Lauretta e il dolore innocente

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Alloggia in un austero pensionato religioso, ma basta varcare una porta – come l’armadio di C. S. Lewis che ti introduce nel mondo fantastico di Narnia – ed entri in un ambiente luminoso, allegro e colorato. È il regno di Lauretta, quasi una fatina capace di trasformare un punto interrogativo in esclamativo, come nell’ultima sua favola pubblicata nella nostra Fantasilandia. Minuta, sorridente, vivacissima, corrisponde perfettamente a questi versi che una bambina di quattro anni le ha dedicato: Lauretta è come un pesciolino/oggi vestita di rosa, domani di turchino./ Lauretta è come un uccellino/ che vola di stanza in stanza e chiama ogni bambino…. Mi guardo intorno come Alice nel paese delle meraviglie. La camera è zeppa di peluches, di angioletti e di altri angeli: le foto dei suoi piccoli amici. E poi libri e libri: favole ovviamente, ma anche Sacra Scrittura, dottori della Chiesa come sant’Agostino, filosofi come Kierkegaard, scrittori e poeti come Péguy, Tagore, Saint-Exupéry… Sono nata a Stresa, sul Lago Maggiore, ma da dodici anni vivo a Roma, città che amo moltissimo: cambiare ambiente ed abitudini è risultato molto stimolante per me in quanto scrittrice. Infatti nel solo primo anno qui nella capitale ho scritto un’intera raccolta di favole: Bambina Speranza, edita da Gribaudi. Da allora sono già una dozzina le tue pubblicazioni.Ma come è nata Lauretta scrittrice? È stato per caso. Ero orientata infatti all’insegnamento. Studentessa di lettere e filosofia alla Cattolica di Milano, nel 1983 avevo chiesto un colloquio a padre Raniero Cantalamessa, mio professo- re di Storia delle origini cristiane, ma a causa della mia estrema timidezza avevo pensato di spiegarmi per lettera. Quando però mi sono trovata davanti quel foglio bianco, è successa una cosa strana: ho cominciato a scrivere C’era una volta una rosellina…. Naturalmente dietro questa rosellina mi nascondevo io con i miei sentimenti, le mie domande. La cosa ha funzionato: padre Cantalamessa ha capito e mi ha dato le risposte che mi aspettavo. Non solo, ma osservando che avevo un talento mi ha incoraggiata a scrivere. Le favole poi mi hanno aperto una seconda strada, quella del volontariato in ospedale. Nei primi mesi a Roma non conoscevo ancora nessuno e un giorno ho pensato di andarle a leggere ai bambini in ospedale. Il cappellano del Policlinico Umberto I al quale mi sono rivolta per telefono mi ha risposto di sì, che potevo farlo, ma in Oncologia pediatrica. Era l’ultimo posto dove avrei voluto mettere piede, in quanto tutti e due i miei genitori erano morti di cancro.Ma al tono risoluto del cappellano non ho saputo tirarmi indietro. Il giorno in cui ho messo piede in quel reparto, la paura mi è passata vedendo Mariachiara: una bambina bellissima, malgrado la testolina segnata da una cicatrice che andava da un orecchio all’altro. A me, che colleziono cerchietti per i capelli, è sembrato il cerchietto più originale mai visto! E così lei ha addolcito il mio primo impatto con la dura realtà dell’ospedale. Mariachiara mi ha dato lezioni di pazienza, di eroismo e di fede, e così pure tanti altri piccoli ammalati come lei. Vedo qui tante foto: i tuoi piccoli amici dell’Oncologia… Sono ormai ben oltre il centinaio quelli che ho seguito finora. Io considero questa la grazia più grande e più faticosa ricevuta dal Signore. Subito dopo che Mariachiara ha lasciato questa terra, ho sentito l’impulso di scriverle una letterina. Da allora mi è venuto spontaneo indirizzarne una ad ogni bimbo andato in Cielo: soprattutto per non dimenticare le loro preziose lezioni di vita. Così è nata la raccolta Noi giocheremo in eterno, titolo preso da una profezia di Zaccaria che dice: Gerusalemme formicolerà di fanciulli e di fanciulle che giocheranno sulle sue piazze. È come se tutti questi piccoli mi abbiano dato appuntamento in Paradiso, e immagino che il giorno in cui arriverò lì si metteranno a gridare: Lauretta, finalmente! Finalmente riprendiamo a giocare!. Cosa ha suscitato in te questo contatto col dolore innocente? Non posso dire certo di essermi data delle risposte; so solo che mi devo fermare davanti a questo mistero. Preferisco raccontarti un’esperienza: mentre stavo nella sala giochi del Policlinico, Giuseppe, 14 anni (aveva un sarcoma e negli ultimi tempi la morfina non bastava più a calmargli i dolori), mi ha mandata a chiamare. L’ho trovato seduto sul letto con un flauto tra le mani. Sai, ho imparato la Primavera di Vivaldi e te la voglio far sentire. Ha cominciato a suonare, ma io di quella musica non ho sentito una nota sola, troppo presa a guardare la primavera che risplendeva nei suoi occhi. Quando ora leggo il vangelo della Trasfigurazione di Gesù non posso fare a meno di pensare a Giuseppe, quella sera, a quel suo viso reso pulito, trasparente, da un arduo cammino di accettazione. Una delle ultime sere, ha indugiato a lungo a farmi ciao, ciao! con la mano. Entrambi sapevamo che era un addio. In strada, un pensiero: Signore, io non capisco cos’è la sofferenza, tanto meno