Policrisi e politica fra spazio e tempo

Perché il controllo del tempo riguarda direttamente la democrazia. La velocità ci ha fatto implodere in un eterno presente, dove passato e futuro paiono dissolversi ed i confini non sembrano più capaci di proteggerci, tanto sono resi porosi dall’interconnessione.
Foto PEXELS
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Viviamo tempi di policrisi globale, come ha sintetizzato qualche analista: ambiente, economia, geopolitica, istituzioni sono tutti ambiti investiti da crisi, cioè fratture fra un ordine che sembrava faticosamente reggere e l’urto di un’onda che tutto scompagina, spiazza e disorienta.

È l’effetto Seneca, che all’inizio dell’era cristiana, osservava come a seguito di un miglioramento graduale, il peggioramento delle cose avesse invece un andamento repentino, mettendo in dubbio la prospettiva futura.

E significativamente “In cerca del futuro perduto” è il titolo del primo capitolo del saggio di Jan Zielonka, Democrazia miope. Il tempo lo spazio e la crisi della politica, uscito per Laterza lo scorso anno. Zielonka, professore di Politica e Relazioni internazionali a Venezia e Oxford, è nato nella Polonia comunista e ben conosce per storia personale confini e confinamenti. Non sorprende quindi la sua profonda analisi sulla dimensione spaziale della politica, come pure di quella temporale. Consideriamo spazio e tempo come dimensioni personali, mentre è la politica che crea la cornice delle nostre scelte, fin dalla notte dei tempi.

Lo stesso racconto biblico sui Dieci Comandamenti (Esodo 20, 9-10) appare uno dei casi più significativi di “cronopolitica”, ovvero di politica del tempo: “sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te”.

Ancora più evidente è lo strumento politico dei calendari: con essi la nostra vita viene rassicurata, tramite ordine, ritmo, struttura e stabilità,  e con rimandi a premesse simboliche: i cristiani contano gli anni intorno alla nascita di Cristo, i musulmani  all’esilio di Maometto e così via. Siamo circondati da orologi – anche se  la fisica contemporanea mette in discussione la piena misurabilità del tempo – che aiutano la cooperazione e la solidarietà umana tentando, per quanto possibile, di sincronizzare le nostre vite, dando un fondamento scientifico alla fondazione degli Stati moderni secondo il motto tedesco “un solo orologio per tutti”.

Il tempo, come ci mostra lo studioso polacco, è un bene democratico è come tale dovrebbe essere sottoposto ad una forma di sovranità che è ancora tutta da definirsi, pensiamo a tutto il dibattito sullo smart-working e al diritto alla disconnessione, alla conciliazione fra tempo di lavoro e tempo libero, al tempo in cui inizia e finisce la vita.

Sovranità che ci porta naturalmente alla dimensione politica dello spazio, in cui i confini sono lo strumento definitorio, determinano “le connessioni esistenti fra territorio, autorità, identità e diritti” usando le parole di Zielonka. I confini marcano la natura della proprietà, pubblica, privata, comune. Ci sono anche confini simbolici che governano le nostre plurime appartenenze, in spazi che sono ibridi, fisici e virtuali.

Sullo sfondo dei confini sta il potere di cui sono una manifestazione. E dato che il potere è consapevole che il controllo della mobilità fisica non è più sufficiente, invade i nostri spazi quotidiani governando i dati sensibili delle nostre esistenze.

Secondo Zielonka, questo processo rafforza il nostro bisogno di appartenenza e le conseguenti politiche identitarie. Tutto ciò ha una dimensione paradossale perché molte delle crisi che stiamo vivendo, a partire da quelle ambientale e migratoria, chiedono una capacità di interdipendenza che mal si combina con chiusure sovraniste, ma allo stesso tempo non può non tener conto della necessità di combinare diverse e articolate esigenze.

E qui di nuovo spazio e tempo si intrecciano. La velocità ci ha fatto implodere in un eterno presente, dove passato e futuro paiono dissolversi ed i confini non sembrano più capaci di proteggerci, tanto sono resi porosi dall’interconnessione.

Si pone insomma un tema tanto scontato quanto inedito di diritti minimi condivisi sullo spazio e sul tempo, per cui  Zielonka suggerisce “se vogliamo governare meglio tempo e spazio, abbiamo bisogno di abolire il monopolio esercitato dagli Stati sul processo politico”. Riprendersi spazi di futuro è un processo creativo, già in atto in tante espressioni della società civile, nei tentativi di innovazione istituzionale, nello sviluppo di nuove concezioni politiche che meglio rispondano alle fondamentali sfida antropologiche del nostro tempo.

 

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