Mozart secondo Graham Vick

Uno spettacolo interessante, ben curato nelle luci e nei costumi, ma con qualche criticità

Lo spettacolo è moderno, vivace al Teatro dell’Opera di Roma. Grosse zampe di elefante simulano il boschetto degli incontri amorosi, letti e materassi vanno e vengono, voci umane fanno gli uccellini, performance sensuali, don Basilio è un erotomane molto televisivo, e poi si corre, si va e si viene. Graham Vick pensa così l’opera buffa in quattro atti di Lorenzo da Ponte, Le nozze di Figaro, musicate da Mozart nel 1786 e da allora nei teatri di tutto il mondo.

La “folle giornata” tratta dalla commedia di Beaumarchais, attenta a sfiorare la carica eversiva del testo, è in effetti il gioco della vita, dove la passione amorosa nei suoi aspetti più variegati – adolescenza, maturità, fedeltà e infedeltà, gioco e piacere, nostalgia e tristezza – si esprime in un testo e una musica ricchi di sottintesi, in un moto perpetuo che tuttavia ha bisogno di momenti di pausa per trovare respiro. Figaro e Susanna, Marcellina e Cherubino, Don Bartolo e don Basilio giocano di continuo a chi è più scaltro, cercando una felicità che sembra scappargli di mano: chi con incoscienza come Cherubino e chi con arroganza come il Conte.

Nel ritmo vorticoso sembra che librettista e musicista vogliano dire che la vita è un commedia buffa, alla fin fine. Ma poi ci sono i momenti dove questo non basta e allora Mozart eleva quegli attimi incantati, di pura bellezza, dove sfiora l’elegia (“Dove sono i bei momenti”), la tristezza (“L’ho perduta”), l’attesa preromantica (“Deh vieni, non tardar”) in cui la sala diventa presa dal silenzio dell’arte più alta -finalmente –e condotta al sublime finale del “perdono” universale in una atmosfera quasi “religiosa”. Un silenzio dell’anima che supera lo spettacolo troppo esplicito di Vick, dando ragione alle sfumature, ai sottintesi, alle allusioni, un’arte in cui Mozart è grandissimo perché mostra senza mostrare, ci fa sognare e pensare. Ci lascia cioè “liberi”. Cosa che il regista purtroppo non riesce o non vuole fare: per “attualizzare” l’opera ad ogni costo?. E Mozart? Peccato.

La musica allora rischia di essere la colonna sonora di uno spettacolo, per quanto interessante, ben curato nelle luci e nei costumi. Stefano Montanari si sbraccia a collegare palco e buca dove l’orchestra potrebbe essere più trasparente quanto a sonorità e colori, in genere opachi, mentre i cantanti-attori sono super impegnati. Non mancano, nel secondo cast, voci interessanti: Alessandro Luongo (Il Conte), BenedettaTorre (Susanna), Simone Del Savio(Figaro), mentre il Cherubino di Reut Ventotero, bravo attore, è ancora come voce piuttosto acerbo. La resa musicale quindi potrebbe ancora migliorare, visto che le repliche si susseguono fino all’11.

 

 

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