L’ostinazione gentile dei tibetani

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Una passeggiata, la prima dopo tante ore di mobile immobilità. Percorro il corridoio del treno che mi sta portando in Tibet, lasciando il mio confortevole vagone-letto. Le cuccette popolari hanno scompartimenti senza porte, anche se la tecnologia è di altissimo livello, a cominciare dalle pompe ad ossigeno che consentono di superare con disinvoltura i problemi connessi all’altitudine. Nei vagoni a sedili, c’è di tutto. Nell’ultima vettura dalle panchette dure, s’è accomodata una famiglia di nomadi, i drokba, guardati a vista da due poliziotti che non mi permettono di scattare foto: forse non danno lustro alla Cina! Li scorgo cucinare per terra le loro focacce e bere tè col burro di yak dal penetrante odore acidulo, l’odore del Tibet. Sono allegri, e non paiono aver bisogno di tecnologia per vivere. Mi abituerò a loro: sorridono sempre. E intanto il paesaggio fuori dai finestrini scorre sempre uguale e sempre diverso, battuto dal vento e schiacciato dal sole. L’azzurro del cielo, sfacciatamente intenso, dà rilievo a tutto: alla terra, ai ghiacci, agli yak, al nulla delle praterie senz’erba e al tutto delle montagne di neve. L’incanto è continuo, la meditazione naturale, la curiosità crescente. L’enorme sforzo Il treno T27, il Pechino-Lhasa Express è il migliore della Cina, il più curato, il più ardito. 4.064 chilometri percorsi in 48 ore, di cui più di mille nuovi di zecca, tracciati tra Golmud e Lhasa attraverso la catena del Kunlun e l’altipiano tibetano: lo scollinamento avviene ai 5.200 metri di altezza del Tangula Pass. Tutto ciò per un costo di 4,2 miliardi di dollari, e a prezzo di un numero imprecisato di vittime tra quanti vi hanno lavorato per anni in condizioni estreme. Forte è stata l’opposizione della opinione pubblica internazionale, e in misura non quantificabile di certa parte dei tibetani, che consideravano la ferrovia come il definitivo affossamento dell’autonomia della regione: Richard Gere l’ha definita il più grave attacco all’integrità religiosa, culturale e linguistica del Tibet, forse dimentico, lui buddhista, di analoghi avvenimenti a stelle e strisce… In realtà questa ferrovia e la strada che la costeggia, percorsa da una lunga fila di camion, permettono uno sviluppo economico notevole. L’opera di ingegneria è solo la vetrina dell’azione intrapresa dagli ultimi governi cinesi, in particolare quello di Hu Jintao, per dare una reale autonomia a queste sconfinate terre che cinesi lo sono solo per via dell’occupazione degli anni Cinquanta, definita liberazione dai cinesi. Anche politicamente le cose ora si muovono, e a Lhasa si sussurra che la scala centrale del Palazzo Potala (a lui riservata) sarà percorsa cinquant’anni dopo da quello stesso Dalai Lama che la discese per l’ultima volta nel 1959, quando scelse l’esilio. Per le Olimpiadi 2008 il ritorno è probabile, se il leader rinuncerà al potere temporale, come già accade in Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale. Orgoglioso del suo treno è Wang Hui, leader sindacale cinese dei lavoratori tibetani. È un esempio di cosa sa fare la Cina per la sua gente, afferma indicandomi la massicciata di otto metri di altezza che sorregge i binari per mille chilometri di fila, quando il percorso non si snoda in gallerie o in viadotti. Lavoro qui da più di tre anni – mi dice -, un bel luogo, anche se povero. L’apertura tra Tibet e retroterra cinese è sempre più forte, e va a vantaggio economico e spirituale del Tibet stesso. Poi precisa: La tradizione culturale tibetana è stata salvaguardata, e la sua ricchezza non è stata scalfita, come per le altre 56 minoranze presenti in Cina. Qui non siamo in Cina Come per le grandi civiltà che si basano su una forza culturale e umana ancorata nei millenni, anche per la tradizione tibetana l’occupazione manu militari non è stata sufficiente a eliminare i suoi valori di base. Anzi, l’avversità conserva benissimo i nostri fondamenti, come fossero ibernati: non possono esprimersi pienamente, ma mantengono tutta la loro forza anche nel gelo della libertà , mi confessa un giovane monaco tibetano del monastero di Drepung. Ovunque, anche grazie al nuovo corso avviato dal governo cinese, sorgono iniziative per la difesa della cultura