Quelle macchie sulle tute olimpiche

Presentato il rapporto Fair Play sui diritti umani violati nella filiera di confezionamento degli articoli sportivi. Per non restare indifferenti
Stabilimenti in Medio Oriente

Messi in fila fanno una certa impressione. Herbert Hainer di Adidas, Mark Parker di Nike, Rob DeMartini di New Balance e, a seguire, tutti gli altri. Sono i nomi dei Ceo, chief executive officer, cioè gli amministratori delegati delle maggiori società di produzione dei capi d’abbigliamento per lo sport. Si rivolge a loro la campagna di pressione per il rispetto dei diritti umani dei lavoratori delle immense fabbriche dell’Estremo Oriente, da cui proviene la costosa merce che riceverà una nuova esposizione pubblicitaria con le Olimpiadi di Londra.
 
Alla vigilia di ogni grande evento, il coordinamento Play Fair, che mette assieme le federazioni sindacali internazionali e le organizzazioni non governative a difesa dei diritti umani, promuove l’indagine a campione sulle condizioni di lavoro delle aziende legate alla filiera dei grandi marchi. Quest’anno si tratta di 10 fabbriche di abbigliamento sportivo distribuite tra Cina, Sri Lanka e Filippine. Purtroppo resta confermata la situazione del settore, dove si riscontra, secondo il rapporto, una «violazione dei diritti umani sia nella catena di fornitura olimpica che in quella generale delle multinazionali».
 
Una macchia che andrebbe tolta con l’impegno congiunto del movimento olimpico assieme alle sigle del settore tessile sportivo. Solo per fare un esempio, in Sri Lanka, secondo l’indagine “Fair Games”, alcuni lavoratori devono sopravvivere con un salario «poco sopra la soglia ufficiale di povertà stabilita dalle Nazioni Unite e con appena il 25 per cento del salario che permetterebbe ai lavoratori di vivere dignitosamente». Anomalie significative si registrano per quanto riguarda i picchi di lavoro straordinario, le condizioni di sicurezza e i diritti sindacali. Nulla di nuovo, se non l’ennesima riproposizione di un’istanza ripetuta ad ogni occasione che non riesce a trovare uno spazio adeguato di dibattito e conoscenza. Si resta molto lontani dal rispetto degli standard del codice di condotta (Ethical trading initiative base code), adottato dal Comitato organizzatore dei Giochi olimpici e paraolimpici di Londra (Locog).
 
Secondo le organizzazioni sindacali internazionali che promuovono la campagna  (l’International trade union confederation, l’International textile, garment and leather workers' federation), il codice non viene fatto rispettare, limitandosi ad un controllo formale facilmente prevedibile e aggirabile. Le richieste rinnovate da Fair Play entrano nel dettaglio della casistica dei rapporti tra i detentori del marchio e i produttori locali, ma chiamano direttamente in causa la responsabilità del Comitato olimpico internazionale (Cio), invitato ad immettere il principio del rispetto dei diritti dei lavoratori nella stessa Carta olimpica e nel codice etico del Cio. Un recentissimo rapporto (“Toying with workers' rights”) ha confermato gli stessi problemi con riferimento alla produzione dei gadget della manifestazione londinese, dai badge alle mascotte.
 
Chi volesse aderire e sostenere la campagna si può collegare al sito www.playfair2012.org.uk, anche se è chiaro che un “click” da solo non può bastare.
 
 

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