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Mondo > Medio Oriente

Libano, un Paese perduto e (speriamo) ritrovato

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Con l’elezione a gennaio del nuovo presidente Joseph Aoun, e l’insediamento del governo, sembra che stia finalmente cambiando qualcosa nel Paese dei Cedri. Sul fragile piatto della bilancia soprattutto il disarmo di Hezbollah e il recupero del collassato sistema bancario.

Il 13 aprile 1975, 50 anni fa, uno dei paesi del Vicino Oriente più belli e ricchi di storia e fascino sprofondava in quella che non si è mai capito perché fu chiamata “guerra civile libanese”. Da “Svizzera del Medio Oriente”, il Libano divenne terreno di scontri ad intreccio variabile. In realtà la guerra libanese (1975-1990) fu un pool di guerre, almeno una dozzina. Di tutti contro tutti: sciiti, sunniti, palestinesi, drusi, cristiani, siriani e israeliani, e chi più ne ha più ne metta. Samir Frangieh (scomparso nell’aprile 2017), uomo di cultura e politico di primo piano, scriveva: «La nostra non è stata una guerra d’indipendenza o una guerra identitaria, o una guerra etnica, o una guerra comunitaria. È difficile classificarla perché è stata una guerra che comprende tutte queste guerre».

La settimana scorsa il quotidiano francofono di Beirut, L’Orient-Le Jour, ha cercato di fare un bilancio della Guerra Libanese 1975-1990, a 50 anni dal suo inizio. Uno degli aspetti più sconcertanti dei dati emerge dai numeri confusi di morti, feriti, sfollati, emigrati, ecc. Oltre alle divergenze tra le fonti, si sta verificando ciò che purtroppo sempre accade con il trascorrere del tempo e delle generazioni: la perdita della memoria. C’è però un dato, fra gli altri, che mi ha colpito per la sua cruda attualità: è il valore della lira libanese fotografato prima e dopo la guerra, e oggi, 35 anni dopo la fine di quel conflitto, al quale com’è noto ne sono seguiti altri. Dunque, nel 1976 ci volevano 3,4 lire libanesi per 1 dollaro. Nel 1991 le lire occorrenti per un dollaro erano diventate 860. E oggi, dopo il crollo economico e finanziario del 2019 e l’esplosione nel porto di Beirut del 2020, per quell’unico dollaro di lire ce ne vogliono 90 mila. Ovviamente al mercato nero, perché le banche sono sprofondate insieme ai silos del porto collassati il 4 agosto 2020, con l’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio, che hanno causato 220 morti e danni stimati in 6 miliardi di dollari, che per un piccolo Paese già in crisi come il Libano è una cifra letale. Di chi fossero quelle criminali 2750 tonnellate di esplosivo non si è mai potuto né voluto stabilirlo. Con esse è di fatto crollata nella gente ogni speranza di riscatto, e l’esodo all’estero di milioni di libanesi non si è mai arrestato dal 1975 ad oggi. Dal 2019, poi, l’unica realtà che si è apparentemente rafforzata è stata Hezbollah, il Partito di Dio degli sciiti filo-iraniani. Fino al ridimensionamento avvenuto l’anno scorso, a causa dei durissimi attacchi israeliani e del crollo del regime siriano degli Assad. Vale a dire, per il Libano, la drastica riduzione del flusso di denaro e armi dall’Iran.

Con l’elezione a gennaio 2025, del nuovo presidente Joseph Aoun (sostenuto dall’opposizione alla precedente maggioranza filo-Hezbollah) sembra che stia finalmente cambiando qualcosa nel Paese dei Cedri.

Un recente comunicato Adnkronos (16 aprile) informa che il presidente Aoun ha chiesto agli Usa di fare pressione su Israele affinché lasci al Libano la questione del disarmo di Hezbollah, sostenendo che questo obiettivo è raggiungibile attraverso negoziati diretti, e non con la forza. «Le armi saranno solo nelle mani dello Stato», ripete da mesi Aoun. E adesso aggiunge che la nuova leadership di Hezbollah non ha alcuna intenzione di essere trascinata in un’altra guerra, e che il dispiegamento israeliano in cinque punti strategici nel Libano meridionale, in realtà più che minacciare aiuta Hezbollah. Il presidente libanese ha spiegato: «L’ho detto al vice inviato americano Morgan Ortagus durante la sua visita, che vogliamo rimuovere le armi di Hezbollah, ma non daremo inizio a una guerra civile in Libano. Hezbollah ha dimostrato autocontrollo e senso di responsabilità non rispondendo alle violazioni israeliane dell’accordo di cessate il fuoco», e non sta opponendo alcuna resistenza all’esercito libanese a nord e a sud del fiume Litani e nella valle della Beqaa.

Da parte sua, il nuovo segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha confermato: «Una volta che il cessate il fuoco sarà saldamente stabilito e la diplomazia potrà attuarlo, saranno discussi tutti gli altri dettagli e tutte le decisioni saranno prese in modo collaborativo».

«Oltre a disarmare Hezbollah – scrive Fady Noun in un passaggio incisivo su Asianews.it del 9 aprile scorso –, la missione di Morgan Ortagus è quella di chiedere al Libano riforme che consentano al sistema bancario, crollato nel 2019, di riprendersi… I vertici [del Fmi] hanno chiesto al Libano di approvare in breve tempo [forse entro giugno] due leggi che prevedono: da un lato l’abolizione del segreto bancario e una ristrutturazione del settore che segnerà la fine di una giungla di 52 istituti di credito, ma soprattutto la fine della cash economy che avrebbe sinora favorito il finanziamento del terrorismo».

Sono fragili germogli di pace: sperando che questa volta tutti i protagonisti, compresi i “vicini del sud”, favoriscano il loro sviluppo, o che almeno permettano loro di crescere.

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