«Odorata ginestra», tutta da riscoprire!

Potenzialità di una pianta la cui fibra, superiore ad altre più comunemente utilizzate, attende ancora di essere valorizzata tramite una produzione industriale. Le proposte di una ricercatrice
Ginestra da Perasdefogu, Sardegna. (Hans Hillewaert - Wikipedia)

Nomini la ginestra e subito, a chi come me ha fatto gli studi classici, viene in mente il poemetto omonimo di Giacomo Leopardi, vera summa della sua visione pessimistica di un mondo senza senso in balìa di una natura cieca, matrigna. Eppure proprio la ginestra, che cresce imperterrita nei territori più aridi e ostili, perfino sui campi bruciati dalla lava dei vulcani, avrebbe dovuto costituire per il poeta di Recanati un simbolo piuttosto di speranza, di sopravvivenza oltre ogni apocalisse.

Ma lasciamo le disquisizioni poetiche e andiamo a scoprire i pregi e le proprietà tessili della ginestra, vero dono della natura non solo per la bellezza e il profumo dei suoi fiori d’un giallo squillante, ma a motivo delle sue fibre ricercate fin dall’antichità dai popoli intorno al bacino del Mediterraneo, l’area cioè dove cresce spontanea questa leguminosa (Spartium junceum).

Lo facciamo sulla scorta di uno studio curato dalla dottoressa Luigia Iuliano, agronomo, divulgatore agricolo nonché direttore del Centro sperimentale dimostrativo dell’Arsac (Azienda regionale per lo sviluppo dell’agricoltura calabrese) con sede in San Pietro Lametino. Centro dotato, fra l’altro, di laboratori per l’estrazione degli oli essenziali dalle piante officinali e per la tessitura, dove su telai antichi e nuovi è possibile scambiarsi tecniche tradizionali e innovative.

Scopo di questo studio, focalizzato sulle proprietà tessili della ginestra più che su quelle cosmetico-odorose, è di prospettare le reali possibilità economiche di una filiera integrata che – mediante un procedimento facilmente esportabile per ottenere da questa pianta una fibra tessile –  possa produrre reddito per il riscatto dei territori interni ma soleggiati della Calabria, habitat ideale di questo “fiore del deserto”, per dirla ancora con Leopardi.

Prima però di arrivare a certe conclusioni, un excursus storico ci informa dell’utilizzo di questo arbusto per la produzione artigianale di cordami, reti da pesca e tessuti in genere dal più remoto passato fino all’Ottocento, epoca in cui vennero fatti diversi tentativi di industrializzazione sia in Italia che in altre nazioni europee, tutti però senza seguito a motivo dei problemi connessi alla raccolta delle “vermene”, ossia le ramificazioni della pianta nel primo anno di vita, le più adatte all’estrazione delle fibre perché verdi e flessibili.

In Italia la ginestra ebbe il suo periodo d’oro negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, sia per la scarsa disponibilità interna di materia prima alternativa, sia per l’instaurarsi di un regime di autarchia reso necessario dalle sanzioni economiche che impedivano, tra il resto, anche l’importazione della juta, fondamentale per la produzione di tele da imballo e sacchetti. (La storia sembra ripetersi con l’attuale guerra Russia-Ucraina, che sta costringendo i Paesi della Comunità europea a cercare altre fonti sostenibili di energia in sostituzione del carburante russo).

Nel tentativo di lenire il grave disagio sociale che ne derivava, il regime fascista, la cui politica tessile già negli anni Trenta aveva avviato una produzione industriale della fibra di ginestra, nel 1941 ne incoraggiò l’incremento con l’istituzione di una apposita Società. In quell’anno erano operativi in Italia 61 ginestrifici, di cui 16 in Calabria. Come per il lino, la canapa, la juta e il ramiè, anche per la ginestra il processo di lavorazione prevedeva, dopo la macerazione chimica delle vermene, la sfibratura, sfilatura e tessitura. La fibra ricavata – lunga, abbondante, uniforme e tenace, paragonabile a quella della canapa e di gran lunga superiore a quella del lino per morbidezza ed elasticità – poteva essere utilizzata anche per la produzione di tessuti misti con cotone e altre fibre naturali, nonché di pasta di cellulosa. Facevano parte di questa strategia i cosiddetti “treni della ginestra”, che percorrevano l’intera Penisola con impianti di estrazione collocati nei vagoni.

Finita la guerra, tuttavia, per la maggiore difficoltà di lavorazione di questa fibra rispetto ad altre, alcuni ginestrifici cessarono la loro attività, altri si convertirono in aziende tessili. Solo nell’ultimo ventennio si sono riaccesi i riflettori sulle potenzialità di questa pianta, senza però che abbiano avuto seguito, pur beneficiando di finanziamenti pubblici, i progetti finalizzati a costituire una filiera agro-tessile in Calabria, in modo da passare da un utilizzo domestico-artigianale ad un livello produttivo industriale.

Dei tre metodi di estrazione, sbiancamento e ammorbidimento sperimentati presso Il Centro lametino, quello in cui si è adoperata la soda caustica si è rivelato il più in grado di solubilizzare la lignina che tiene cementate le fibre. Si è poi provveduto al riciclo di questa soluzione minerale attraverso un processo di saponificazione. Vero problema, in vista di un utilizzo industriale, è proprio quello dello smaltimento delle acque utilizzate.

Come arrivare ad una produzione sostenibile di fibra di ginestra? Secondo la dottoressa Iuliano, «per avviare una filiera territoriale di produzione di filo di ginestra è sufficiente che più persone, più aziende agricole, associazioni, dello stesso contesto territoriale, lavorino a cicli estrattivi di limitati quantitativi di vermene, anche di soli 5 chili per volta. Tale quantità consente di utilizzare una comune lavatrice domestica come agevolatore per ridurre i tempi di estrazione della fibra e di riciclare, senza alcun problema, l’acqua di macerazione che contiene la soda caustica, attraverso il processo di saponificazione tradizionale. Anche i trattamenti di sbiancamento e di ammorbidimento possono essere effettuati con la lavatrice».

Lo stimolo per un utilizzo della fibra di ginestra? «Fare moda – conclude la Iuliano –. Fare moda significa infatti comunicare un ideale di civiltà, riproponendo motivi fondamentali dalla civiltà storica che, rielaborati in chiave moderna, possono generare suggestioni di “note originali”. Senza contare che ritornare alla raccolta delle vermene significa far rivivere aree territoriali oggi abbandonate, mentre la potatura delle piante ha come implicazione anche la pulitura dei sentieri di accesso alle zone di raccolta. Queste semplici operazioni rappresenterebbero inoltre una grande opera di presidio e prevenzione dagli incendi e difesa del territorio».

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