2008 Far leva sulla fiducia

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Tutto il mondo ama l’Italia, ma l’Italia non si vuole più bene: c’è un senso di malessere generale nel Paese. Apriti cielo! Il New York Times, a metà dicembre, in concomitanza con la visita del presidente della Repubblica italiana negli Stati Uniti, ha pubblicato in prima pagina un lungo articolo che analizzava le difficoltà della nostra Penisola e manifestava l’avvilito stato d’animo dei suoi cittadini. La difesa d’ufficio di Napolitano è stata pronta e ammirevole, ma il quadro che emerge dall’inchiesta è molto realistico. Ian Fisher, l’autore, in Italia da tre anni, ha riferito di aver colto gli stati d’animo degli italiani semplicemente ascoltandoli. Anzi. L’idea dell’articolo gli è venuta proprio parlando con la gente. C’è da credergli. Ma una faccenda è se siamo noi stessi a lamentarci del Paese, un’altra è se a praticare un tale sport nazionale sia qualcuno venuto da fuori. Questo è troppo per molti italiani. Anche se poi sono quelli andati ad acquistare i due libri andati per la maggiore nell’ultimo periodo, La casta, che denuncia sprechi e privilegi della politica nostrana, e Gomorra, una panoramica sul potere economico della camorra. Ma che Italia fa capolino nel nuovo anno? Triste e sfiduciata, o attenta ai dati incoraggianti del presente e ai segnali di futuro? Dall’economia giungono significativi risultati. Cresce il numero delle persone che lavorano (23 milioni e 417 mila), al punto che il tasso di disoccupazione è sceso al 5,6 per cento, il livello più basso degli ultimi quindici anni. Ne beneficia pure il Mezzogiorno, che, dopo tre anni di flessione, registra un incremento di occupati. Altro segnale: sale la presenza femminile nei luoghi di lavoro. Prosegue la penetrazione dei prodotti italiani sui mercati internazionali. Le esportazioni continuano a crescere oltre il 12 per cento. La spinta è data da 230 mila aziende protese verso l’estero, di cui 4 mila di grandi e medie dimensioni. Sono imprese – evidenzia l’esperto Giuseppe Turani – che hanno un’enorme capacità di stare sul mercato e di stare nella parte alta del mercato. La loro forza, insomma, sta nel fare cose eccellenti. I critici di casa nostra hanno precisato subito che gli altri Paesi europei vantano un maggiore volume di esportazioni rispetto all’Italia e che i loro ritmi di espansione sono superiori ai nostri. Tutto vero. Ma perché continuare a sottovalutare nella Penisola la presenza di una pattuglia d’avanguardia entrata a pieno titolo nei circuiti della mondializzazione? A questo va aggiunto un fenomeno tutto interno al Paese, ma dagli inevitabili riflessi esterni, ovvero il processo di svecchiamento di chi fa impresa: il 70 per cento delle nuove aziende è dovuto all’intraprendenza di persone al di sotto dei 39 anni. Guardando più in generale alla società, una cruciale tendenza viene confermata dai recenti dati dell’Istituto centrale di statistica (Istat): le italiane continuano a fare figli. Meglio ancora, ne fanno più di quanti siano stati messi al mondo negli ultimi anni. Siamo ancora lontani, in Italia, dai livelli europei, ma le nascite sono superiori a quelli di Polonia, Slovacchia, Slovenia e Cechia. Più occupati, più residenti e più figli: un dato di indubbia vitalità, il cui merito va ascritto in buona parte alle famiglie degli immigrati che stanno contribuendo sempre più sia allo sviluppo demografico che alla crescita della ricchezza nazionale prodotta ogni anno. Confortanti notizie giungono anche per i cittadini onesti, che possono affrontare il 2008 con maggiore fiducia. Ecco il motivo: La guerra non è vinta, ma l’obbiettivo di ridurre il fenomeno dell’evasione fiscale entro limiti fisiologici accettabili comincia ad essere a portata di mano, ha sostenuto il direttore dell’Agenzia delle entrate, Massimo Romano. Nel 2007, gli incassi complessivi dovuti alle attività di controllo sui contribuenti sono arrivati a quasi 6 miliardi di euro, con un incremento del 37 per cento rispetto all’anno precedente. Ottimi riscontri anche dalla Guardia di finanza, che ha scoperto nei primi 11 mesi del 2007 oltre 8 mila evasori totali, che avevano occultato un gruzzoletto delle dimensioni di circa 10 miliardi di euro. Complessivamente sono stati recuperati quasi 28 miliardi (+78 per cento sul 2006). Un’economia in crescita – ha commentato Giuseppe Roma, direttore del Censis, al termine della presentazione dell’annuale Rapporto sulla situazione del Paese – dovrebbe riflettersi