Non si tratta di un singolo episodio di cronaca nera, ma della strategia mirata al controllo mafioso del territorio.
È ciò che sta avvenendo a Roma nel quadrante est della Capitale, dove, a partire da maggio 2026, si sono registrate ben 13 esplosioni non solo davanti ad esercizi commerciali ma anche all’interno di condomini privati.
Senza cedere a semplificazioni sulfuree di certe serie televisive come Suburra, che raccontano di una metropoli dove non splende mai il sole, è nota in città una diffusa presenza malavitosa che controlla le piazze di spaccio della droga e solitamente agisce silenziosamente nel riciclaggio di capitali mafiosi in attività legali.
Secondo il coordinamento romano di Libera, rete di persone e associazioni contro le mafie, le esplosioni ricorrenti di ordigni nei centri abitati sarebbero il segnale di uno scontro tra clan rivali dopo il vuoto di potere che si è venuto a creare con l’arresto da parte delle forze dell’ordine dei «vertici dei gruppi legati a Michele Senese, Leandro Bennato e Giuseppe Molisso», storicamente radicati a Tor Bella Monaca, Quarticciolo e Tuscolana.
Secondo il criminologo Vincenzo Musacchio intervistato da Rainews24 occorrerebbe censire e controllare «gli esercizi commerciali “chiave” spesso usati come teste di ponte per il riciclaggio o per nascondere i proventi illeciti».
Il caso rivelatore dell’azzardo
Tra queste attività vi sono ovviamente le sale scommesse e i luoghi diffusi dell’offerta legale del circuito dell’azzardo, che sono un esempio eclatante della carenza di gestione degli spazi pubblici in Italia. Prima ancora di mettere in piedi un costoso sistema di sorveglianza occorrerebbe, infatti, riconsiderare la normativa vigente che incentiva la presenza di negozi dell’azzardo di massa in territori spesso abbandonati dove tali attività commerciali costituiscono l’unico “punto luce” acceso fino a tardi.
Eppure, numerosi rapporti della Direzione nazionale antimafia parlano del fisiologico legame che si instaura intorno a tali centri dell’azzardo legale con la filiera del sovraindebitamento e dell’usura, come dimostra anche la crescita dei negozi dei compra-oro.
I concessionari del cosiddetto “gioco d’azzardo” sono grandi società di capitali con interessi diversificati in campo finanziario e anche immobiliare. Sono capaci di esercitare perciò una tale pressione politica che ha impedito finora di adottare limiti severi all’offerta incentivata di una pluralità crescente di prodotti targhettizzati per tipologia di utente. Come testimoniano, ad esempio, i pochi assistenti sociali presenti nelle periferie, i gratta e vinci come il bingo (in pratica una super tombola) esercitano una forte e troppo spesso invincibile attrattiva per i pensionati anziani che cadono nella trappola.
Il caso emblematico dell’azzardo di massa, confermato ormai dagli studi sociologici sulle slot town come ad esempio la via Tiburtina a Roma, è rivelatore di un fenomeno più esteso che coincide con la fine della città pubblica, imperniata sui beni comuni, e la conseguente cessione di fatto della sua gestione agli interessi privati.
La città mercificata
In questo senso la vera rigenerazione urbana, come osserva Carlo Cellamare, direttore del Laboratorio di Studi Urbani «Territori dell’abitare», deve prevedere interventi sul patrimonio immobiliare che siano orientati a rendere possibili iniziative culturali e sociali e cioè potenziare i servizi per gli abitanti, il rilancio dell’economia di prossimità e il welfare locale. Cellamare, ordinario di urbanistica alla Sapienza di Roma, denuncia da sempre la mercificazione della città, operata dai grandi fondi immobiliari, come causa scatenante la crisi abitativa con la crescita dei prezzi delle case oltre che del mercato degli affitti. Un fenomeno che produce un impoverimento delle famiglie fino alla loro espulsione di fatto dai centri urbani dotati dei migliori servizi.
Si comprende perciò il motivo che spinge Libera a sostenere la cosiddetta antimafia sociale, quella cioè che non chiede l’illusoria sicurezza dei mezzi blindati nei quartieri sempre più desertificati di luoghi di incontro reale tra le persone. Alla mafia si può resistere solo con una comunità che ha accesso a scuole aperte anche di pomeriggio, a biblioteche pubbliche, a luoghi di cura e presidio della salute aperto a tutti, di forme di lavoro dignitoso e non di ricatto.
Una comunità che resiste
Per dare un segnale in questo senso e affermare che le mafie si nutrono dell’abbandono della città alla speculazione e alla mercificazione, Libera ha promosso manifestazioni pubbliche molto partecipate, con l’adesione di oltre 50 associazioni, come quella che si è svolta il 14 ottobre a piazza Malatesta, nel quartiere Prenestino.
Roma non è infatti un deserto. Esiste un coordinamento di realtà impegnate sulla questione della casa e del diritto alla città riunite nel social forum dell’abitare. Segnali di resistenza che cercano di rispondere a dinamiche profonde emerse nel rapporto sulla complessa metropoli promosso nel 2024 dalla diocesi di Roma sotto la spinta di papa Francesco.
In quel documento, esposto pubblicamente nella basilica di San Giovanni in Laterano e consegnato nelle mani dei rappresentanti delle istituzioni, ci sono denunce circostanziate formulate ad esempio dall’avvocato Daniele Leppe: «Sembra di assistere ad una sorta di tacito patto sociale in questa città. Nei quartieri poveri della capitale viene lasciata vita facile alla criminalità organizzata più invadente, per consentire agli abitanti della “Roma bene” di vivere in tranquillità».
A partire da questa consapevolezza della contraddizione tra la città reale e quella da vetrina, adatta al suo ruolo nazionale e internazionale, può forse trovare spazio un percorso simile a quello promosso nel 1974, al tempo di don Luigi Di Liegro, sulle attese di carità e giustizia nella città di Roma.
