Sulle strade del Giro

“Oggi, a sessant’anni, faccio l’assicuratore e mi occupo di pubbliche relazioni per la Bianchi, la fabbrica di biciclette – esordisce Felice Gimondi -. Ma, se potessi tornare indietro, tornerei a fare il corridore “. Suggerisce infatti: ai ragazzi che amano questo sport dico che è troppo bella la bicicletta. Ai genitori e ai direttori sportivi darei un consiglio: lasciate che i più giovani si sfidino, come ognuno si sente di fare, senza tatticismi o giochi di squadra. E questo è il modo migliore per prepararli al futuro: abituarli ad avere il vento in faccia e non stare sempre in pancia al gruppo per far la volata o altro”. La passione per le due ruote gli è rimasta nel sangue, come ai tempi di una delle sfide memorabili fra lui e Motta, uno dei dualismi sportivi che, dopo Coppi e Bartali, più hanno acceso l’entusiasmo dei tifosi nostrani. Un ingrediente che manca al ciclismo italiano? “Manca al ciclismo in generale: per tanti atleti che sono stati protagonisti fino ad aprile, qui finisce la prima parte della stagione. Si gira pagina e vengono in luce quelli che hanno preparato il Giro. Oggi vengono meno i continui scontri diretti di una volta: il tifoso, cui viene a mancare il “cavallo di razza”, non riesce più ad appassionarsi come prima”. Esiste anche un certo livellamento di valori? “Forse, ma è la specializzazione che rende un ciclista non più competitivo per una intera stagione. Ai miei tempi c’erano atleti che correvano ogni gara, da primavera ad autunno, passando per Giro e Tour, magari vincendo in mezzo anche il mondiale. L’unico duello rimasto è Armstrong-Ullrich. Ma occorrerebbe cambiasse, almeno una volta, l’ordine di arrivo”. Lei è l’atleta che più volte è salito sul podio finale del Giro (nove volte, tre vittorie), ma indossando “solo” 23 volte la maglia rosa contro le 78 di Merckx, passando per quello che conquista all’ultimo la maglia di leader. Era una tattica? “Il paragone con Merckx diventa difficile: lui ha vinto cinque Giri e cinque Tour. Io sono sempre stato un atleta di fondo: riuscivo a far bene quando le tappe cominciavano a farsi sentire nelle gambe e la corsa entrava, sotto il profilo altimetrico, nella parte più dura”. Nel ’69 vinse il Giro dopo la squalifica per doping di Merckx a Savona, a otto tappe dalla fine. Lei non volle indossare la maglia rosa, se non alla fine, a Milano. Quale significato? “Di solidarietà nei confronti di un collega che era per me un amico, prima che un atleta avversario. Sono episodi sempre molto impegnativi da giudicare, anche se è giusto che ci siano i regolamenti e che, se si violano, si debba pagare”. Ma lei era davvero convinto che Merckx fosse innocente? “Ho seguito la logica della solidarietà. Se vogliamo essere onesti, la coscienza trasparente al cento per cento sono stati e sono in pochi ad averla o nessuno. Per questo faccio un augurio a Pantani, che riesca, se non proprio a dominare come prima, almeno a lottare ancora per un podio”. Sono passati trent’anni da quella tremenda sera, con le immagini di Merckx che piange sconsolato, ma il problema doping getta ancora ombre sul ciclismo, uno degli sport più straordinari da raccontare per le vicende atletiche ed umane dei suoi protagonisti. “Viviamo in un clima di esasperazione, che fa perdere di vista quelle logiche che rendono importanti certe cose e non altre nella vita. Corriamo tutti: a volte ci si dovrebbe fermare e riflettere. Questa esasperazione dello sport fa perdere la solidarietà nei confronti di un collega solo per arrivare ad un risultato”. Lei ha una ricetta? “La federazione internazionale già sta facendo una poderosa battaglia, che porterà ad un numero sempre maggiore di controlli a sorpresa, ma fin quando continueremo a perseguire solo la cima della piramide non arriveremo mai all’obiettivo: vanno soprattutto informati i giovani e vanno perseguiti questi pseudotecnici o preparatori nelle categorie minori, con controlli sistematici ogni domenica, tenendo d’occhio chi guida un ragazzo risultato positivo…”. Siamo alla partenza del Giro: come giudica il brillante inizio di stagione dei nostri atleti nelle grandi classiche d’apertura? “Siamo ritornati ai vertici del grande ciclismo. Mi auguro che questo momento continui, ma soprattutto che in questo Giro si parli di corse non di altre questioni”. Chi mette fra i favoriti? “Casagrande, Simoni e Garzelli. Fra i giovani Di Luca e Figueras. Attenti allo spagnolo Casero, non perché corre su biciclette Bianchi, ma nel 2001 ha vinto la Vuelta e si presenta al Giro con una squadra agguerrita, un elemento importante, specie nelle prime dieci tappe”.

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