nella vita della gente e aiutare a guardare avanti con fiducia. Invece non è così: La maggioranza della popolazione non ha fatto propria la linea di sviluppo che una pattuglia avanzata della nostra economia e della società sta realizzando. Chi non vorrebbe correre dietro a chi sta viaggiando con buona velocità? Purtroppo, le condizioni della maggioranza delle famiglie sono ben note: stipendi bloccati, prezzi e tariffe in crescita, benzina e pane (chi l’avrebbe detto!) alle stelle. Grava però soprattutto un calo delle motivazioni collettive a scommettere sull’Italia, sulle sue capacità e potenzialità. Complice, il venir meno sia delle regole di convivenza, sia dei riferi- menti autorevoli nelle istituzioni, ad iniziare da quelle politiche. Allora il rischio è che – per il crescente individualismo – l’orizzonte si restringa al proprio ambito particolare, percorso dalla più o meno febbrile ricerca di una qualche sistemazione lavorativa, affettiva, abitativa (gli affitti a Roma, per esempio, sono aumentati del 91 per cento dal 1998 al 2007), con un serpeggiante disagio dovuto alla stessa vita urbana: traffico, inquinamento atmosferico, difficoltà di parcheggio, rumore, criminalità, sporcizia. Come uscirne per vivere meglio il nuovo anno? Scegliere di fare squadra con chi non si arrende al declinismo. Uno che crede a questo è l’architetto di prestigio internazionale Massimiliano Fuskas. La sua ricetta è essenziale: Tralasciare la saga dei delitti di Cogne e di Perugia e la mercificazione televisiva, concentrarsi su quello che funziona, osservarlo con attenzione e partire da lì per costruire il futuro. Insomma, far leva su ciò che va bene per trarne motivi di fiducia e di accresciuto impegno per migliorare il pezzetto d’Italia che è intorno a ciascuno di noi. In fin dei conti, l’anno appena trascorso ci ha lasciato proprio in chiusura una grande consegna e un’enorme lezione. L’approvazione, da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite, della moratoria internazionale sulla pena di morte, che sino a poco fa risultava un’utopia. Ma il lavoro costante e minuzioso di associazioni e gruppi, la tessitura delle ambasciate, il ruolo del nostro Paese hanno permesso di cogliere un risultato storico. Nulla è impossibile, si può azzardare a dire. Prendiamo, allora, di mira la nostra città e, manifestandole con coraggio il nostro amore di cittadini responsabili, individuiamo obbiettivi condivisi e concreti per il 2008. Sappiamo bene che, se lo facciamo con gli altri, coinvolgendoli e valorizzandone doti, inventiva e quella generosità che alberga sempre in tutti, l’operazione è a portata di mano. È il migliore augurio di Buon anno che possiamo fare a tutti. DE RITA: LE MINORANZE FACCIANO RETE Non ci sta Giuseppe De Rita, il maggiore analista sociale, a far parte del coro che intona il lamento sul declino economico. Confermo che questo è un Paese che sta migliorando. E ribadisco che la minoranza attiva sul versante produttivo si è ampliata. Certo, resta il problema che quella minoranza non riesca ancora a trasmettere alla società italiana la spinta allo sviluppo che essa interpreta. E non è un fatto solo di mancati consumi da parte delle famiglie. C’è un’inerzia e una pesantezza della realtà sociale complessiva, annota De Rita. Motivo? Tutto si è frantumato e segmentato nel nostro Paese, c’è incapacità a fare tessuto sociale, con una sorta di vocazione alle emozioni, agli impulsi, che non aggregano. L’unica realtà in crescita è quella di minoranze che prendono pezzetti di società e cercano di portarli avanti. La conseguenza è che non c’è più fiducia nello sviluppo di popolo, e a tanti nemmeno interessa che la società si rimetta in marcia. Un processo collettivo, per De Rita, dovrebbe essere avviato dalle forze politiche che stanno cercando una dimensione di popolo. Ma non c’è fiducia in esse: il Partito democratico, che unisce le due grandi forze popolari degli ultimi decenni si sta raggrinzendo in sé stesso; Berlusconi ha lanciato un partito di popolo: ma sarà il suo popolo, non il popolo italiano. Per il 2008, De Rita punta comunque su due speranze: che le minoranze vitali e le comunità vive presenti nel tessuto economico, sociale, civile (e, perché no?, ecclesiale) crescano per allargare la base vitale del Paese e non essere sopraffatti dall’egoismo; e che tali realtà si moltiplichino e si colleghino in rete per mettere a frutto risorse e capacità a vantaggio del bene comune.

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