La poesia, ferita profondissima

La poesia come conoscenza e linguaggio peculiare, unico, insurrogabile, insostituibile, indispensabile

Dovevo partecipare al convegno “Che cosa è la letteratura” con una mia conferenza sulla poesia, che avevo intitolato Sentire poeticamente. Quanto avevo amato queste mie riflessioni sedimentate lentamente, riviste in ogni parola e in ogni nesso sintattico, e ora quasi odiate al pensiero di doverle esibire ad un pubblico lievemente mormorante o silenziosamente condiscendente e annoiato.

Ora le conoscevo praticamente a memoria, ma continuavo a leggermele e a ripetermele ben sapendo che anche la lettura di una conferenza può essere viva o morta. Nel mio scompartimento affollato, quasi di fronte a me sedevano due ragazzi alti e grandi, dalle loro parole capii che erano militari in licenza; erano due fiori di giovinezza, specialmente uno che guardai più volte, finché mi rivolse un sorriso appena accennato, interrogativo e quasi timido. Allora non cercai più di osservarlo e mi dissi: “Come la conferenza”. Infatti essa parlava all’inizio di una ferita con queste parole:

La poesia, che è il contrario del “poetico”, è una ferita profondissima. Perché una ferita?

Perché la poesia (vera e grande) risale alle origini di quell’intimità dell’uomo con la natura, che la teologia chiama “rivelazione naturale” e la filosofia “contemplazione”, ovvero sguardo nella dimensione sacra (templum); e lì la poesia_teologia_filosofia – poiché le tre alle origini convergono – scopre non ornamenti estetici e riccioli verbali (“il poetico”), ma la lacerazione che invece di distinguere ha separato l’uomo dall’intimità con la natura, dalla medesimezza naturale.

La lacerazione, questa è la ferita fondamentale-originaria. Possono le “anime belle” ricomporla, guarirla, come pensava Schiller? C’è nella poesia moderna un formidabile quadrilatero, di poeti-profeti: Holderlin e Leopardi, e di poeti penitenti e, se così posso dire, convalescenti: Rilke (ma ancor di più Trakl) e Eliot. Al centro del quadrilatero Baudelaire e Rimbaud, profeti e penitenti che muovono la modernità poetica.

Ma non posso qui parlare di loro. Voglio dire che per loro opera viene alla luce la ferita luminosa della poesia, ferita che è nostalgia (per Novalis la filosofia, romanticamente unita in intimità con la poesia, è nostos, desiderio di tornare a casa. Se fosse possibile rappresentare ciò in assi cartesiane, sull’ascissa scriverei la frase di Hölderlin «Pieno di meriti ma poeticamente abita l’uomo su questa terra», e sull’ordinata il frammento, anch’esso di Hölderlin, «Tutto è intimo».

Ecco, avrebbero dovuto essere loro, i due giovani, il mio pubblico, per loro avrei dovuto leggere la mia conferenza, ma non era possibile, mentre che mi ascoltassero i previsti partecipanti al convegno e il pubblico atteso era non solo possibile ma ovvio e quasi obbligatorio.

La bellissima perdita è la vita, che solo nella perdita scopre la bellezza come sua ferita e come l’abitare poeticamente volgendo ogni cosa dall’esteriore all’intimo. La bellezza è ferita, come ha immortalmente spiegato Platone nel Fedro; se la bellezza non è ferita scade in volgare possessività e illusione di acquisto (spiegate nel Simposio). Ma, come dice anche Pasternak, «Nella vita perdere è più importante che acquisire»; e come rivelano due grandi versi di Carlo Betocchi, «La vera bellezza non era difforme/ dal tuo dolore di perderla».

Poi c’era un passaggio molto denso e difficile, di cui però non potevo fare a meno:

La poesia che sia vera e grande è quel “pastore dell’essere” (Heidegger) che è la vita come bellissima perdita. Infatti la teologia stessa, con la poesia e la filosofia – originariamente congiunte –, perviene alla medesima verità: «Chi perde la sua vita/anima la troverà» (=salverà); e dunque salvare perdendo è la suprema bellezza, quella del Logos-Verbo come quella della prima cadente foglia d’autunno, in cui Egli è.