quella dei bambini; ma se quella accettata produce questi frutti, io ti prometto che mai più la maledirò…. A differenza poi dei loro genitori, che spesso hanno scatti di rabbia, di ribellione contro Dio, i bambini non hanno atteggiamenti del genere. Penso a Marianeve, 7 anni. Stavamo disegnando, quando lei all’improvviso mi ha detto con grande impeto: Sai, Lauretta, io sono sicura che Gesù mi guarisce!. Poi s’è rivolta alla mamma: Vero, mamma, che Gesù mi gua- risce?. Ho visto il viso di lei irrigidirsi; poi, con voce estremamente dura: Nevina, se Dio voleva fare qualcosa, non ti avrebbe fatta ammalare!. Al che la bambina, senza scomporsi: Ma mamma, Dio non le fa queste cose, è il diavolo che le fa!. Perché nella loro semplicità i bambini ragionano così: Dio è buono, non può fare il male; il male quindi può venire solo dal diavolo. E a me è venuto in mente il salmo: Beato l’uomo che non imputa a Dio alcun male. Ma che effetto fanno queste favole ai bambini? Non di rado si identificano nella storia. È il caso di Mariachiara alla quale avevo letto la favola di Origami: una bambina ha costruito un fiore di carta così bello che sembra vero, per cui le viene naturale metterlo dentro un vasetto con dell’acqua. Origami, che si sente anche lui vero, gode della luce del sole, del profumo degli altri fiori. Finché un giorno la mamma della bambina, temendo che nell’acqua quel fiore di carta possa sciuparsi, lo poggia sulla scrivania. Ma a questo punto, fuori dall’elemento vitale, lui comincia a star male… Arrivata alla frase Il fiore sentì venir meno le sue forze, allora raccolse i petali intorno a sé e non pensò più a niente, Mariachiara che ascoltava con grande attenzione mi ha fermata:Ma allora Origami sono io!. A quel punto ho capito di avere in mano uno strumento per parlare con i bambini di pensieri e paure che non osano esprimere agli adulti perché sono coscienti che loro non dicono sempre la verità. E come vengono accolte dagli adulti le tue favole? Le apprezzano anche loro, forse perché trasfigurare la realtà è un modo per comprenderla meglio. So di tanti che le leggono prima di addormentarsi, mentre altri le usano per la catechesi (in fondo richiamano un po’ le parabole evangeliche). Io stessa tengo degli incontri nelle parrocchie e nelle scuole: la lettura di una favola diventa il punto di partenza per arrivare a spiegare la parola di Dio. Un po’ in controtendenza rispetto al mondo d’oggi che privilegia l’immagine… È vero. Io però credo fermamente nel potere evocativo della parola. Sempre, infatti, quando incomincio a leggere una favola, i bambini mi ascoltano incantati. Gianfranco Restelli LA NOTTE DI DIO Una favola nata in ospedale. Un giorno, all’inizio del mondo, l’uomo si presentò davanti a Dio per chiedergli di far sparire il dolore dalla faccia della terra. L’uomo aveva un figlio ammalato e non poteva sopportare di vederlo soffrire così. Il dolore è quanto di più ingiusto tu abbia mai creato sulla terra disse con voce dura. Dio spalancò gli occhi per la sorpresa e rispose pacatamente: Figlio mio, io non posso proprio fare niente. Non l’ho creato io, il dolore. Nel mondo, così com’era uscito dalle mie mani, esso non c’era. Ne sono ben sicuro perché, quando ho contemplato tutto quello che avevo creato, ho visto che tutto era buono. Stai attento a non attribuire a me quello che hai fatto tu. Sei tu che hai introdotto il disordine, e di conseguenza il dolore, nel mondo. L’uomo chinò il capo confuso, farfugliò qualche parola dalla quale si capiva che, in fondo, sì, ammetteva di avere qualche colpa, ma ciononostante rinnovò la sua richiesta, tra le lacrime: Se non vuoi farlo per me, fallo almeno per mio figlio! Lui non ha colpa alcuna, non è giusto che soffra così. Dio ebbe compassione del pianto dell’uomo e rispose: Va’, figlio mio, va’ in pace, ché qualcosa posso fare. Va’ a dormire tranquillo e torna da me domani. Dio rimase solo e, nella notte, nella solitudine immensa del creato addormentato, giunse le mani come una coppa e vi raccolse tutto il dolore del mondo. Poi si portò quella coppa alle labbra e la bevve, fino alla feccia. Il dolore gli straziò le carni, gli penetrò fino in fondo nel cuore. Nel cuore di Dio si svolse una lotta tremenda, tra il dolore e l’amore. Dio si sentì venire meno e pianse. Il cuore divino divenne come una grande tinozza, colma di lacrime che lavarono il dolore, lo purificarono, gli tolsero ogni bruttura. La mattina dopo, quando l’uomo tornò da Dio, si spaventò nel vederlo così pallido, così provato, ma non gli chiese nulla, preferiva non sapere quello che era successo. Dio parlò al dolore, in presenza dell’uomo, e gli disse: Va’, figlio mio, torna sulla terra, non più segno di maledizione, ma di benedizione perché io ti concedo il potere di purificare il cuore dell’uomo cosicché, chi ti accoglierà nel mio nome, possa diventare una creatura nuova, primizia di una nuova creazione. Poi parlò all’uomo e gli disse: D’ora in poi, non ti domandare più il perché del dolore, ma guardane i frutti. (da Noi giocheremo in eterno, Ancora 2000)

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