La capitana della “Caracciolo”

Col suo nuovo romanzo Antonella Ossorio fa rivivere una originale esperienza educativa dei primi del secolo scorso a favore degli scugnizzi di Napoli
Caracciolo
Di Kindergarten ship Caracciolo - Old photo, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27065504

È la storia di una nave, la pirocorvetta Francesco Caracciolo, che dopo lungo e onorato servizio sui mari di tutto il mondo, ormai in disarmo nel porto di Napoli, si trasformò in strumento di riscatto sociale per circa 750 bambini del popolo orfani o abbandonati e a rischio di delinquenza, che accolti su questa nave asilo ricevettero cure materne, istruzione e avviamento al lavoro e alla vita. Ed è la storia dell’educatrice carismatica che vivendo a bordo in simbiosi con loro, dal 1913 al 1928, dedicò ogni energia a capovolgerne il destino, a trasformarli da rifiuto della società in risorsa, in cittadini consapevoli di cooperare al bene comune.

L’iniziativa di cui ebbe incarico Giulia Civita Franceschi, coadiuvata da personale tecnico della Marina e da un team d’insegnanti, non fu l’unica del genere in Italia, essendo stata preceduta nel 1883, a Genova, da una nave officina per giovani ex carcerati e nel 1906, a Venezia, da una nave scuola di pesca per gli orfani dei pescatori dell’Adriatico. Ma il modello educativo sperimentato a Napoli da colei che sarebbe stata definita “la Montessori del mare” fu tale da venire apprezzato e studiato anche all’estero, entusiasmando perfino una delegazione venuta dal Giappone a cercare spunti per la riforma scolastica di quel lontano Paese.

Commoventi foto d’epoca ritraggono questa impavida educatrice partenopea sulla coperta della Caracciolo in mezzo ai suoi “caracciolini” in perfetta divisa da marinaretti, loro che un tempo vagabondavano per i vicoli della città scalzi e coperti di stracci: tutti “figli” per lei che chiamavano “mamma AEI”, dalle prime lettere dell’alfabeto imparate a leggere e scrivere.

Purtroppo, nonostante l’ampio consenso, i riconoscimenti ufficiali e le onorificenze, nel 1928 Giulia veniva bruscamente estromessa dalla direzione del suo gioiello educativo dal governo fascista, che mirava ad appropriarsene per l’Opera Nazionale Balilla. Identica sorte toccò, negli anni seguenti, ad altre sue promettenti iniziative: la scuola dei Campi Flegrei per pescatori e marinaretti e la scuola elementare e i corsi di agraria del Casertano.

Malgrado il fallimento di questi progetti, insieme al mai realizzato sogno di estendere l’accoglienza e il recupero dei senza famiglia anche a bambine e ragazze, Giulia non si abbatté, non rimase inattiva. Dopo la guerra prese parte, sempre a Napoli, al nascente movimento femminile dell’Udi (Unione Donne Italiane) e si impegnò in campagne giornalistiche per denunciare alla società e ai politici la perdurante piaga dell’infanzia abbandonata, resa ancora più grave dalle conseguenze del conflitto. Morì nel 1957, rimpianta da tutti coloro che aveva beneficato. Dieci anni prima, ad un congresso delle donne napoletane, l’antica “capitana” della Caracciolo aveva potuto illustrare per la prima ed unica volta la specificità dell’esperienza fatta con gli scugnizzi: il cosiddetto “sistema Civita”, espressione del più avanzato pensiero pedagogico del suo tempo.

E proprio questa storia, anzi questa epopea corale quasi dimenticata, Antonella Ossorio ha voluto strappare all’oblio con l’ultimo suo romanzo edito da Neri Pozza: I bambini del maestrale, rappresentando questo vento freddo e violento la condizione dei piccoli diseredati antecedente al loro riscatto da miseria e ignoranza. La scrittrice napoletana non solo ha ricostruito in maniera impeccabile la vicenda nel suo contesto storico, avvalendosi di documenti, studi ed epistolari, ma col suo talento letterario e la sua sensibilità di donna, già docente di scuola primaria e per di più autrice di testi per ragazzi, ha dato sangue e ritmo ad una storia ricca di umanità, la cui attualità non manca di interpellare le coscienze, coinvolgendo chi legge fino all’ultima delle sue oltre 370 pagine.

Tra i tanti memorabili, lasciano il segno anche episodi risolti in poche righe come l’accoglienza sulla nave del piccolo scugnizzo Totonno: «Sentendosi tirare per la veste, Giulia abbassò lo sguardo: a richiamare la sua attenzione era stato il più piccolo tra gli ultimi arrivati. Imprevedibilmente le tese le braccia. E appena lei lo ebbe sollevato tra le sue e stretto a sé, le sussurrò all’orecchio: “Totonno”. “Dunque è così che ti chiami?”. Si guardò bene dal rivolgergli formule sciocche e abusate del tipo: ma allora ce l’hai la lingua! Sentiva il cuore sciogliersi dalla tenerezza, dicendole il suo nome quell’anima innocente le aveva dato ben più che una risposta: stava affidandole la sua intera vita. “Totonno” insistette. “E poi?”. Il bambino la fissò con occhi antichi come il mondo. Senza l’ombra di un sorriso, rispose: “Totonno e basta”».

Vivi e credibili sono anche i pochi personaggi non storici che la Ossorio ha ritenuto opportuno inserire nel suo racconto. Primo fra tutti quello «immaginario, ma ispirato all’anonimo scugnizzo che una mattina seguì Giulia in via Toledo», di Felice: che, abbandonato dalla madre, vive una vicenda parallela a quella dei “caracciolini” senza mai incrociarla per una serie di malaugurate circostanze. Più che un espediente per tener viva nel lettore l’attesa del lieto fine, il “caracciolino” mancato sta a simboleggiare, nelle intenzioni dell’autrice, «tutti i bambini di strada che si sono persi per non avere incontrato chi offrisse loro un’occasione».

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