Musulmani moderati?

È giusto, come fanno giornalisti, vescovi, intellettuali e gente comune, chiamare i musulmani che non appoggiano la violenza a smarcarsi dal gruppo e a denunciare i loro correligionari jihadisti?
Musulmani moderati © Michele Zanzucchi 2016

C’è stato mons. Stefan Oster, vescovo di Passau, che si è chiesto: «È possibile che i musulmani moderati siano “impercettibili e invisibili” a causa della loro “paura” nei confronti dei loro correligionari che impongono una “interpretazione letterale del Corano”?». E c’è stato Massimo Gramellini, che su La Stampa ha scritto, in un’ipotetica lettera ai musulmani moderati: «Facciamo un patto. Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano. Tu però devi passare all'azione. Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano. Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte. Pretendendo, tanto per cominciare, che nella tua moschea si parli la lingua che a scuola parlano i tuoi figli: francese in Francia, italiano in Italia. Senza di te perderemmo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che fra gli sconfitti ci saresti anche tu». Il web ha cominciato a reagire fortemente a queste dichiarazioni, soprattutto da parte di tanti musulmani. Vi invito in particolare a leggere la reazione della giornalista italiana e islamica Sabika Shah Povia (http://www.islamtorino.it/caro-gramellini-tu-non-sei-mio-fratello/).

 

La questione non è semplice, anche se potrebbe apparirci ovvia. Per vari motivi credo che l’aggettivo “moderato” non sia quello giusto. Provo ad elencarne alcuni, non esaustivi, semplicemente per continuare il dialogo quotidiano, o quasi, coi nostri lettori.

 

Primo, ad un cristiano impegnato, appioppereste la definizione di “cattolico moderato”? È una definizione semmai politica, attribuibile a un Casini o a un Giovanardi, ma non al cristiano che partecipa alla mensa dei poveri o prende posizione sul commercio delle armi, a quello che va in chiesa perché ci crede e non perché “così fan tutti”. Analogamente, non si può attribuire a dei musulmani veramente credenti nel Dio clemente e misericordioso tale etichetta. Ricordo, tra l’altro, che la distinzione moderati/fondamentalisti è sorta negli Stati Uniti nella prima metà del secolo scorso, a proposito degli evangelici che leggevano “alla lettera” la Scrittura.

 

Secondo, chiamare a raccolta i “musulmani moderati” vuol dire non considerare che gli islamici, la stragrande maggioranza, non è in nessun modo complice dei fanatici wahhabiti o salafiti, o qaedisti o del Daesh, ma semplicemente vittima. Non solamente perché sono molti più i musulmani morti sotto le bombe del Daesh che i cristiani. A Nizza sono stati trenta, più di un terzo delle vittime. I musulmani che frequentano le moschee in Italia, per restare a casa nostra, non hanno nulla a che vedere con tali terroristi e li considerano a loro totalmente estranei. Mai un’indagine giudiziaria ha trovato cellule terroristiche in una moschea (che non fosse un covo di fanatici), e i terroristi “patentati” o a “radicalizzazione rapida” che si richiamano al Daesh non sono frequentatori di moschee. Olivier Roy, grande islamologo francese, definisce questi terroristi dei “nichilisti”, non dei religiosi.

 

Terzo, le religioni sono oggetti difficili da maneggiare, perché portano naturalmente ad avere visioni globalizzanti della vita, semplicemente perché le danno un senso profondo, che tocca l’intimo. In ogni culto c’è la possibilità di assolutizzare i dettami della dottrina religiosa, portando certi fedeli ad essere radicali. Ci sono dei periodi storici in cui la politica usa la religione ai suoi fini, e allora vengono alla luce legioni di tali radicali che poco hanno di simile ai veri credenti. La piazza è il luogo delle processioni religiose ma anche il luogo delle rivoluzioni. Nessuna religione è indenne da queste letture. Fortunatamente la stragrande maggioranza dei fedeli rimane “equilibrato”, e sa bene che la religione è innanzitutto una via di conversione personale, che poi può diventare una via di “conversione sociale”. “Equilibrato” non è “moderato”.

 

Quarto, l’imam Kamel Layachi, rispondendo a Maria Chiara Biagioni del Sir, s’è così espresso, reagendo alla domanda sull’appello ai “moderati”: «Chi vive autenticamente la propria fede religiosa e i suoi insegnamenti, non può che essere una persona tesa all’incontro, al dialogo, alla condivisione, una persona che rispetta la sacralità della vita e la libertà di ogni persona. Questo è l’Islam e tutto ciò che non è questo, non è Islam. È un’interpretazione eretica e strumentale dei testi». Credo che abbia ragione l’imam Layachi, un uomo che condanna sempre ogni atto terroristico commesso (fraudolentemente) in nome dell’Islam. D’altronde si potrebbero scrivere libri con le dichiarazioni di condanna degli atti terroristici da parte delle organizzazioni musulmane italiane. Spesso, ormai, appaiono ben prima delle dichiarazioni dei leader religiosi cristiani. Solo che sulla stampa hanno poca diffusione… E poi, erano moderati George W. Bush e Tony Blair che sono andati in Iraq chiedendo la protezione di Dio per le loro truppe e per la loro “giusta causa”?

 

Ed ora, a voi lettori…

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