A 100 anni dalla nascita del Partito Comunista d’Italia

Il tragitto del più grande partito comunista d’Occidente dalla nascita nel 1921 a Livorno, anche nelle parole di Emanuele Macaluso, scomparso nei giorni scorsi a quasi 97 anni.

Da Livorno nel 1921 a Rimini nel 1991, passando per l’adesione all’Internazionale Comunista e la clandestinità durante il ventennio fascista, la Resistenza e la svolta di Salerno, l’Assemblea Costituente e la ricostruzione del secondo dopoguerra con la via italiana al socialismo, il compromesso storico e l’eurocomunismo, la svolta della Bolognina e tangentopoli con la ricerca di una nuova identità. Questa è la traiettoria descritta dal Pci – il partito comunista più forte d’Occidente negli anni della guerra fredda – ricca di uomini, correnti, nomi, lotte, luoghi, che hanno segnato in modo indelebile, con le loro luci e ombre “oscure”, la storia d’Italia e d’Europa.

Un cammino lungo 70 anni che ancora oggi fa sentire i suoi effetti e che è stato contraddistinto, per lunghi tratti, da una ricerca di identità, specie dopo la seconda guerra mondiale, da consegnare a quel popolo di cui pretendeva, molto spesso, di essere l’unico portavoce.

«Quale è stata la vera natura del Pci, […] un partito anti-sistema, del sistema o nel sistema?» si chiedeva l’appena compianto Emanuele Macaluso, scomparso nei giorni scorsi a quasi 97 anni, nel suo libro Comunisti e Riformisti. E, forse, oggi una delle domande più interessanti da porsi, per riflettere con consapevolezza sulla attualità del Pci, è proprio quella sulla sua natura profonda, in particolare all’interno, non solo del panorama politico, ma soprattutto della storia del nostro paese; che poi, ça va sans dir, è parte della storia d’Europa.

Un interrogativo che può suonare paradossale per un partito che volle rifarsi, costitutivamente, all’ideologia marxiana, spesso giudicata quasi granitica. Ma che tuttavia appare ineludibile all’osservatore che si avvicina con attenzione ad un partito che ha sostanzialmente innervato il “secolo breve”. Se non altro per il fatto che Marx ed Engels scrissero il loro Manifesto nell’anno della primavera dei popoli, il 1848, mentre il PCI (anzi, PCd’I all’epoca, il nome di Partito Comunista Italiano venne assunto dopo il 1943) vide la luce 73 anni dopo.

E allora quale fu la natura di questo partito? E qual è la sua eredità al tempo del Covid-19, della fine delle ideologie, della crisi di governo, della fiducia a colpi di senatori a vita? Domande che ovviamente non si possono pretendere d’esaurire in poche battute e da porsi con uno sguardo ben più profondo di quanto possano permettere o l’accesa contrapposizione o il fideismo cieco.

Per chi voglia affrontare seriamente questi interrogativi si pone ineludibile il confronto con la nascita del PCd’I, di cui ricorre il centenario. Era, infatti, il 21 gennaio del 1921 quando dal XVII congresso del Partito Socialista Italiano, organizzato al Teatro Goldoni di Livorno, l’ala di “sinistra” del partito, guidata da Bordiga, Terracini (futuro padre costituente e presidente dell’Assemblea), Gramsci, Togliatti, uscì dalla sala dei lavori intonando l’Internazionale per recarsi al Teatro San Marco.

Lì venne fondato il Partito Comunista – in contrapposizione polemica con i riformisti e massimalisti del PSI considerati deboli servitori della agonizzante democrazia borghese – come sezione dell’Internazionale Comunista che pochi mesi prima, tra luglio e agosto dell’anno precedente, aveva stilato i 21 punti per aderirvi. Tra questi la necessità della rottura definitiva con il riformismo, ritenuto non solo incapace di cogliere l’ineluttabile guerra civile mondiale tra capitale e lavoro, ma anche – e in definitiva – complice dell’oppressione dei lavoratori.

Una storia, quella del Partito Comunista italiano, che ebbe almeno altre tre svolte decisive: la prima, a partire dal marzo 1944 con la svolta di Salerno, impressa da Togliatti di ritorno dall’Unione Sovietica, con cui intraprese (o tentò di intraprendere) la via italiana al socialismo, prima attraverso la collaborazione con il governo monarchico e poi, a fine guerra, con i lavori dell’Assemblea che portarono alla Costituzione democratica e antifascista.

La seconda svolta, negli anni ’70, guidata da Enrico Berlinguer, con il compromesso storico e con l’eurocomunismo, il quale segnava anche un nuovo rapporto con le istituzioni europee, alla loro nascita avversate.

E infine, nel 1989, con la cosiddetta svolta della Bolognina che, dopo la caduta del muro di Berlino, traghettava il partito verso la fine della storia.

Tra contraddizioni e correnti, forse l’eredità più importante che il comunismo italiano ci ha consegnato è quella dell’antifascismo. Un antifascismo che ha saputo farsi promotore di pluralismo, lotta per il bene comune e per i diritti dei più deboli, e talvolta anche di soprusi e ingiustizie.

Ma che, per chi ha saputo custodirne il significato profondo, estraneo a logiche di potere e vendette sommarie, ha saputo in ultima analisi costituire il cuore della Repubblica italiana, non poche volte ferito anche ai giorni nostri. Un antifascismo che – quando ha saputo non essere ideologico – ha visto ben oltre la necessità della rivoluzione socialista ed è stato in grado di prospettare libertà e democrazia ad un Paese che, forse, non le aveva mai conosciute.

Un antifascismo, pertanto, da custodire con fedeltà e memoria per delineare quanto prospettato da Togliatti, in una seduta dell’Assemblea Costituente, l’11 marzo 1947: «Noi non rivendichiamo una Costituzione socialista. Sappiamo che la costruzione di uno Stato socialista non è il compito che sta oggi davanti alla nazione italiana. Il compito che dobbiamo assolvere oggi non so se sia più facile o più difficile, certo è più vicino. Oggi si tratta di distruggere sino all’ultimo ogni residuo di ciò che è stato il regime della tirannide fascista; si tratta di assicurare che la tirannide fascista non possa mai più rinascere; si tratta di assicurare l’avvento di una classe dirigente nuova, democratica, rinnovatrice, progressiva, di una classe dirigente la quale per la propria natura stessa ci dia garanzia effettiva e reale, che mai più sarà il Paese spinto per la strada che lo ha portato alla catastrofe, alla distruzione».

 

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