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Cultura > Arte e Spettacolo

“Orapronobis”, il grido di un uomo solo

di Giuseppe Distefano

- Fonte: Città Nuova


Al Forte Fanfulla di Roma, per la rassegna “Parabole fra i sampietrini”, è stato messo in scena questo secondo lavoro della Compagnia Marino/Ferracane

“Orapronobis” di Rino Marino

C’è uno struggente, emozionante, vocabolario di posture fisiche, e verbali, che mettono in moto mondi arcaici e a noi ancora vicini. E antico è il dialetto siciliano stretto, densamente musicale, col quale un uomo si esprime, forse sognando, forse delirando, o forse realmente presente. Ingaggia un dialogo dapprima deferente, poi supplicante, infine furente, con un’autorità ecclesiale rappresentata da una silhouette muta – solo un abito, un paio di scarpe e una campanella – poggiata su una poltrona. Su questa figura autorevole egli riversa desideri, aspettative, richieste, rancori, invettive, accuse. Accanto c’è un’esile croce verso la quale, a tratti si rivolge parlando a un Cristo immaginario fino ad assumere un’identificazione col Suo sacrificio. Quello dell’uomo è grido di dolore, richiesta di misericordia, di riscatto, di liberazione. Urlo di abbandono.

In questo corpo in ostensione di chi conosce la miseria della vita, la povertà delle parole, l’umiltà delle ferite, e di chi ha visto la morte; in cui vibra l’innocenza dell’anima, la purezza dello sguardo, la semplicità dei gesti, la sincerità della fede popolare, vive una memoria famigliare che affiora nel racconto straziante che segue al soliloquio iniziale. Rievoca la sciagura che gli ha tolto i suoi affetti più cari lasciandolo solo al mondo.

Questo secondo monologo, che coincide con un cambio di scena dove un fascio di luce illumina una sedia sulla quale s’attarda l’uomo, si carica di un’altra emozionante partitura di gesti, di una drammaturgia di espressioni di bocche, di mani, di braccia, di passi esitanti, di piegamenti trattenuti, di ginocchia a terra, di sudore della mente e del cuore, ad opera di un attore di intensa forza espressiva, di meticolosa morfologia fisica, anzitutto, e interiore: Fabrizio Ferracane, che ha il volto ora triste, ora dolente, ora furioso, ora angelicato, di un “povero Cristo” di verghiana memoria. È su di lui che l’autore trapanese Rino Marino ha costruito questo potente testo “Orapronobis” (secondo lavoro, dopo “Ferrovecchio”, della Compagnia Marino/Ferracane), racconto di un mondo di ultimi che evoca stratificazioni ataviche di una terra – e s’odono litanie di donne in preghiere, rintocchi di campane, voci di bambini e di antiche filastrocche – che racchiude tutta la sofferenza dell’essere umano.

“Orapronobis”, di Rino Marino, con Fabrizio Ferracane, Compagnia Marino/Ferracane, in collaborazione con Sukakaifa //TeatrUsica A.C. Al Forte Fanfulla di Roma, per la rassegna “Parabole fra i sampietrini”.

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