La sete di Arturo Martini

La prima cosa che colpisce nel Bevitore, disteso a succhiare avidamente l’acqua dalla tazza è la carica drammatica. La fisicità scagliosa della pietra, ricalcata su modelli pompeiani e medievali, è un gruppo di invocazioni non udibili per una sete che non è tanto fisica, ma esistenziale. Sete di assoluto. Non aveva forse detto lo stesso scultore, anni prima di questo 1936: L’arte è unicamente meraviglia… che dev’essere al di là della vita umana e delle sue passioni? Scolpisce con forza, Arturo Martini. Ama figure dilatate negli spazi. Piene di stupore, cariche di tensione, siano esse di piccole dimensioni o superiori al naturale, come l’Annunciazione di Milano. Dentro una luce abbagliante, la pietra contiene Maria con la braccia sollevate a coprirsi col velo (ancora un gesto pompeiano) e l’angelo precipitato ai suoi piedi che le tocca il grembo con la mano. Un vorticoso moto a spirale percorre il gruppo dando una lettura dell’episodio anticonvenzionale. Chiuse in una solidità mantegnesca, le due figure sono una, in uno spasmo che è stupore, mistero e abbandono. Incompresa, questa sua opera rivoluzionaria, all’epoca. Ma Martini, abituato alla durezza della vita sin dall’infanzia, è uomo tenace. Cerca la sua via. I viaggi all’estero, i contatti con gli artisti contemporanei, lo aprono e lo suggestionano, ma non lo determinano. Sa rimanere sé stesso. In ogni tipo di percorso che affronta. L’Ercole in bronzo, fuso nel ’36 per celebrare i trionfi nazionali sull’Abissinia, non ha nulla di retorico o di propagandistico. A Martini la giovinezza forte dell’eroe serve per esprimere un sentimento dolce e tenero, ad evocare la favola di un tempo mitico con l’anima sofferta di uomo del ventesimo secolo. Per questo col ricordo egli va all’arte classica o etrusca: non come a modelli da imitare, ma come forme che richiamano la sua sete di eternità. Egli la esprime inventando corpi giacenti, in moto, o impennati verso l’alto. Figure della storia o del quotidiano. Così il Pastore, in terra refrattaria, diritto a scrutare con gli occhi sbalorditi il vuoto, è carico di una tensione lirica che è insieme desiderio, miraggio. Contemplazione. E le sue donne giacenti, talora di una fisicità solare esaltata dalla pietra porosa, o nuotanti in un mare che è la loro solidità a creare, finiscono per comprimersi in una massa lucida di dramma concentrato. La Morte di Saffo, del 1940, è un bronzo che rappresenta il corpo disfatto della poetessa suicida: una rarefatta ostensione di volumi, che ricorda le sculture del contemporaneo Jean Arp. Ma qui c’è la violenza romantica di un amore non corrisposto, gridato da superfici granulose che evocano l’antica bellezza di un corpo ormai simile ai massi su cui si è sfracellato. I quali, con la loro luce compatta, durano per sempre, come un assoluto. È questo il desiderio di Arturo Martini. Per lui la pietra il marmo la creta creano vite che evocano mondi primordiali in cui immettere la sua sensibilità attuale, l’anima moderna di uomo che attraversa la storia e la trascende. La Testa di ragazza, del 1947 – l’anno della morte a nemmeno sessant’anni – scolpita in un periodo di grande depressione e solitudine è un atto di vita meraviglioso. Inconfondibile lo stupore disegnato sul volto. Quella particolare fisionomia delle figure di Martini, quasi disorientate, dalla bocca socchiusa e lo sguardo stupefatto – una sorta di sorriso etrusco incompreso, anzi ironizzato da critici come Ugo Ojetti – è la cifra peculiare dello scultore. La ragazza dalle forme snelle, allunga fasci di luce dalla testa e dal viso, in uno slancio proteso verso il mistero. In un ritratto del quotidiano,come questo – o, in altri casi, della storia – Martini rimane fedele a quello che ha sempre cercato: lo slancio verso la dimensione metafisica. Senza nulla dimenticare di ciò che è veramente umano.

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