Una carta del prete

Quale modello per la vita e la missione del sacerdote oggi? L'esempio di don Cosimino Fronzuto, testimone di unità.
La "carta" del prete
Fu ordinato prete nel 1963, proprio mentre il Concilio Vaticano II tracciava un nuovo profilo della Chiesa popolo di Dio e, al suo interno, delle varie vocazioni, carismi e ministeri. Sacerdozio compreso. Da una visione più gerarchica e piramidale, si passava ad una visione comunionale.

La sperimentazione di questo modello non è stata e non è facile: in questi anni; però, pur tra mille difficoltà, una nuova figura di prete all’altezza di ciò che oggi lo Spirito dice alla Chiesa ha cominciato a mostrare, con discrezione ma insieme con nitidezza, il suo volto.

E proprio don Cosimino Fronzuto, con la sua perseverante intelligenza, evangelica semplicità e coraggio profetico, ci può aiutare a tratteggiare questo volto. A leggere le pagine della sua vita e degli scritti che ha lasciato, è persino possibile tracciare una sorta di “carta del prete”.

 

Senza “se” e senza “ma”

 

Il prete è un cristiano che segue Gesù credendo, senza “se” e senza “ma”, all’amore del Padre. Ciò, mi si potrebbe dire, vale per ogni cristiano. E in effetti è proprio così: il Vaticano II c’insegna che l’essenza della vita cristiana, per tutti senza distinzioni, è seguire Gesù. Non c’è chi è chiamato a seguirlo più o meglio, e chi è chiamato a seguirlo meno o peggio. Il Vaticano II parla di «vocazione universale alla santità». Seguire Gesù significa credere, e cioè affidarsi del tutto e per sempre a Dio che è Abbà, e cioè amore, e fondare la propria vita su questa roccia: credere all’amore di Dio, vivere, testimoniare, irradiare questo amore.

Certo, ciascuno lo farà seguendo la via da Dio per lui tracciata nel suo amore personalissimo. Questo il primo segreto della straordinaria riuscita dell’essere prete oggi di don Cosimino: aver centrato in pieno la sua vocazione in quel Dio amore di cui Gesù ci rivela il volto.

 

Comunione e dialogo

 

Il prete è poi l’uomo della comunione e del dialogo. È cioè l’uomo che, su mandato di Gesù e lasciandolo vivere in sé, tesse rapporti di unità tra gli uomini e le donne con Dio e tra loro. Di null’altro, a guardare bene le cose, ha da essere testimone e maestro il prete, se non di questa unità.

Ma per esserne maestro credibile ed efficace, ha da esserne prima testimone: e cioè uomo lui per primo di comunione, a tutti i costi, con tenacia, convinzione, senza infingimenti e carrierismi. Comunione col vescovo e coi confratelli presbiteri in primis, per poter essere costruttore di autentica comunione nella propria comunità.

Che ciò sia stato la spina dorsale dell’essere prete di don Cosimino, anche a caro prezzo, è sotto gli occhi di tutti. E quasi sembrerebbe che il Padre abbia voluto apporre il suo sigillo su questo stile di ministero: quando, ormai agli sgoccioli della sua vita, l’ha fatto incontrare con Giovanni Paolo II in visita a Gaeta per potergli esprimere con forza la sua preghiera e sostegno per il suo ministero di unità universale.

Ma, proprio perché uomo di comunione, il prete è insieme uomo di dialogo: senza frontiere, a 360 gradi. Senza dialogo – che non è irenismo o compromesso, ma «farsi tutto a tutti», «giudeo coi giudei, greco coi greci», secondo le parole dell’apostolo Paolo – oggi non c’è missione.

 

Amore organizzato

 

L’amore organizzato è un altro dei cardini del sacerdote del Vaticano II. Sì, l’amore, innanzi tutto, come principio, forma e obiettivo ultimo di ogni azione e iniziativa pastorale. Ma l’amore che prende forma, che si organizza, che è attento alle situazioni concrete, che crea, prende posizione in tutti gli aspetti della vita personale e comunitaria.

Don Cosimino, in questo, è stato geniale interprete dello Spirito e ha saputo mettere a profitto dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo tutti i mezzi più moderni, almeno al suo tempo: dal ciclostile alla stampa, dal telefono alla radio, nella catechesi, nella pastorale familiare e in quella sociale, nella formazione dei bambini e dei giovani e nel vasto campo della cultura.