locale. Nelle viuzze del vecchio centro della città m’imbatto in un’iniziativa modesta ma significativa, esemplare: un bookbar, cioè un bar dove si leggono libri. Scostata la solita tenda che ostruisce l’entrata per conservare il calore, una musica angelica m’avvolge. Luci soffuse illuminano scansie su cui sono esposti libri con un unico argomento: il Tibet. Tavoli di legno grezzo ospitano alcuni clienti intenti a sfogliare pagine e a sorseggiare tè. Vengo così a conoscere la storia di Dong Zhi, tibetano, e di sua moglie, una mongola dal dolce nome di Gerle Tu Ya. Abbiamo aperto questo locale – mi spiegano – perché vogliamo che la cultura tibetana non si perda, che i turisti capiscano quale patrimonio sia per noi. Tibetano, cioè buddhista tibetano? È impossibile distinguere l’elemento religioso da quello culturale nella nostra tradizione , mi risponde lui. Non è un affare il nostro locale – precisa lei -, anche se per questo piccolo buco passa un turista su dieci tra quelli che visitano Lhasa . Le chiedo perché lei, mongola cinese, abbia voluto dedicarsi alla conservazione del patrimonio tibetano. Non lo faccio solamente perché ho incontrato mio marito – sorride lei e sorride lui -, ma perché ritengo che nella grande Cina sia importante preservare le peculiarità delle etnie. Qui difendo il Tibet, ma anche la mia Mongolia interna. Su questa terra siamo tutti fratelli. Riprende lui: Altra gente difende la cultura tibetana grazie all’aiuto di istituzioni straniere e dello stesso governo, anche perché il fronte occidentale per la Cina è strategicamente fondamentale. Coi cinesi andate d’accordo? Ormai siamo troppo mescolati per poterci fare la guerra. Auspichi il ritorno del Dalai Lama? Non m’interessa la politica. Anche Ping Cozhaxi, 47 anni, una figlia, è un sostenitore della cultura tibetana. È scrittore. Lo incontro dinanzi agli incensieri della piazza Barkhor. Desidero intervistarlo, ma l’uomo – piccolo e dimesso, carnagione scurissima col capo calvo protetto da un cappellino da baseball – è reticente. Sa cosa voglia dire la prudenza. Ogni domanda sul Tibet che ha una venatura politica la rifiuta, rinviandomi agli ufficiali. Tuttavia sul suo lavoro di scrittore – lavora per la Tibetan Literature and Arts Association – accetta di rispondermi. Ha pubblicato romanzi e novelle, ed è un conosciuto autore teatrale comico. Il suo percorso sembra un manuale della difesa culturare: Prima di tutto è stato necessario avere un buon fondamento linguistico. Mi rendo conto così dei linguaggi della vita quotidiana, tenendo presente la grande sapienza proverbiale e le tradizionali canzoni popolari. Grazie alle opere comiche si nota un aumento della coscienza della gente che, divertendosi, apprende e si educa, e si lega alla propria cultura. Anche gli operai e i pastori tibetani, che ora vivono una fase importante di apprendimento, hanno bisogno delle opere di questo genere per allargare i loro orizzonti. Qui invece siamo in Cina Gran parte dei tibetani ormai non pensa più a staccarsi dalla Cina. Troppe attività economiche, troppe famiglie miste, troppe vicinanze culturali sono ormai indistricabili. E allora si lavora perché la convivenza sia possibile, la migliore possibile. L’orizzonte del 50 per cento di tibetani e del 50 di cinesi è dietro l’angolo. Zhong He dal biglietto da visita che mi presenta risulta poeta, giornalista, ideatore grafico, progettista turistico e altro ancora. Un vulcano. Dirige la rivista Tibetan Tourism Pictures Magazine. Lo intervisto sul greto del fiume Kyi Chu, sulla cui riva settentrionale è stata costruita Lhasa. Sullo sfondo, solo le montagne brulle e brune che circondano la città. Sono nato nell’Est del Tibet – mi racconta -. Fare poesia è qualcosa di naturale per me, come fare il mandriano nelle praterie. Ho sempre avuto una certa abilità nello scrivere versi, nel cantare e nel ballare, anche perché ho avuto scrittori famosi in famiglia. Mi definisco un falco selvatico, perché i miei poemi trattano soprattutto dalle risorse naturali del Tibet. Parlo anche dei valori tibetani, come del fatto che il tibetano non fa mai discriminazioni contro gli altri popoli. Difendo gentilezza e progresso, lo scambio tra persone e culture. L’economia trae beneficio dalle relazioni sino-tibetane? I rapporti col retroterra cinese – He non ha