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Mondo > Europa

Brexit: piano B o nuovo referendum?

di Fabio Di Nunno

- Fonte: Città Nuova

Fabio Di Nunno, autore di Città Nuova

Dopo la sconfitta sull’accordo Brexit alla Camera dei Comuni, Theresa May ha definito i prossimi passi del governo britannico per l’uscita del Regno Unito dall’UE

Photo/Kirsty Wigglesworth

Il 15 gennaio, il parlamento britannico ha respinto la proposta di accordo Brexit negoziato dal Primo Ministro britannico, Theresa May; dopo avere superato una mozione di sfiducia, la leader dei Tory si è presentata nuovamente alla Camera dei Comuni per proporre una soluzione alternativa a quella che, per ora, sembra l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (UE) senza un accordo.

Nella sua dichiarazione, il premier britannico ha parlato «voto significativo» con i leader di altri partiti presenti alla Camera dei Comuni, ma ha criticato il leader laburista, Jeremy Corbyn, per aver rifiutato di partecipare a tali colloqui, facendo appello a tutti i membri del parlamento sicura che «possiamo fare dei progressi».

May ha ribadito che non sosterrà un secondo referendum sulla Brexit, ritenendo che non ci sia neppure una maggioranza parlamentare che possa chiederlo. Inoltre, ella ha escluso che il Regno Unito possa lasciare l’UE senza un accordo sulla Brexit, affermando che ella si è impegnata a concludere un accordo prima della scadenza dell’articolo 50 il 29 marzo 2019.

May ha identificato alcuni aspetti del suo futuro operato per assicurarsi l’appoggio della Camera dei Comuni. Il suo governo sarà «più flessibile, aperto e inclusivo» nel coinvolgere il Parlamento, le imprese ed i sindacati nella conduzione dei negoziati con l’UE, «con la garanzia che non solo non eroderemo le protezioni per i diritti dei lavoratori e l’ambiente, ma faremo in modo che questo paese sia all’avanguardia». Infine, si è impegnata a rinegoziare i termini del cosiddetto backstop, cioè l’apertura transitoria ma indefinita del confine nordirlandese, previsto da questo accordo Brexit, che è inaccettabile per molti deputati conservatori.

Jeremy Corbyn ha evidenziato che «una netta maggioranza nella Camera dei Comuni sostiene un accordo con l’UE, in linea di principio, affinché sia rispettato il risultato del referendum, ma il Primo Ministro deve affrontare la realtà e riconoscere che il suo accordo sia stato completamente sconfitto». Successivamente, egli ha presentato un emendamento affinché il parlamento possa esprimere il proprio parere circa la convocazione di un secondo referendum sulla Brexit.

Secondo May, un secondo referendum metterebbe a rischio la «coesione sociale» del Regno Unito, e la «fede nella democrazia» britannica, mentre ha escluso la possibilità di prolungare il negoziato oltre il termine previsto del 29 marzo o di un’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo, riconoscendo che le uniche opzioni siano quelle di accettare il suo accordo o revocare l’articolo 50.

In realtà le opzioni sono varie, come descritto, ma nessuno sa davvero dove ciascuna di queste possa condurre. May ha commesso molteplici errori nel condurre il negoziato e nella comunicazione all’interno del suo paese, ma anche l’UE è stata rigida nel negoziare l’uscita del Regno Unito dall’UE. Nel 2016, Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, prima del referendum, aveva sottolineato che leave is leave (un voto per lasciare l’UE significava lasciarla davvero) e, d’altronde, non è quello che hanno votato i cittadini? Se, oggi, gli stessi cittadini hanno cambiato idea, non varrebbe la pena consultarli?

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