Quando batte un cuore nuovo

Quando si ferma il cuore si ferma tutto. Siamo su un treno che da Napoli va su fino a Trieste. Una buona parte dei passeggeri, diretti a Roma, sa bene che arrivati a Latina manca poco alla stazione Termini, una mezz’oretta e ci siamo. Mentre già si pregusta l’arrivo alla propria destinazione, ritardata di una buona mezz’ora rispetto al previsto, ci si accorge subito che l’attesa dovrà prolungarsi. Appena giunti in stazione ecco sbucare una barella, medici, polizia. Evidentemente qualcuno si è sentito male. Ben presto si capisce che è successo qualcosa di più grave: un signore diretto a Roma per sottoporsi ad un intervento non è riuscito ad arrivare in tempo. Era uno dei 649 cardiopatici italiani. Un infarto lo ha stroncato tra le cabine del vagone 10 di un intercity. Il treno non ripartirà tanto rapidamente per consentire tutti gli accertamenti del caso e qualcuno commenta che nella frenesia dei nostri giorni quel cuore che non batteva più ci ricorda che a un certo punto tutto può fermarsi di colpo. Un avvenimento di cui siamo testimoni proprio mentre ci apprestiamo a rievocare il ventennale del primo trapianto di cuore in Italia, un evento storico che ha salvato la vita a migliaia di persone. Lo facciamo col prof. Alessandro Mazzucco, attualmente rettore dell’università di Verona e direttore del Centro trapianti della città. Faceva parte di quella prima èquipe che effettuò il trapianto e, ancora con una certa trepidazione, ne ripercorre con noi le fasi. Quell’evento va inquadrato in un contesto che ha visto il concorso di una serie di circostanze, ci spiega. Anzitutto la decisione politica fortemente voluta dal ministro Degan di introdurre i trapianti d’organo in Italia, una volta che questi avevano dimostrato di aver raggiunto una ragionevole affidabilità. In questa direzione noi, come altri gruppi che avevano le carte in regola per poter iniziare quest’attività, ci eravamo seriamente preparati da tempo – continua -. A guidarci era stato il prof. Vincenzo Gallucci che, purtroppo, dopo pochi anni è venuto a mancare, ma che ha avuto indiscutibilmente il merito di volere con grande determinazione che questa operazione si attuasse. Nel settembre dell’85, poi, un cardiologo della provincia di Venezia, che era molto fiducioso in questa pro- spettiva, propone all’équipe padovana di seguire un paziente in condizioni terminali per una malattia cardiaca. Si trattava del ben noto Italio Lazzari, il quale sotto i nostri occhi deperiva a vista d’occhio. Fino a che non è arrivato il tanto atteso telegramma che comunicava l’avvenuto decreto ministeriale di autorizzazione del trapianto. L’altra coincidenza è stata che proprio quel giorno si è reso disponibile presso l’ospedale di Treviso un donatore, l’indimenticabile Francesco Busnello la cui famiglia, con un atto di coraggio che assume ancora più significato alla luce delle poche conoscenze di allora, ha deciso di dare la disponibilità al prelievo di cuore. Importante, infine, è risultata la collaborazione del vicedirettore sanitario dell’ospedale di Treviso che si è preso la responsabilità, in mancanza del direttore in quei giorni all’estero, di autorizzare dal punto di vista dell’ospedale, il prelievo dell’organo. Tutte queste sono state le circostanze che hanno reso possibile l’attuazione a Padova di quel trapianto. Non c’è dubbio che è stata un’esperienza indimenticabile, tuttora vivissima nella memoria. Ancora mi interrogo su come quell’intervento si sia svolto in maniera assolutamente coordinata, come se ci fosse stato un regista che scandiva i tempi di un copione. Credo che questo sia da riportare al fatto che mai una operazione chirurgica era stata preparata così nei minimi dettagli come quella. Il grande successo da cui è stata coronata penso sia stato positivo soprattutto perché ha consentito di rompere un diaframma di incredulità, aprire tutta una serie di prospettive che poi si sono veramente realizzate al meglio. In venti anni l’Italia ha raggiunto in Europa il primo posto in quanto a qualità di trapianti. Cosa è successo nel frattempo? Nulla di sensazionale o di miracoloso. È successo che questi italiani che sono sempre pronti