Professò non sono d’accordo, però mi è piaciuta

Facendo un po’ d’ordine in casa, fra i tanti libri accumulati erano emersi un centinaio di numeri di Città nuova, quindicinale a cui Antonio, un caro amico venuto a mancare di recente, ci aveva abbonato: un regalo lungo dieci anni. Che te ne fai? era la domanda di qualcuno dei miei. Ed io, quasi a mettere le mani avanti: Perché non li regaliamo invece di buttarli?. La replica: A chi vuoi che interessino delle riviste vecchie?. Il sospetto dei miei familiari era che stesse entrando in ballo il mio antico vizietto di conservare tutto: eredità psicologiche di una infanzia disagiata vissuta con quattro fratelli più piccoli. Ma io avevo ben presente quando, con alcuni amici, avevo distribuito gratuitamente Città nuova fuori di una chiesa nel corso di una iniziativa a favore dei carcerati, e come quelle riviste fossero risultate un dono per chi le aveva lette. Dono chiama dono – avevo sperimentato più volte -, che da qualche parte nel mondo può generare una corrente di solidarietà. Perché dunque non distribuire quelle riviste ai miei alunni dell’istituto tecnico romano dove insegno religione? Avrebbe fatto bene, a quei ragazzi, scoprire che esiste una cronaca bianca fatta di rapporti riconquistati dopo incrinature, litigi; di vite accolte, prese in carico dai mille volontari dal cuore d’oro di cui è costellata l’Italia; degli infiniti modi per diffondere i valori della fraternità; di situazioni familiari ricostruite; di comunità ricomposte; di opere realizzate per gli altri nello spirito della cultura del dare… Ma come presentare Città nuova senza che diventasse un’operazione di propaganda ideologica? Una mano me l’ha data la programmazione di quest’anno, che approfondisce il tema del senso della vita. Proprio per rispondere a certe domande fondamentali le religioni offrono strade in qualche modo simili. Anche se la maggior parte dei giovani oggi, forse in contrapposizione ad una certa religiosità omologata o borghese, le vede piuttosto come espedienti per chi non sa trovare da solo il bandolo della matassa della propria vita. Per questo, trovavo di grande utilità in Città nuova le testimonianze di giovani, di lavoratori, di gruppi, dove si evidenzia la straordinaria vitalità della fede. Quel Dio creduto impassibile o estraneo alla vita di ciascuno diventava – nelle vicende riportate – accoglienza, perdono, aiuto, presenza paterna e materna, condivisione, integrazione di culture diverse, speranza nella tragedia, fiducia nel futuro, gesti semplici d’ordinario eroismo. Per una settimana, ad ognuno dei ragazzi delle mie diciotto classi, ho offerto una copia del periodico accompagnata dall’invito (scritto) a leggere l’articolo tale o talaltro, evidenziando tutte le espressioni che rivelano un’esperienza d’amore nella vicenda raccontata e facendo un breve riassunto ecc.. In prima F, dove il clima è normalmente difficile, dopo la distribuzione non credevo ai miei occhi: colti di sorpresa, i ragazzi si sono subito immersi nella lettura. S’è creato un silenzio insolito, quasi surreale, tanto che poco dopo s’è affacciata la bidella preoccupata: È successo qualcosa? . Alla fine, commentando l’espe- rienza letta, un alunno che si dichiara ateo ha replicato: Professò, non sono d’accordo con chi l’ha scritta, però m’è piaciuta. In quarta I la quinta ora del sabato è dura, ogni volta faccio fatica ad impostare qualche tema impegnativo. Quella volta però si sono tuffati anche loro nella lettura delle esperienze proposte. Tra le varie reazioni, quella di un ragazzo che, uscendo dall’aula, si è fermato un attimo davanti alla cattedra, mi ha guardato e m’ha scandito un grazie. Gli ho sorriso e ci siamo capiti. Così ciò che mi ha accompagnato per dieci anni continua ancor oggi a produrre i suoi effetti, orientando a ciò che più vale. Pino Palocci – Aprilia Una insolita assemblea Mio figlio, rappresentante degli studenti nel mio stesso liceo, voleva organizzare un’assemblea d’istituto sul tema Tolleranza e pregiudizi nel- Desiderando invitare per il dibattito personalità di diverse fedi e culture, dietro mio suggerimento ha contattato l’imam della comunità islamica di Verona, amico dei Focolari, che si è reso subito disponibile a offrire la propria testimonianza. Era prevista anche la visione di un film che avrebbe dato lo spunto al dibattito. Non era facile trovarne uno adatto e in tempi brevi. Finché sul