Matteo Messina Denaro: un boss e i suoi segreti

Il tumore l'ha portato via e con lui le verità che non ha voluto confessare ai magistrati. Sta finendo la stagione della mafia dei grandi boss, ma resta quella infiltrata nella politica e nella finanza
Matteo Messina Denaro
Il boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro al momento dell'arresto (Foto Ufficio Stampa Carabinieri/LaPresse 17 gennaio 2022 Roma)

È morto. La parabola della sua vita si è chiusa durante la notte. Da giorni ormai Matteo Messina Denaro era in coma irreversibile. I medici avevano sospeso da giorni le terapie oncologiche e lo avevano affidato esclusivamente alle terapie del dolore.

Su sua stessa richiesta – aveva dichiarato di essere contrario all’accanimento terapeutico – era stata sospesa anche l’alimentazione e il boss veniva ormai solo idratato.

Il tumore al colon al quarto stadio non gli ha lasciato scampo. Quel tumore lo ha fatto catturare e quel tumore lo ha portato via. Da 50 giorni si trovava in ospedale, nel reparto detenuti dell’ospedale de L’Aquila, con una vigilanza strettissima: dopo un intervento in agosto, Messina Denaro non si era più ripreso ed era rimasto in ospedale. Poi l’improvviso aggravamento e il decesso.

Messina Denaro porta con sé tutti gli ultimi segreti di Cosa Nostra, così come era avvenuto per Bernardo Provenzano e Totò Riina. Il padrino di Castelvetrano ha ammesso di avere commesso numerosi omicidi, ma ha sempre negato di avere responsabilità nell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo (che pure aveva fatto catturare), ribadendolo più volte davanti ai magistrati che lo hanno interrogato. Non si è pentito, non ha collaborato, ha sempre mantenuto un atteggiamento distaccato. «Io con voi parlo, ma non vi dirò nulla», ha detto ai magistrati che lo interrogavano. E ha anche aggiunto che è stata proprio la necessità di sottoporsi a delle cure a tradirlo e a permettere la sua cattura.

Dopo il suo arresto a Campobello di Mazara, dove viveva una vita assolutamente normale, gli inquirenti hanno ritrovato altri due covi, utilizzati in precedenza dal boss. Non hanno però trovato il suo computer né tracce dei suoi molteplici beni, forse diffusi in vari rivoli.

Nelle ultime settimane di vita Messina Denaro ha avuto accanto i suoi parenti, soprattutto la nipote, Lorenza Guttadauro, che in qualità di suo legale ha potuto incontrarlo. A L’Aquila si è recata anche la figlia, Lorenza Alagna, che il boss ha incontrato per la prima volta nell’aprile scorso, dopo la cattura e che recentemente ha chiesto di poter avere il suo cognome. Lorenza Alagna avrà ora il cognome del padre: un cognome pesante. La giovane ha oggi 27 anni, una famiglia e un bambino. In uno dei biglietti ritrovati nei covi Matteo Messina Denaro si lamentava di non averla mai vista: «Non conoscere i propri figli è contro natura», scriveva.

Matteo Messina Denaro sarà sepolto a Castelvetrano, nella tomba di famiglia, dove è sepolto anche il padre, Francesco Messina Denaro, che morì da latitante per un infarto. Venne fatto ritrovare vestito di tutto punto, in aperta campagna, perché la famiglia potesse provvedere alla sepoltura. Se non fosse stato catturato alla clinica La Maddalena, dove si recava per i cicli di chemioterapia, forse anche il figlio sarebbe morto da latitante. Anche se gli ultimi interventi chirurgici e gli ultimi ricoveri ospedalieri avrebbero potuto permettere un’evoluzione diversa.

Subito dopo il decesso sono iniziate le pratiche per il rilascio della salma. Non saranno brevissime. La Procura de L’Aquila e quella di Palermo hanno deciso l’autopsia. Messina Denaro ha lasciato delle volontà scritte rifiutando il funerale cattolico, sapendo che non avrebbe potuto averlo perché i mafiosi sono colpiti da scomunica.

Nel giorno del decesso spiccano le frasi pronunciate da Nicola Di Matteo, fratello del bambino fatto rapire da Messina Denaro e dagli altri boss di Cosa Nostra. In una dichiarazione resa all’Adnkronos, Di Matteo ha detto: «Ancora devo metabolizzare la notizia. Con sé si porta dietro tanti segreti. Ero certo che non avrebbe collaborato».

Parlano anche i sindaci del territorio di provenienza. Enzo Alfano, sindaco di Castelvetrano, afferma: «Muore un uomo che ha fatto tanto male alla sua terra. Ci vorranno decenni ancora, prima che culturalmente si ponga fine a una mentalità, a una cultura, talvolta dilagante, di illegalità, di impunità, che lui e i suoi accoliti e altri prima di loro, hanno coltivato per troppo tempo».

Il sindaco di Campobello di Mazara (ultima dimora di Messina Denaro), Giuseppe Castiglione, ha detto: «Ora si scrive la parola fine su colui che per 30 anni ha provocato ferite profondissime e mortali non soltanto nella nostra provincia. La morte, comunque, rappresentando la conclusione della vita terrena, pone ogni uomo davanti alla giustizia divina».

Con la sua morte la Sicilia si lascia alle spalle anni difficili. Molte cose sono cambiate dalle stragi del 1992, ma la mafia non è affatto sconfitta. Ha solo cambiato pelle e non è più solo un fenomeno siciliano.

Totò Riina, il capo dei capi, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro “u siccu”, o “Diabolik” come era soprannominato, non ci sono più. Altri boss come Pietro Aglieri e Leoluca Bagarella si trovano in carcare e sono già piuttosto anziani. Altri hanno preso il loro posto. Ma la mafia non sarà più come prima, quella stagione è finita per sempre.

La sepoltura sarà l’ultimo atto.

La Sicilia ha cambiato volto, ha oggi maggiore consapevolezza, ma sopravvivono fenomeni sociali che ancora costituiscono il terreno fertile della malavita. E non sono affatto scomparsi. Così come non sono scomparse le connivenze con alcuni settori della politica.

In Sicilia ci sono anche numerosi comuni sciolti per mafia, ma spesso si tratta di provvedimenti che vengono poi smentiti dalla successiva azione giudiziaria e dai processi. La normativa attuale ha delle falle, da più parti si riconosce che è necessaria una riforma. Le mafie ci sono ancora, ma sono soprattutto mafie economiche, che vestono i panni delle aziende, delle imprese, degli appalti. Sono più difficili da individuare.

La morte di Messina Denaro è solo un capitolo. Uno degli ultimi. La Sicilia ha lottato da anni, tra connivenze e zone grigie, ma anche con grandi eroismi.

Molti magistrati sono morti, è morto anche don Pino Puglisi, insieme a Rosario Livatino, simbolo della Chiesa di frontiera in Sicilia. E gli anni delle stragi erano anche gli anni delle grandi connivenze. Non a caso, ci sono voluti 30 anni per catturare Messina Denaro. Quando un covo veniva individuato, spesso una soffiata lo salvava.

Anche questa è la Sicilia, terra dai mille volti. Degli eroismi e delle connivenze. Del coraggio che sfida la vita e delle paure che la fanno retrocedere.

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