intrinsecamente antisemita. Israele e i suoi difensori utilizzano da tempo questa tattica retorica per proteggere Israele dalle responsabilità…, oscurare la realtà mortale dell’occupazione e negare la sovranità palestinese. Ora, questo insidioso imbavagliamento della libertà di parola viene utilizzato per giustificare il continuo bombardamento militare di Gaza da parte di Israele e per mettere a tacere le critiche della comunità internazionale». E anche – aggiungo io – le critiche di una parte consistente di israeliani, compresi i parenti degli ostaggi rapiti da Hamas. Ma non solo loro.

E la denuncia continua su questo tono, senza scadere in una sterile polemica, ma anche senza mezzi termini e puntando ad una visione “alta” dell’ebraismo, come quando cita la Bibbia (e lo fa una sola volta). Nella fattispecie, il riferimento è al Deuteronomio 16,20 (Tzedek, tzedek, tirdof: giustizia, giustizia, dovrai perseguire), che noi latini traduciamo con: “Seguirai solamente la giustizia”. E prosegue con “per poter vivere e possedere la terra che il Signore tuo Dio ti dona”.

Concretamente i firmatari precisano: «Ci opponiamo allo sfruttamento del nostro dolore e al silenzio dei nostri alleati. Chiediamo un cessate il fuoco a Gaza, una soluzione per il ritorno sicuro degli ostaggi a Gaza e dei prigionieri palestinesi in Israele e la fine dell’occupazione in corso da parte di Israele. Chiediamo inoltre ai governi e alla società civile degli Stati Uniti e di tutto l’Occidente di opporsi alla repressione del sostegno alla Palestina».

La politica antipalestinese di Netanyahu e dei suoi alleati di governo, più o meno mimetizzata fino al 7 ottobre, è diventata evidente cavalcando l’onda di dolore e indignazione seguita all’attacco criminale di Hamas. L’impressione è che la strage di Hamas e i missili lanciati contro le città israeliane abbiano offerto, più che una scusa, una forte spinta all’intransigenza religiosa degli ultraortodossi e incitato la pressione ideologica del principale alleato di governo, il ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, capo del partito Forza Ebraica e leader della coalizione Sionismo religioso.

Ben Gvir non fa mistero che il suo programma politico si articoli, fra l’altro, su: annessione senza deroghe della Cisgiordania, pena di morte per chi milita tra le fila di Hamas o lancia una molotov contro un israeliano, immunità per i militari israeliani che uccidono palestinesi (non importa se disarmati), perfino proibizione dei matrimoni tra arabi ed ebrei. E altre “legittime” azioni di questo genere. Nei giorni scorsi Ben Gvir si è detto contrario al rilascio di prigionieri palestinesi in cambio di ostaggi di Hamas, come pure dello stop ai bombardamenti israeliani su Gaza.

Di fatto, oltre alla strage disumana in atto a Gaza con 12 mila morti palestinesi (di cui due terzi donne e bambini, oltre 5 mila i minori), con una stima di 337 mila bambini sotto i cinque anni a rischio di malnutrizione acuta, ciò di cui si parla ancora poco è la violenza scatenata dai coloni israeliani, con l’appoggio dell’esercito, contro civili palestinesi in Cisgiordania, dove la presenza di miliziani di Hamas è insignificante.

Stiamo parlando, sostiene Elizabeth Throssell – portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani – di una media di sette attacchi al giorno in poco più di un mese, un terzo dei quali con armi da fuoco: minacce e intimidazioni per indurre i palestinesi ad andarsene; in un mese sono stati uccisi da soldati e coloni israeliani 130-160 palestinesi, ai quali vanno aggiunti i 200 uccisi in Cisgiordania dall’inizio dell’anno.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (Ocha), rileva che dal 7 ottobre al 12 novembre 963 palestinesi hanno abbandonato le loro case in Cisgiordania a causa di attacchi, minacce e restrizioni agli spostamenti imposte dai coloni. Secondo un’altra fonte, nei 21 mesi precedenti, fra gennaio 2022 e fine settembre 2023 erano stati 480 i palestinesi costretti ad andarsene.

Di fronte a questi numeri appare forse più evidente che l’accusa di essere antisemita e antisionista gettato addosso a chi non accetta la strage di palestinesi è inaccettabile. Anzi, come scrivono i mille intellettuali ebrei firmatari della lettera aperta: «Condanniamo i recenti attacchi contro i civili israeliani e palestinesi e piangiamo questa straziante perdita di vite umane».

(Clicca qui per leggere la lettera)

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