a considerazioni vittimistiche, in realtà godono di una sanità migliore di quella che credono di avere. E questo riconoscimento internazionale non ne è altro che una testimonianza. Io ho sempre sostenuto che la qualità delle operazioni di trapianto è un indice della qualità generale di un determinato ospedale, di una struttura sanitaria. Il fatto che la qualità dei risultati dei trapianti di cuore in Italia è la migliore in Europa secondo uno studio fatto non da noi ma da un istituto tedesco di Heidelberg, significa semplicemente che le cose, anche in Italia, si fanno seriamente. Mi auguro che questo vanto, di cui possiamo essere orgogliosi, sia un indice di grande rassicurazione e conforto per i cittadini. Non possiamo però nasconderci che stiamo parlando di un’Italia che va a più velocità e che una persona che ha bisogno di un trapianto nelle regioni del sud forse ha complessivamente meno possibilità che un connazionale del nord. Questo si inserisce ovviamente nella articolata realtà sociale del nostro paese. Fa riflettere il fatto che gli otto centri autorizzati dal ministero nell’85, erano tutti del nord ad eccezione dei centri romani; non ce n’era nemmeno uno al sud. Questo non è più vero tant’è che a Palermo, a Napoli, a Cagliari, sono presenti delle realtà assolutamente consolidate, che chiaramente operano in situazioni ambientali completamente diverse, ma che offrono dei risultati di tutto rilievo. Ciò vuol dire che i progressi fatti sono enormi. Certo, che la sanità non sia identica in tutte le regioni italiane non è una novità, ma questo non significa che ad esempio in Sicilia ci sia solo malasanità, come certa stampa vuol farci credere, anzi proprio nei programmi di questa regione si intravede l’ipotesi di trapianti di isole pancreatiche che rappresentano una innovazione di grandissimo prestigio. Tutto questo va visto in un’ottica complessiva e anche dinamica… . Che prospettive ci sono in fatto di trapianti di cuore? Sarà presto possibile ricorrere con sicurezza a un cuore meccanico? Questo in effetti lo facciamo già abitualmente. A Verona abbiamo avuto un paziente che è sopravvissuto per sette anni con un sistema meccanico sostitutivo della funzione cardiaca. In relazione al grave squilibrio tra domanda e offerta di organi, questa soluzione del sostituto meccanico è una concreta prospettiva che deve essere oggetto di perfezionamento, quindi è aperta alla ricerca, ma già oggi è una reale possibilità offerta al pubblico, in alternativa al trapianto di cuore. Bisogna però stare molto attenti a non essere vittime di spinte di propaganda industriale. Sono ancora tanto lunghe le nostre liste d’attesa? Non sono lunghissime. La lista d’attesa nazionale è intorno ai seicento pazienti, dei quali probabilmente nel giro di un anno verranno operati la metà. Si calcola che la percentuale di pazienti che non riusciranno mai ad avere un trapianto di cuore sia dell’ordine del 20 per cento. Questo è comunque un passo in avanti perché venti anni fa la percentuale di pazienti che non giungevano a ricevere l’organo era almeno del cinquanta per cento. A cosa attribuisce questi risultati? Credo che ci sia una maggiore diffusione della cultura della donazione. Fino a qualche anno fa eravamo al penultimo posto davanti alla Grecia e oggi siamo, dopo la Spagna, la seconda nazione in Europa per numero di donazioni. Addirittura alcune regioni come l’Emilia Romagna ed il Veneto si collocano ben di sopra della media europea. Un altro dato significativo è quello che ci vede al penultimo posto in Europa per numero di rifiuti alla donazione. Quindi possiamo essere considerati tra le culture più generose rispetto a questo discorso. Non c’è dubbio che opere di diffusione e di informazione, di promozione culturale, la stessa attenzione che è stata suscitata nel ’99 dalla legge 91, hanno intensificato questa disponibilità e hanno sensibilizzato gli stessi ospedali periferici a rendersi disponibili per il prelievo di organi. Come dire, notizie che ci… rincuorano. In fondo è bello sapere che questo cuore può continuare a battere se, finché possiamo, lo aiutiamo a non fermarsi…

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