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Cultura > Mostre

Elea: la rinascita

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Nuovi scavi e scoperte nella “città dei filosofi”, ora associata a Paestum in un unico Parco archeologico

Tra i siti più affascinanti della Magna Grecia, sulle coste del Cilento e a pochi chilometri da Paestum, è l’ancor poco nota Elea (o Velia, per citare il nome latino). A fondarla intorno al 540 a.C. sarebbero stati – secondo una credenza discutibile – degli esuli greci venuti da Focea, città della Ionia (attuale Turchia) caduta in mano ai persiani, dopo infinite peripezie. L’ultima delle quali rappresentata – al dire di Erodoto – dallo scontro navale contro una coalizione di cartaginesi ed etruschi avvenuto tra il 540 e il 535 a. C. nelle acque di Alalia, l’emporio fondato dai focei sulla costa occidentale della Corsica. In quella battaglia per la supremazia nel Mediterraneo occidentale e nel mar Tirreno la flotta focea era riuscita a respingere quella nemica, di dimensioni doppie, subendo però gravi perdite: ciò che aveva convinto i greci ad abbandonare il sito per cercarsi un’altra patria nell’Italia meridionale.

Dotata di due porti, la nuova fondazione venne a trovarsi in posizione invidiabile, al centro degli intensi traffici che si svolgevano tra i greci di Reggio e l’Etruria. Nel corso dei secoli Elea riuscì sia a evitare l’occupazione dei lucani sia a destreggiarsi indenne tra le vicende piuttosto movimentate della Magna Grecia. Solo nell’88 a.C. perse la sua autonomia, diventando un municipio romano.

Ma la fama di Elea è affidata soprattutto alla scuola di pensiero che vi fiorì per impulso dei suoi due più illustri cittadini: Parmenide e Zenone. Il primo, medico oltre che filosofo, governò anche la città e fu artefice della sua costituzione politica.

Elea-Velia conservò la sua caratteristica di città greca per cultura, tradizione e lingua fino ai tempi di Cicerone; e almeno fino al 62 d. C. fu attiva in essa una scuola medica che si rifaceva agli insegnamenti di Parmenide. Il declino economico, invece, fu lento ma inarrestabile: causa le nuove vie commerciali e militari che collegarono Roma direttamente all’Oriente, attraverso l’Adriatico, come pure il progressivo interramento dei suoi porti. Negli ultimi secoli dell’impero era ormai ridotta ad un misero villaggio di pescatori; pure, sopravvisse fino al IX secolo, allorché i suoi abitanti, per sfuggire alla malaria e alle incursioni saracene, emigrarono altrove.

Svanito perfino il ricordo del sito, venne identificata soltanto agli inizi del secolo scorso. Le ricerche archeologiche avviate a partire dagli anni Venti e proseguite con discontinuità fino ai Novanta rimisero in luce i tratti principali della fisionomia urbana, costituiti da un quartiere meridionale, da uno settentrionale, separati da una collina, e dall’acropoli su un promontorio che in antico si ergeva sul mare come una prua rocciosa, mentre oggi, per l’avanzata della linea costiera, è circondato da una piana.

Chi visita questo sito appartato e silente non manca di notare l’elegante bugnato di certe mura, il particolare lastricato delle strade, i mattoni costruiti con una tecnica speciale che si ritrova solo qui, quasi a indicare che il popolo che l’abitò venne da altrove. Un’altra sorpresa lo attende lungo la via in salita che dall’agorà conduce fino all’acropoli: è la monumentale Porta Rosa, ritenuta il più antico esempio noto di arco a tutto sesto in Italia, del IV secolo a. C. Meraviglia di architettura civile magno-greca in pietra arenaria, era in realtà un viadotto collegante le due cime naturali dell’acropoli.

E proprio su questo terrazzo aereo, sotto i resti di un tempio dedicato forse ad Atena, l’ultima campagna archeologica iniziata nel 2021 ha riportato alla luce muri riconducibili al più antico tempio arcaico, risalente al 540-530 a.C., ovvero agli anni subito successivi alla battaglia di Alalia. All’interno dello scavo, insieme a ceramiche dipinte e a vasi con l’iscrizione “IRE”, ovvero “sacro”, sono stati ritrovati numerosi frammenti metallici, fra i quali due elmi in ottimo stato di conservazione, uno calcidese e un altro di tipo etrusco: armi, queste, che confermando il racconto di Erodoto sui focei giunti da Alalia, sarebbero state strappate ai nemici in quell’epico scontro navale e subito dopo la costruzione del tempio deposte in esso per propiziarsi la dea allo scopo di riprendere i floridi commerci per i quali erano famosi. Insieme agli altri reperti, esse costituiscono il nucleo della mostra Elea: la rinascita (fino al 20 aprile 2024).

D’obbligo, a questo punto, è una sosta sull’acropoli dove oggi una torre medievale s’innesta sui ruderi: per godersi da questo luogo elevato la bellezza del panorama che spazia sul Tirreno e, perché no? lasciarsi andare a qualche fantasticheria fìlosofica. L’avvicendarsi continuo delle onde del mare potrebbe ben rappresentare il perpetuo divenire di tutte le cose sostenuto da Eraclito e dai suoi discepoli. Viceversa, per Parmenide e gli altri eleati, unicamente reale, assoluto, universale, immutabile ed eterno era il mondo divino; per cui al di là del mondo fisico, molteplice e ingannevole, essi affermarono l’immobilità e l’unicità dell’essere. Questi sottolinearono l’uno, quelli il molteplice: due aspetti della stessa verità.

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