L’avrebbero capito? Ma bisognava attraversarlo per poter dire:

La poesia si rivela così conoscenza e linguaggio peculiare, unico, insurrogabile, insostituibile, indispensabile, quanto e a volte più delle altre presunte e spesso presuntuose “scienze”. A un uomo che ha detto e scritto che la poesia non serve a niente, direi che involontariamente ha ragione: la poesia non serve, regna; e precisamente regna nelle menti e nei cuori non inariditi e inceneriti. Come possono i giovani, che sono i fiori dell’umanità, quando passano in un parco o in un prato non guardare i fiori, anzi non vederli affatto? Non significa questo che la nostra società è corrotta e corruttrice? Io non potrei, parlando a rigore e cioè con rigoroso amore, neppure dire che amo la poesia, ma piuttosto che la poesia mi ama, che è la prima tra noi due ad amarmi.

Ma chi la capisce la poesia, oggi, se neppure gli stessi poeti accettano la perdita?

Devono smettere di parlare della poesia quelli che sanno cosa è. Solo chi sa cosa non è, può parlarne, ben consapevole che ciò che dice è sempre indicibile, e che quindi deve parlarne sempre non per dire cosa è ma per controbilanciare il silenzio dell’ignoranza, e in questo modo giungere a intravvedere – mai conquistato, mai perduto – il silenzio stesso della poesia. La parola della poesia è silenzio, come il silenzio della poesia è parola: ma solo l’una nell’altro, l’uno nell’altra.

Il treno correva sobbalzando sui binari e dava l’impressione forte dell’ineluttabile: ero unito ai miei estranei compagni di scompartimento da quella necessità di essere trasportati e di arrivare ad adempiere i nostri diversi impegni. Io della mia conferenza, che mi appariva medesimamente bella e straniera; straniera a me stesso prigioniero del treno, dell’arrivo, della promessa di parlare o leggere al microfono e infine di lasciare il mio testo agli Atti.

Chinai di nuovo lo sguardo sulle mie righe e lessi, questa volta con una impressione di conforto, l’ultima pagina:

«È l’anima straniera sulla terra». Questo verso di Georg Trakl è voce autentica della poesia, non solo perché richiama l’anima profonda di Platone, della Bibbia e di ogni grande poeta, pittore, musicista, che non si trova mai nel cumulo dei suoi contemporanei e non è mai loro contemporaneo; ma questo verso è voce autentica della poesia soprattutto perché dice se stesso e il proprio contrario: ogni verità infatti è antinomica, come non lo capisce lo stolto scientismo, che crede che HշO sia solo HշO.

Per essere straniera l’anima ha bisogno della terra da cui è straniera. Dunque è insieme straniera e intima alla terra; intima alla sua straniante familiarità. L’anima si sa anima proprio nel suo scoprirsi straniera. La terra si riconosce terra proprio nel donare all’anima la sua estraneità. L’anima si vede spirituale nell’accorgersi dell’estraneità che la terra le dona. Accorgersi significa portare al cuore. Il cuore della poesia è la sua familiare estraneità alla terra; quest’ultima si rivela così a se stessa – tramite la poesia – la patria dell’estraneità, come antinomica verità dell’abitare poeticamente in essa.

Solo chi abita poeticamente sa di essere straniero e medesimamente intimo alla terra, intimo proprio perché consapevolmente straniero. Solo lo straniero può dire: “Tutto è intimo”; se egli fosse solo intimo e non straniero non lo saprebbe e non lo direbbe, come una pozzanghera non sa del cielo che rispecchia, un fiore non sa del suo sguardo, e solo nel suo essere guardato sa di se stesso, non in sé, ma in altri, nel poeta che è suo straniero e suo intimo.

Solo l’essere stranieri consente intimità, perché una intimità non straniera sarebbe soffocante e ignara medesimezza, come accade nel fallimento di tutte le amicizie e di tutti gli amori mal intesi.

La poesia è amore e amicizia non possessiva, perciò è detta e indicibile, intima e straniera, rivelatrice e imperscrutabile. Chi si affaccia davvero sulle acque profonde della poesia grande vi scorge il proprio ritratto, la propria immagine sconosciuta e impreveduta; quella più intima e straniera, che mai gli amici e le consuetudini potrebbero rivelargli, e neppure, e tanto meno, lui stesso a se stesso. Come è nella formidabile intuizione omerica dei Greci, il poeta non è un chiaro vedente, ma un cieco che vede, porta alla luce non se stesso ma l’invisibile (come fa tutta l’arte, ha sottolineato Paul Klee).

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