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Trump blocca i “dreamers”, la protesta dei giovani immigrati

di Maddalena Maltese

- Fonte: Città Nuova

Appena la decisione di sospendere il programma di protezione per i giovani immigrati è stata resa pubblica, nei college sono comparsi banchetti per una raccolta firme e volantini per una mobilitazione generale perché la possibilità che, tra appena sei mesi, chi è stato tuo compagno di classe, di giochi o di quartiere torni nel suo paese di origine, è reale

Da ieri 780 mila giovani che stanno studiando, lavorando e servendo gli Usa sotto le armi temono per il loro futuro e i loro sogni. L’annuncio del ministro della giustizia Jeff Session è stato chiaro: il DACA, cioè l’azione differita per gli arrivi dei minori non è più in vigore e spetta ora al Congresso decidere se farne una legge.

Istituito dal presidente Obama nel 2012 con un ordine esecutivo, rivolto ai bambini arrivati negli Usa illegalmente dal 2017 e ai giovani che nel 2012 non avevano compiuto 31anni, il provvedimento garantiva un permesso di studio e di lavoro rinnovabile ogni due anni, e al contempo consentiva di avere la patente, aprire un conto in banca, acquistare una casa, viaggiare senza il rischio che il dipartimento di sicurezza ti espatriasse forzatamente, a meno che non avessi commesso un crimine.

Da ieri questi giovani e le loro famiglie vivono nella sospensione, poiché nei documenti del Daca oltre al loro status e ai caratteri identificativi sono inclusi i dati dei genitori, che rischiano di essere condannati per il reato di immigrazione clandestina. Cosa sarà poi di chi vedrà scadere il suo permesso a giorni o di chi ha cominciato un percorso di studi o ha ottenuto un contratto regolare? E cosa sarà di chi nel frattempo si è sposato ha avuto un figlio con cittadinanza americana ma vive del programma di protezione? Come si regoleranno i rapporti con i college e le università che si erano dichiarate “sanctuary”, luoghi di protezione per chi non aveva i documenti in regola e mai accetterebbero di denunciare i loro studenti?

Il presidente Trump ha rimandato la palla al Congresso: lui stesso pur contestando il provvedimento in campagna elettorale ha avuto non poche esitazioni ad avallarlo, mostrando una certa simpatia per i giovani coinvolti, gran parte dei quali tra l’altro vive in Texas, stato notoriamente repubblicano e in California, dove sono una delle principali forze lavoro dell’economia locale.

Trump si è trovato con le spalle al muro: dieci procuratori generali con a capo proprio quello del Texas hanno impugnato il provvedimento di Obama giudicandolo incostituzionale e hanno minacciato il presidente di citarlo in giudizio davanti alla Corte suprema qualora non avesse sospeso il rilascio dei permessi di lavoro e di studio.

La nomina del conservatore Gorsuch alla corte potrebbe garantire una vittoria al partito presidenziale e anche ai 26 Stati che già nel 2014 avevano impugnato il provvedimento di Obama, ma la popolarità dei dreamers , i giovani coinvolti nel programma, è così alta che avrebbe conseguenze estremamente impopolari per la presidenza.

Ora la decisione spetta al Congresso che pur a maggioranza repubblicana, dopo gli screzi di questi mesi per i giudizi poco opportuni espressi da Trump sull’operato dei senatori, proprio in questi giorni ha dichiarato di “non essere sottomesso al presidente ma al Paese”. Si attende.

Durissima è stata la condanna espressa dalla Chiesa cattolica statunitense che ha definito la decisione “inaccettabile e riprovevole, un passo indietro nel progresso del Paese” e “mostra assenza di misericordia, una visione ristretta del futuro che non riflette chi siamo come americani”.

I vescovi hanno dichiarato che offriranno protezione e supporto a questi giovani che di fatto hanno contribuito negli ultimi anni ad accrescere i numeri della presenza cattolica e che sono una forza attiva e impegnata nella società: il loro sogno di essere americani, infatti, li ha portati ad investire al massimo energie ed intelligenza.

Le scelte della presidenza Trump nei confronti dei migranti, in questi mesi, hanno continuato a lacerare il Paese perché stanno intaccando legami familiari e professionali e pur di rispondere ai timori di una minoranza stanno di fatto mettendo in crisi l’identità Usa.

Nessuno crede ad un’ “America grande”, senza immigrazione che è in fondo la radice identitaria del Paese e lo hanno detto i politici, i presidenti delle aziende hi-tech, le multinazionali dell’agricoltura, i presidi delle università, i leader religiosi.

Il bando dei musulmani provenienti da 7 Paesi mediorientali, le timide condanne delle marce neonaziste a sostegno dei cosiddetti suprematisti bianchi e ora la sospensione del Daca, se da una parte soddisfano una parte ristretta di elettorato, dall’altro stanno facendo emergere le paure sul futuro e i nodi non risolti nella storia della nazione, incluso il rapporto controverso con gli afro-americani e i latinos.

Anche per questo la Chiesa cattolica ha dichiarato il 9 settembre “giornata di preghiera per la pace nelle nostre comunità”.

Neppure i vescovi osano rispolverare la parola razzismo, eppure le sue tracce sono palesi e sconcertanti anche nei provvedimenti legislativi. Si cerca un rimedio prima che la situazione sfugga di mano in maniera imprevedibile.

 

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