Nella terra delle croci nella pietra

Un Paese difficile da interpretare, segreto, dove “si deve” ritornare. Appunti da un itinerario in bicicletta.
Monastero di Noravank
Studente di filosofia alla Cattolica di Milano, nello studio del professor Giuseppe Lazzati, che all’epoca ne era il rettore, sfogliavo un prezioso volume dedicato all’Armenia, un Paese del quale conoscevo quasi soltanto il nome. Mi innamorai immediatamente di quelle immagini che ritraevano ruderi di antiche chiese o superstiti monasteri sospesi come aquile su canyon vertiginosi, al cospetto di alte montagne bianche di nevi e di ghiacci. «Un giorno o l’altro, ci andrò!», mi dissi.

Ora, a trent’anni di distanza, eccomi a pedalare nell’aria frizzante oltre la periferia di Erevan, abbagliato dall’apparizione del monte Ararat (5165 metri), scintillante sopra le brume dell’omonima pianura: un gigante che domina la parte occidentale del Paese.

Insieme a una trentina di compagni ciclisti, sto salendo al monastero di Geghard, così chiamato dal nome della lancia che trafisse il costato di Gesù, originariamente conservata qui, ora trasferita nel tesoro della cattedrale di Etchmiadzin. Ci arrivo con fatica e saturo di emozioni catturate per via: il luogo sacro, incastrato in fondo a una stretta gola, è composto da due chiese rupestri del XIII secolo circondate da alte mura che, per colore e solidità, si mimetizzano perfettamente con le montagne circostanti.

Briciole di turismo, qualche trascuratezza di troppo, ma ho la certezza che qui volevo arrivare, a queste concrezioni spirituali fatte pietra, a questi millenari silenzi densi di speranze e innumerevoli lotte, sia del passato che di un presente incerto. Sono sensazioni che si rinforzano ad ogni tappa della nostra avventura.

 

L’Armenia è un luogo quant’altri mai vario, composito, stratificato: montagne altissime, laghi – tra cui lo straordinario Sevan, un “mare” a circa duemila metri di quota, circondato da brulli crinali e pascoli magri per capre e cavalli –, foreste di querce e abeti, canyon, gole, dirupi, assolate lande semi desertiche e scarsi lembi di fertile pianura coltivabile in prossimità delle pendici dell’Ararat. Inoltre, convivono insieme due Armenie distinte: quella della capitale Erevan – una metropoli di oltre un milione e mezzo di abitanti, accogliente, con gente ben vestita e decine di rilassanti locali pubblici, più un buon numero di orrori urbanistici e architettonici di sovietica memoria, piuttosto ricca, che guarda decisamente verso Occidente, in via di rapida trasformazione – e quella della campagna povera e isolata, con paeselli fatiscenti arroccati sulle montagne o seminati nei fondovalle: la “vera” Armenia, questa rurale, arcaica, selvaggia. Due mondi quasi estranei l’un l’altro, che comunicano a fatica e a fasi alterne.

Noi, in bici, abbiamo attraversato tutte le province, tranne la più meridionale di Syunik, al confine iraniano, valicando passi deserti e ventosi, precipitando lungo vallate interminabili, percorrendo tratti dell’antica via della seta, quella che, per secoli, ha costituito la spina dorsale degli scambi non solo economici fra Oriente e Occidente.

L’ho intuito fin dalla prima passeggiata nel centro elegante e a tratti caotico di Erevan: l’Armenia è un Paese difficile da interpretare, segreto, che esige dall’occasionale visitatore un notevole sforzo culturale e riflessivo, com’è giusto che sia in qualunque angolo di mondo ci si porti. Il turismo “mordi e fuggi” qui combina sfracelli ancora più terribili di quelli abituali. È necessario calarsi fra le ombre umide e fredde dei vestiboli dei monasteri sperduti fra i monti e le brughiere; meditare fra le tombe dei padri fondatori (re, santi, vergini, artisti, poeti, musicisti…); sostare attoniti sotto le cupole delle chiese; sfiorare con mano rispettosa le molte, infinite khatchkar (croci intagliate nella pietra, spesso di raffinatissima fattura ed elaborata simbologia teologica), per poter lentamente abitare con senso questa antichissima nazione giunta fino a noi ferita a sangue ma viva, dopo essere sopravvissuta al terribile vaglio di una millenaria prova di pazienza e dolore, dibattendosi fra invasioni, eccidi, deportazioni, pestilenze, terremoti…

L’Armenia è un Paese in cui si deve ritornare. A me piace salutarla così, avvolta nella luce rosata di un tiepido tramonto ottobrino, dall’alto del vasto piazzale prospiciente le dodici lastre di basalto che, come petali di una gigantesca corolla, racchiudono la fiamma perennemente accesa in memoria delle vittime del genocidio degli anni 1915-23, sopra cui svetta un’impressionante guglia metallica di oltre quaranta metri.

La rivedo e sogno così: a Occidente, il sole ormai tutto calante, che di ultima luce sbalza la piramide immane e tenebrosa dell’Ararat di fronte a me, al di là di un confine tanto assurdo quanto ingiusto, che con la sua presenza alimenta e proietta verso il futuro incognito i desideri, le angosce e le gioie di un popolo autentico.

 

 

La prima nazione cristiana

 

L’Armenia è un minuscolo Stato (30 mila chilometri quadrati, come Piemonte e Valle d’Aosta riunite), indipendente dal 1991, allorché riemerse azzoppato dalle macerie dell’ex Urss, attualmente in non certo risolti rapporti politico-militari con le confinanti Turchia e Azerbaijan, sebbene, proprio negli ultimi mesi, non pochi siano stati i segnali e i passi effettivamente compiuti verso una (si spera) non troppo lontana normalizzazione. Da secoli ponte di passaggio fra Medio Oriente e Mediterraneo, da lì sono transitati, hanno guerreggiato, costruito e distrutto un po’ tutti: dagli assiri ai romani, dai persiani ai russi, dagli ottomani ai mongoli, da Alessandro Magno a Tamerlano.

Prima nazione cristiana (nel 301, il re Tiridate III converte sé stesso e il suo regno), l’Armenia ha saputo conservare una propria fortissima identità, edificata su alcuni robusti pilastri, rimasti miracolosamente in piedi fra guerre e sconquassi di ogni tipo: fede evangelica, lingua (creata ex novo nel 405 da Mesrop Mashtots), una propria particolare liturgia e singolarità istituzionale (dal VI secolo, la Chiesa armena è autocefala, appartenente alle cosiddette “monofisite”, cioè a quelle confessioni che non hanno accettato le conclusioni teologiche e dottrinali del Concilio di Calcedonia del 451), oltre ad un tenace senso di appartenenza culturale, etnica e socio-politica, tutt’oggi vivissimo, come abbiamo potuto constatare, in molti giovani conosciuti durante il nostro peregrinare.

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