Vulcano Taal: l’onore di chi resta

L’ordine del governo è perentorio: abbandonare le abitazioni entro un raggio di 14 km attorno al cratere dell’eruzione. Anche i focolarini sono partiti da Tagyatay, tranne alcuni che hanno voluto rimanere accanto alla “loro” gente.

Personalmente ho vissuto quattro rivoluzioni in Asia, con i militari giù nelle strade. La notte era in vigore il coprifuoco e da lontano si sentivano gli spari, a poche centinaia di metri: io giravo con un motociclista locale, a fari spenti, per poter scrivere un articolo. Ma rivoluzioni e pallottole sono una cosa, dietro c’è la persona umana, mentre un vulcano che esplode sotto i piedi è decisamente un’altra situazione, molto più pericolosa. I vulcani filippini sono autentiche bombe atomiche, che esplodono con una violenza inaudita: il più noto, nel 1991, è stato il monte Pinatubo, che dopo 500 anni, il 15 giugno, aveva sventrato una montagna in pochi secondi e le sue ceneri miste a pietre erano salite fino a 32 km di altezza, ricadendo poi e lasciando sul terreno un totale di 722 morti con 200 mila persone senza tetto.

Il vulcano Taal visto da Tagaytay
Il vulcano Taal visto da Tagaytay

Il vulcano Taal, da domenica 12 gennaio, ha già devastato le zone circostanti, uccidendo flora e fauna e costringendo decine di migliaia di migliaia di persone a evacuare. Entro un perimetro di 14 km dal cratere, il governo filippino ha ordinato l’evacuazione. Tutti, sono partiti, o quasi. I più poveri,  chi non ha dove andare, sono rimasti. Alcuni esponenti dei Focolari, che hanno un importante centro nella città di Tagaytay, la Mariapolis Pace, sono voluti restare, tra cui un amico di una certa età, che è rimasto nonostante ceneri e pericolo. Perché l’ha fatto?

Tagaytay

Assieme a lui, altri membri del focolare non hanno voluto andarsene per rimanere a fianco della gente, ai più poveri; tanti piccoli episodi commoventi testimoniano la “stoffa” di cui sono fatti. «È il momento di dire con la vita quello che crediamo», dicono al telefono.

Tagatay 2

Si fa fatica a pensare a quegli amici che potrebbero saltar per aria da un momento all’altro, all’aria mefitica che respirano, ancora dannatamente nociva, un misto di sostanze chimiche, frammenti di polvere mista a minerali, micidiale per i polmoni. Eppure sono rimasti, in mezzo alle piantagioni di ananas della zona ormai devastate dalla cenere che arriva fino a 15 centimetri.

 

Tra i miei amici c’è pure un medico svedese che si occupa dei pazienti più piccoli, e c’è una giovane italiana che si è appena trasferita nella cittadella e continua a distribuire cibo ed acqua ai vicini di casa. Altri semplicemente fanno la spola con Manila, e aiutano coloro che vogliono sfollare ma non ne hanno i mezzi. Delle famiglie aprono le loro case a chi non ha più un alloggio: confortano, riscaldano i cuori e riempiono gli stomaci. E non mancano dei giovani che scendono a valle col camion verso Silang, la cittadina più vicina a Tagaytay, per comprare acqua e cibo, per rifornire chi è rimasto, fino a terminare la benzina. Insomma, nessuno se ne sta tranquillo.

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I militari di stanza nella regione osservano e lasciano fare i focolarini e sotto sotto gli ammirano: «Noi abbiamo un comandante che ci obbliga a stare qui, ma loro no. Forse chi sta impartendo loro direttive è uno davvero in alto», commenta un militare. Torna in mente una frase di Virgilio dall’involontario sapore evangelico: «Tutto vince l’amore», un verso che Chiara Lubich, di cui quest’anno si celebra il centenario dalla nascita, soleva ripetere. Come oggi se lo ripetono i miei amici di Tagaytay.

 

 

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