L’idea di Patria nel dibattito odierno

Rimosso con la fine traumatica della seconda guerra mondiale, il concetto evocativo di Patria è ricomparso nel nostro Paese sotto la spinta dei vertici istituzionali fino all’odierno governo dei patrioti. Alcuni contributi di un dibattito legato all’attualità
Patria, Palazzo Chigi tricolore Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, nel suo discorso all’assemblea delle Nazioni Unite a New York nel 1997 invitava ad “amare la patria altrui come la propria”. Sin da allora mi sono chiesto: ma gli italiani amano la propria patria?

È indubbiamente complicato applicare l’invito della mistica trentina, se non si parte da un’idea ed un’esperienza condivisa della propria patria. Trascorrendo l’adolescenza fra gli alpeggi del Monte Grappa, teatro di quella immane tragedia che è stata la Grande guerra, ho respirato quel senso di patria che nasce dal sacrificio di tantissime giovani vite.

Tuttavia nel dibattito pubblico, lontano da quei luoghi altamente simbolici, nei decenni passati ho sempre percepito una certa difficoltà e forse anche imbarazzo nell’utilizzare la parola Patria, quasi fosse un tabù.

In tempi più recenti, complice anche il primo governo esplicitamente “patriota”, il termine Patria è tornato in auge e su questa onda si sono intensificate le pubblicazioni. Fra queste, il libro recente dal titolo evocativo, Madre Patria. Un’idea per una nazione di orfani di Vittorio Emanuele Parsi uscito per Bompiani.

Lo studioso piemontese, noto al grande pubblico per la presenza in molti talk show, si chiede quali siano le ragioni profonde per cui gli italiani hanno così poca familiarità con il senso della Patria, da dove derivi un’orfanezza interrotta solo dalle prestazioni sportive di alcune squadre nazionali.

Riprendendo la tesi dello storico Ernesto Galli della Loggia del 1996 – La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica – Parsi  sostiene che l’8 settembre 1943, con l’armistizio di Badoglio, non vi fu solo la morte della “Patria fascista” ma della “Patria tout court”.

Quella patria, faticosamente generata nel percorso risorgimentale, è stata messa fra parentesi sia durante la Resistenza che nel dopoguerra. Il lutto del 1943 non è mai stato elaborato e neppure gli italiani – a differenza dei tedeschi per esempio – hanno mai fatto i conti con il ventennio fascista e la guerra civile che ne è seguita.

Parsi attribuisce le ragioni di questa situazione nelle contrapposte visioni del mondo che si sono dovute conciliare sia nella Resistenza che nella vita democratica della giovane repubblica italiana. Da un lato i partiti “borghesi”, Democrazia Cristiana in primis, preoccupati soprattutto di legarsi al blocco occidentale  dall’altro il fronte comunista legato ad un’idea internazionalista che poco si legava al concetto di patria.

Il risultato è stato duplice: una repubblica dei partiti dove l’appartenenza a questi sovrastava quella della patria, e due pretese di esclusività, alla destra neofascista la Patria, alla sinistra il brand del 25 aprile, entrambe a rivendicare chi stava dalla parte giusta della storia.

Con la crisi dei partiti e la necessità di unire la nazione italiana – dopo la stagione di un’altra guerra civile, quella degli anni di piombo – diversi presidenti della Repubblica hanno adottato una “pedagogia della Patria”. All’inizio fu il partigiano Sandro Pertini che al culmine della partitocrazia ha restituito agli italiani un senso di appartenenza alla Repubblica.

In modo più esplicito Carlo Azeglio Ciampi, tornando alla storia condivisa del Risorgimento, e Sergio Mattarella hanno lavorato per rigenerare un senso di amore alla patria. Un abbrivio utilizzato anche da Mario Draghi.

Ma a questa costruzione dell’alto – e qui sta il messaggio di fondo di Parsi- bisogna affiancare un percorso dal basso, tanto più necessario per connotare il concetto di patria della capacità di unire e non di dividere.

Dipende insomma da noi cittadini italiani decidere di rafforzare – come peraltro abbiamo saputo fare nei momenti di difficoltà con le calamità naturali – questo amore civico, anche superando quell’opportunismo di alcune forze politiche che lavorano per tenerci divisi e reciprocamente rancorosi.

Secondo lo studioso di relazioni internazionali occorre rafforzare il concetto di patria anche per affrontare le sfide del nostro tempo, in primis i flussi migratori e la costruzione europea. Solo con un idea di patria condivisa si può offrire ai nuovi italiani un insieme di valori che consentano loro di diventare pienamente parte della comunità dove vivono.

Dall’altro, con un’identità chiara si può partecipare alle istituzioni internazionali, a partire dalla nostra casa comune europea, senza timore di perdere qualcosa, ma portando invece la nostra specificità.

Attingendo al lavoro dello psicologo Massimo Recalcati – La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia – Parsi ci invita a passare dalla “nostalgia-rimpianto” di una patria perduta, o peggio nostalgica, ad una “nostalgia-gratitudine”.

E in questa prospettiva, parole dell’autore, «amare la Patria, consapevoli che essa può vivere solo nei nostri comportamenti e sentimenti quotidiani e sopravviverci per quello che questi, con il nostro esempio, sapremo trasmettere alle generazioni successive”.

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