Umanesimo, sì, ma come?

 

Si risente oggi qua e là riparlare di umanesimo, nel mondo ecclesiale e in quello civile. E ce n’è motivo. Il rischio però è che si rimanga a ciò che questa parola evoca di grande e anche fascinoso, nella storia che ci precede, senza guardarvi dentro facendosi interpellare dalle acute sfide del presente. Come qualcuno ha detto, non si tratta di conservare e passare di mano in mano la cenere, ma la brace incandescente che c’è sotto: per sprigionarla a nuova fiamma soffiandovi sopra con energia.

Tanto più quando la coltre della cenere è così spessa che sembra soffocare la brace e quando la brace con cui si ha a che fare è quella accesa dal Vangelo di Gesù: il figlio dell’uomo che è il Figlio di Dio. È questo il formidabile paradosso che tiene acceso il fuoco dell’umanesimo cristiano: il figlio dell’uomo che è il Figlio di Dio. Un paradosso che non indora semplicemente con una patina d’impalpabile soprannaturale l’umano, ma definisce lo straordinario evento dell’umanesimo di Gesù: l’umanesimo che Gesù stesso in persona è.

Certo, non è un umanesimo maneggiabile con le sole nostre forze! Occorre innanzi tutto fermarsi un attimo. E imparare di nuovo a guardare dentro di sé. Per riscoprire il paesaggio dell’interiorità come quello in cui il nostro io (col suo mistero e il suo destino) abita presso di sé nel momento stesso che abita fuori, e oltre sé. Socrate e Platone lo sapevano bene. Come lo sapeva Seneca. Eppure l’umanesimo del figlio dell’uomo che è il Figlio di Dio ha dischiuso un orizzonte nuovo.

Prendiamo la struggente esercitazione dell’anima di sant’Agostino quando coniuga la fuga da solo a solo, in cui culmina la ricerca di sé nella mistica di Plotino – l’ultimo grande saggio della Grecia antica –, con l’esperienza e l’intelligenza spirituale di Gesù che i Vangeli ci restituiscono intatte e freschissime nel suo canto di lode e gratitudine: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11, 27).
Riscoprire il paesaggio impervio ma vivido e corroborante dell’interiorità significa scoprire che il segreto del proprio io è custodito in questo oltre: nel conoscere di essere conosciuti, e voluti, e desiderati, e fasciati anche nelle più intime e dolorose ferite. Il luogo dell’interiorità – lo sapevano gli antichi – non è deserto, è misteriosamente abitato. Ma con Gesù l’ospite misterioso che vi abita ha preso un volto.

Il fatto sul quale non si riflette abbastanza è che l’Apostolo Paolo e Agostino, quando fanno esperienza del proprio io, nella fede fanno la stessa esperienza di Gesù: essere conosciuti come figli da Dio conoscendo così Dio da figli veri come Padre. Di sé e di tutti. È questo il capovolgimento che decide il nuovo gioco dell’interiorità come radice dell’umanesimo che di qui innanzi si è chiamati a giocare.
Ricordiamo l’episodio descritto da Agostino nel libro settimo delle Confessioni. Quando egli apre a caso – sollecitato dall’invito di un canto – l’epistolario paolino deposto sul tavolo nel giardino in cui si trova. Vi legge allora l’invito struggente dell’Apostolo: «Rivestitevi di Cristo!». È l’annuncio dell’umanesimo di Gesù: siate uomini e donne come Gesù. Per Agostino, raggiunto e rapito dalla grazia, ciò significa di qui innanzi vivere in-Gesù, vivere di Gesù. E così entrare nel rapporto con il Padre che Gesù vive. Sino a sperimentare con Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2, 20).

L’interiorità dell’anima, radice dell’umanesimo cristiano, si rivela nella carne di Gesù, il Figlio di Dio che s’è fatto figlio dell’uomo. Quella carne che grida dalla croce a nome di noi tutti e che, spalancando l’interiorità dell’anima di Gesù sull’amore smisurato del Padre, la spalanca sul mondo intero. Dilatando l’interiorità dell’io nell’esteriorità dell’incontro con la carne d’ogni prossimo: come un tu che è anch’egli un io baciato dall’amore del Padre.

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