dubbi – sono benefici sia per noi che per loro. L’attuale forte sviluppo economico cinese promuove anche lo sviluppo del Tibet. Nelle scuole si impara il cinese ma accanto al tibetano. La ferrovia ha aperto speranze di sviluppo economico, perché l’arretratezza economica del Tibet è ancora evidente. Ma 2 milioni e 700 mila tibetani, sparsi su più di un milione di chilometri quadrati conoscono il 10,1 per cento di crescita annua, contro il 10,5 dell’intera Cina, con un reddito pro capite di 1.930 yuan, circa 200 euro. Burro di yak Tutto quanto detto non è concepibile senza capire che qui l’elemento religioso sopravvive e anzi cresce nella considerazione della gente. Anche il governo centrale se n’è accorto, ed ha alla fine rinunciato a sradicarlo. Lo tocco con mano nella visita al tempio principale del buddhismo tibetano, quello di Jokhang. Alle sette di mattina fa un freddo cane, ma la folla è già cospicua, si fatica a camminare.Nella piazza del tempio non è facile decifrare i movimenti della gente, il tintinnare di campanelle, le drilbu, lo strusciare votivo per terra, il crepitare del fuoco, il salmodiare irregolare ma non scomposto, il vociare dei compagnoni, le reprimende dei poliziotti, lo sfregare dei rosari. Ecco il cortile aperto, il dukhang, che spalanca le porte al santuario vero e proprio, alle cappelle del Buddha e al percorso nangkor, uno dei tre circuiti sacri di Lhasa, costituito da una lunga teoria di ruote della preghiera, che la gente fa roteare al suo passaggio. In parallelo alla fila dei ruotanti, c’è quella fittissima di coloro che vogliono entrare nel santuario. Gente cordialissima che si fa fotografare senza problemi, pastori e nomadi, una razza nobile, mite, straordinariamente resistente. Ed è soprattutto scorgendo i volti sorridenti e gli atteggiamenti di chi fa quest’ultima fila che s’intuisce la potenza del buddhismo tibetano e nel contempo la sua fragilità. I bambini di età sono un universo a parte in un universo di bambini adulti: rosei e bruni, sciarpe e cappelli coloratissimi, liberi e spontanei, sporchi, col muso incrostato di burro di yak e le montagne tibetane negli occhi. Il lama Nyima Tsering guida il tempio Jokhang, ed è il numero due della struttura monacale buddhista tibetana. Gentilissimo, porta al collo un medaglione del Dalai Lama. In questo monastero è a capo di 115 monaci che regolano l’afflusso di 5 mila fedeli al giorno: Il tempio Jokhang nel buddhismo tibetano è il primo edificio di culto – mi spiega -, il più santo e il più grande. Il buddhismo cominciò a diffondersi su questo altipiano della neve dopo che esso fu costruito, e ne è ancora il centro. Poi cerca di indottrinarmi, dolcemente: Il buddhismo non prevede nessuna barriera di Paese, nazione e colore, accoglie tutti. Perciò il tempio Jokhang è un luogo santo per ogni essere umano. Quale è il futuro del buddhismo tibetano e del Tibet? Con l’apertura all’esterno, penso che sempre più persone avranno una comprensione più profonda di noi tutti. Potrebbero anche nascere dei malintesi su di noi, e quindi sono felice di vedere che sempre più persone vengono a conoscerci, perché tutti gli esseri sono come una famiglia e debbono rispettarsi e prendersi cura l’un dell’altro. Con il rapido sviluppo economico, l’uomo ha bisogno di qualcosa per lo spirito. Il popolo che sorride Riparto da Lhasa in aereo. Sulle montagne si riconoscono le preghiere votive buddhiste, i monasteri aggrappati ai rilievi, lo scorrere di una vita quotidiana contesa tra tradizione e modernità. Come spesso accade dove impera uno sviluppo economico improvviso, grandi infrastrutture stradali si perdono nel nulla di un campo di nomadi o di un grumo di case. La speranza di una vita migliore è ovunque evidente, anche se il sistema sanitario è precario, la disoccupazione elevata e così l’inquinamento, gli interventi cinesi non sono indolori e la moneta è lo yuan. Il tibetano è abituato a vivere di poco. Sorride e non molla neanche d’un pelo le sue convinzioni. Ma c’è una differenza: una volta la resistenza tibetana si concentrava nei monasteri, mentre ora si diffonde nella società civile. Non pochi pensano che non sia più l’epoca dell’indipendenza, ma dell’autonomia. Anche perché il vero nemico ora sembra il materialismo.

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