sito di Città nuova ho trovato una recensione accattivante de La seconda guerra civile americana. Scovare questo film è stata un’impresa, ma con la collaborazione di mia figlia ci siamo riusciti. Mancava tuttavia la cosa più importante, cioè la disponibilità di una sala che potesse contenere cinquecento ragazzi. E senza quella, addio assemblea, addio relatori! Molto amareggiato, mio figlio non sapeva più cosa fare… Ricordo che era un sabato ed io mi lambiccavo il cervello cercando una soluzione: quell’assemblea mi sembrava un’ottima occasione di confronto, di testimonianza… Capivo però che ci tenevo troppo, peccando di protagonismo; soddisfatta di avere tra noi persone di un certo calibro, forse avevo messo in secondo piano la cosa più importante, e cioè il messaggio che doveva passare attraverso questa iniziativa. E siccome si trattava di regno di Dio, ho affidato tutto a Gesù, gettando ogni preoccupazione in lui. Il lunedì seguente mi è venuto in mente di chiedere al mio preside l’autorizzazione a contattare l’assessore alla cultura di Legnago per chiedere la disponibilità del teatro Salieri, gioiellino architettonico restaurato di recente. Pur dubbioso (in altre occasioni aveva ricevuto un secco rifiuto), il preside mi ha dato il suo consenso. Per farla breve, abbiamo ottenuto il teatro per una cifra accessibile ai ragazzi. L’assemblea si è svolta con grande soddisfazione dei partecipanti. In particolare i ragazzi sono rimasti toccati dalla testimonanza dell’imam, nelle cui parole ho avvertito tanta consonanza con i nostri ideali: specie quando parlava di muri da abbattere per primi, senza aspettare l’iniziativa degli altri, o della necessità di mettere in luce ciò che ci unisce. Il suo intervento ha sfatato pregiudizi che, soprattutto nella situazione attuale, recano solo danno all’intera comunità. Emanuela Grechi – Rovigo Spiegando storia dell’arte Ripenso a Nino, un mio alunno di quarta liceo scientifico, diciotto anni appena compiuti. Un sabato sera era andato a letto con un forte mal di testa e la mattina seguente i genitori lo avevano trovato morto. Una tragedia per i suoi, ma pure per gli amici, i compagni di studio, i docenti… Anche per me, come sua insegnante ultima arrivata in quella scuola, la notizia era risultata un trauma. Poco a poco però, m’è parso di vedere sotto una luce diversa quanto era accaduto, e ciò grazie all’esperienza particolare vissuta con quel ragazzo. All’inizio dell’anno Nino arrivava sempre in ritardo, perché sottovalutava la mia materia, storia dell’arte. S’era anche rifiutato di studiare religione. Tuttavia, man mano che il tempo passava, sembrava ascoltare con più interesse le mie lezioni (tant’è che arrivava sempre più puntuale). E non solo lui: l’intera classe era diventata più partecipe, come quando si scoprono cose nuove. Lo studio dell’arte del Rinascimento diventava occasione quasi per un percorso di catechesi: analizzando infatti le varie opere, cercavo di sottolineare anche il messaggio evangelico che ci veniva da esse. Ogni lezione era attesa e partecipata. Nino poi era il più attento di tutti, con tanto d’occhi spalancati, come di chi è avido di sapere. Qualcosa, visibilmente, si faceva strada in lui. Tanti gli episodi del Vangelo a cui abbiamo accennato. Particolarmente bella la lezione su Maria interpretata dai vari artisti: in trono, fra angeli e santi, o ai piedi della croce; come pure quella sulla trasfigurazione di Gesù: Nino ne era rimasto oltremodo affascinato. Ma più di tutte mi porterò sempre nel cuore la lezione del mercoledì precedente la sua partenza per il Cielo, quando, spiegando la formella di Brunelleschi del concorso del 1401, ho presentato la figura di Abramo, toccando fra l’altro l’argomento della prova della fede. Non conoscendo l’episodio, Nino ha voluto saperne di più. Mi ha dato modo così di spiegare la Trinità come si è rivelata ad Abramo. L’ascolto in classe era altissimo, ma la lezione sembrava rivolta soprattutto a lui. Quest’anno mi sta piacendo studiare storia dell’arte ha ammesso poi, uscendo dall’aula di disegno. Quel giorno sono tornata a casa con una gioia profonda in cuore. Gioia che, pur nel dolore del distacco, si è rinnovata quando, al suo funerale, ho sentito dire dal sacerdote che due giorni prima della morte Nino gli aveva chiesto di ricevere la Cresima. Enza Maria Ignaccolo – Sicilia

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