«Cominciai cercando di far diventare ogni mio contatto con le persone un momento di Dio, un’occasione per amare, per stabilire rapporti veri, vedendo Gesù in ognuno di loro senza distinzione. Notai subito che, quando mi mettevo nell’amore, qualcosa passava da me agli altri. Un mezzo speciale di penetrazione è la testimonianza delle scelte che si fanno dinanzi ai problemi concreti che, in determinati momenti, interpellano tutti. Nel 1978-79 ci facemmo carico del problema della casa. Nell’ottobre del 1983, di fronte al rifiuto che la nostra città opponeva all’accoglienza dei terremotati di Pozzuoli, prendemmo posizione in chiesa e in piazza discutendo con tutti sulle esigenze della nostra professione di fede che ci impegna anche in campo sociale. Tutti vedevano che per noi la fede in Dio Padre significa anche costruire la fraternità universale e la pace tra gli uomini. Oggi dobbiamo dire che la nostra prima radio trasmittente, la nostra prima lettera, il nostro primo ciclostile fu e resta l’amore scambievole».

 

Altro Gesù

 

Infine, il prete, come ogni cristiano, ma in modo tipico e insostituibile, deve essere un altro Gesù.

Ciò significa, certo, che il prete agisce in persona Christi quando pone quegli atti che oggettivamente edificano la Chiesa corpo di Cristo e perciò, in virtù dell’ordinazione presbiterale ricevuta, proclama la Parola, celebra l’Eucaristia, guida in comunione col vescovo la comunità che gli è affidata. Ma ciò diventa tanto più esistenzialmente efficace quanto più egli in sé fa vivere Gesù, così da poter giungere a dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Don Cosimino scrive: «La lavanda dei piedi è stata per me fondamentale. Perché lui lo ha fatto, dovrò ripeterlo anch’io per gli uomini di queste generazioni. Dignità sublime! Ma Cristo nella sua dignità divina depone le vesti e lava i piedi. Io, prete, ripeterò Cristo, spogliandomi della mia onorabilità falsa cui tengo, e mi avvicinerò agli uomini per portare loro la lavanda dei piedi, la redenzione. Laverò i piedi in confessionale, in ospedale, dicendo messa, curando i poveri, i vecchi. Ma dovrò spogliarmi. Questo è l’essenziale».

È questo il tratto qualificante e luminoso di tutta la sua esistenza sacerdotale. Sino al culmine rappresentato dall’ultimo periodo della sua vita, che si trasforma in un evento misterioso di assimilazione totale al sacrificio di amore di Gesù sulla croce, che coinvolge anima e corpo.

Con intensi accenti mistici, egli scrive: «L’amore di Dio su un’anima è assimilante. Ciò che avviene sul piano dello spirito deve avvenire anche su quello della carne. In altre parole Dio vuole glorificarci tutti, e il suo lavoro consiste in quello che già osserviamo in Gesù: oscuramento, tentazione, agonia, morte e, prima della morte, l’abbandono del Padre. Quando soffro, quando soffriamo, Gesù soffre in noi. Si soffre in due, si ama in due, si muore in due (o meglio, si spira in due l’ultimo atto d’amore possibile sulla Terra). Lui solo era solo nel far questo. Noi abbiamo lui in noi, con noi, per noi… E Maria che fa? Maria fa la desolata sotto la croce: fa da madre che offre il figlio, me-figlio, me-Gesù, e si prepara ad allargare ancora la sua maternità per via della nostra morte-dono».

 

Indicendo un “anno sacerdotale”, Benedetto XVI ha detto a chiare lettere che «Dio è la sola ricchezza che, in definitiva, gli uomini desiderano trovare in un sacerdote». Ciò diventa realtà misteriosa ma tangibile quando il prete si fa testimone di quella presenza di Dio alla storia che è Gesù vivente e operante nell’amore tra “due o più riuniti nel suo nome” (cf. Mt 18,20). Lì è la Chiesa. Espressione efficace di tutto il popolo di Dio in comunione col papa, i vescovi, i molteplici carismi dello Spirito e gli innumerevoli cammini di servizio all’uomo nella vita di tutti i giorni e negli ambiti più diversi della vita sociale. Come ha testimoniato don Cosimino.

 

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Don Cosimino Fronzuto

 

Nasce a Gaeta il 5 settembre 1939, da una famiglia di fede profonda. Ordinato sacerdote nel 1963, è vice rettore nel seminario diocesano, assistente di Azione cattolica e, dal 1967 al 1989, parroco nella parrocchia di San Paolo fino alla morte.

L’incontro con la spiritualità dei Focolari è la scoperta della vita che si sprigiona dalla Parola vissuta. Da allora, instancabilmente e con grande concretezza e originalità, diventa testimone di amore evangelico e unità per la comunità parrocchiale, la diocesi e la realtà sacerdotale del movimento. Testimonianza che tocca il suo culmine durante la malattia che, in pochi mesi, lo consuma rapidamente.

Il suo stile pieno d’attenzione verso tutti, in particolare gli ultimi, modella una comunità che puntando solo a vivere il Vangelo dell’amore, si fa segno e profezia per la Chiesa e la società.

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