Le 3 parole del papa per il Myanmar

Francesco si è diretto in Bangladesh. Prima di lasciare il Myanmar ha parlato ai vescovi e alla chiesa locale di guarigione, accompagnamento e profezia. Le differenze religiose - ha aggiunto il pontefice - non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese.
Papa Francesco in Myanmar

Francesco, l’uomo venuto “quasi dalla fine del mondo”, ha lasciato il Myanmar per andare in Bangladesh, un angolo del nostro pianeta che, dalla seconda metà del secolo appena concluso e fino al primo decennio dell’attuale, era quasi scomparso dalle carte geografiche e geopolitiche. Decenni di dittatura militare avevano spinto la Birmania in quella categoria di angoli ‘dimenticati’. Lo avevano tenuto vivo di tanto in tanto avvenimenti eclatanti, come la “rivoluzione zafferano” dei monaci buddhisti nell’ormai lontano 2007, e, ancor prima, il Nobel per la pace assegnato a Aung San Suu Kyi, che per anni ha personificato l’opposizione al sistema dittatoriale.

Per questo, il Myanmar forse è il Paese più emblematico visitato da questo papa, quello che più di ogni altro ha rappresentato l’epiteto del limite estremo: lunga dittatura militare, faticosa via verso una democrazia reale, tensioni e discriminazioni etniche e religiose (non solo dei Rohyngya!), grande povertà, ma, allo stesso tempo, attuale apertura alla globalizzazione sfrenata già visibile nella vecchia capitale, Yangon, che resta il centro nevralgico del Paese. Le “periferie” di questo angolo di Asia, anello di passaggio fra il sub-continente indiano ed il sud est asiatico restano, dunque, molte ed i problemi ad esse connessi non sono di facile soluzione. Basti pensare alle oltre 130 etnie: un vero mosaico linguistico, di tradizioni e costumi, dove le tensioni e le discriminazioni vanno molto oltre a quella dei Rohyngya così ricordata dai media occidentali.

Anche il cristianesimo in questa terra è una minoranza, non solo per il numero minimo dei cristiani, in particolare la Chiesa cattolica, ma per il fatto che si tratta di una religione uscita, potremmo dire, a vita pubblica, proprio in questi giorni con il suo leader indiscusso al centro dell’attenzione del Paese intero e del mondo. Basti pensare che solo qualche anno fa sarebbe stata impensabile la celebrazione di una messa pubblica come quella che si è svolta nel Kyaikkasan Ground, il vecchio ippodromo costruito nella Rangoon (oggi Yangon) coloniale dagli inglesi. Le celebrazioni religiose erano ammesse solo nelle chiese e sotto stretta vigilanza del governo. Non solo.

Si è probabilmente trattato di una delle più grandi manifestazioni di popolo degli ultimi decenni, insieme alle già citate dimostrazioni della cosiddetta rivoluzione arancione. Ma quanto il Myanmar, nonostante tutto, sia ancora una “periferia” lo hanno mostrato le immagini della nuova capitale Nay Pyi Taw, una città ben più vasta di Londra, ma assolutamente deserta, come quasi vuota era la sala in cui il papa ha incontrato il ministro degli Esteri Aung San Suu Kyi, riservata al seguito papale, ad alcuni membri del governo e del parlamento birmano e al corpo diplomatico.

Pope Francis shakes hands with Myanmar's leader Aung San Suu Kyi in Naypyitaw, Myanmar, Tuesday, Nov. 28, 2017. (Max Rossi/Pool Photo via AP)
Papa Francesco e Aung San Suu Kyi in Myanmar (Max Rossi/Pool Photo via AP)

In questo contesto Papa Francesco ha mostrato, ancora una volta, di sapersi muovere a suo agio, distribuendo commenti, incoraggiamenti, moniti e prospettive future a livello sociale e politico, religioso ed umano. Forse per sintetizzare e leggere questa visita, che ha offerto molteplici spunti, si potrebbero usare le tre parole che Bergoglio stesso ha proposto e commentato nel corso del suo incontro con i vescovi locali: guarigione, accompagnamento e profezia.

Questi giorni, infatti, sono stati un passo importante per contribuire alla guarigione delle molteplici ferite che il popolo birmano porta con sé, sia per il passato che per il presente. Lo stesso pontefice, all’inizio della sua omelia al Kyaikkasan Ground, ha riconosciuto di essere a conoscenza che «che molti in Myanmar portano le ferite della violenza, sia visibili che invisibili» e che, dunque, nutrono dentro di loro anche «la tentazione di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana».

«Pensiamo – ha detto il papa – che la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta. Tuttavia la via della vendetta non è la via di Gesù». Non ha avuto timore il papa argentino di mostrare Gesù come modello: la sua via, infatti, ha sottolineato, «è radicalmente differente. Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione». Parole forti che, sebbene con un linguaggio diverso e adeguato ai diversi ascoltatori, papa Francesco ha voluto ripetere in questi giorni non solo ai cristiani, ma a tutti coloro che hanno ascoltato in qualche angolo del Paese la sua parola. E proprio questo Gesù è il modello che ha proposto ai giovani prima di partire alla volta del Bangladesh.

Così il papa ha preso per mano il popolo del Myanmar, avviando un processo di accompagnamento che favorisca la crescita sociale e che garantisca i diritti a cui ciascuno, singolo o comunità, aspira. La sua parola è andata ben oltre i confini della Chiesa cattolica e delle comunità cristiane. «Vorrei anche che la mia visita potesse abbracciare l’intera popolazione del Myanmar – ha affermato davanti alla Consigliera di stato e alle altre autorità civili e al corpo diplomatico – e offrire una parola di incoraggiamento a tutti coloro che stanno lavorando per costruire un ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo».

Bergoglio ha spesso parlato di pace, cosciente che «il futuro del Myanmar dev’essere una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune».

Infine, Francesco ha portato una forte carica profetica, corresponsabilizzando le comunità religiose del Paese a costruire il futuro del Myanmar. Ha messo a fuoco la religione e chi la pratica come protagonisti di processi positivi. «Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese». Bergoglio non si stanca di affermare la sua convinzione che «le religioni possono svolgere un ruolo significativo nella guarigione delle ferite emotive, spirituali e psicologiche di quanti hanno sofferto negli anni di conflitto. Sono, infatti, coloro che credono che, attingendo ai valori profondamente radicati nelle rispettive tradizioni, possono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo e ricercare la giustizia».

Questa è la vera profezia di cui il Myanmar ha bisogno. Per questo il papa ha avuto in più occasioni parole di apprezzamento per il lavoro iniziato fra leaders delle diverse religioni in vista del bene comune del Paese. Proprio il ruolo che le diverse tradizioni religiose possono avere nell’immediato futuro è spesso stato al centro della sua riflessione. «È un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi e umani. Nel cercare di costruire una cultura dell’incontro e della solidarietà».

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