Inquieto è il mio cuore

Senza radici, problematico, portando il peso di certe ferite della vita, Agostino andava cercando Dio.
Inquieto è il mio cuore

 «Nella mia prima giovinezza, a causa del lavoro di mio padre, agente marittimo alla Tirrenia, ci spostavamo da un Paese all’altro, da una città all’altra: Tunisi, Palermo, Napoli, Roma, Tripoli… Per questo nessun luogo potevo considerare casa mia. Non ho radici».

Si chiama Agostino questo ultraottantenne romano di adozione. Come il grande santo, dottore della Chiesa, è nato anche lui in Nordafrica – non in Algeria però, ma in Tunisia – da genitori italiani. E come l’autore delle Confessioni il suo percorso verso Dio non è stato né facile né lineare, tra slanci mistici e attrattive terrene. Sì, la celebre frase «Inquieto è il mio cuore finché non riposa in te» potrebbe definire anche la ricerca di Agostino Messineo.

«Di carattere apprensivo e timido, da ragazzo non avevo una visione del bene e del male: in me c’era il vuoto assoluto sotto l’aspetto della religione. Di Dio in famiglia non si parlava mai. Per farmi “svegliare” mio padre mi buttò nella strada, col risultato di farmi imbattere in compagnie che cominciarono a condizionarmi negativamente. Per fortuna da Palermo, dove ci trovavamo allora, ci trasferimmo a Napoli, dove iniziai il ginnasio».

Nella città partenopea il quattordicenne Agostino, per l’influsso stavolta positivo esercitato su di lui da un amico, frequenta l’oratorio dei salesiani, arrivando così a farsi un’idea della Chiesa e della religione. Poi, nel ’34, il trasferimento a Roma.

«Lì mi cercai un confessore, divenni fervoroso nella preghiera e non trascuravo di far penitenze, al punto che il mio padre spirituale progettava per me il seminario».

L’impegno cristiano del giovane Agostino continua anche a Tripoli dove nel 1938 frequenta il liceo classico. A Roma si iscrive a giurisprudenza. Ma gli studi universitari vengono interrotti nel marzo del 1941 – il primo anno di guerra –, quando viene chiamato sotto le armi in Tripolitania, vicino a Sabratha. «A poco a poco di Dio mi ero scordato, ma lui si teneva dietro le quinte».

 

Nel 1942 s’imbarca per la Sicilia sull’ultimo aereo in partenza prima dell’occupazione degli inglesi. «Addio al caldo afoso, alla penuria d’acqua, alla sabbia negli occhi e tra i denti: mi trovai come nel Paradiso terrestre, tra il verde degli aranceti in fiore esalanti profumi acuti».

Da Castelvetrano, Agostino arriva in treno in una Napoli brulicante di gente agitata, dove lo attendono la madre e il fratello (il papà è rimasto in Tripolitania). Ma è solo una tappa: la sua mèta è Roma. Come mai?

«Da Tripoli avevo imbastito una corrispondenza con una ragazza, Margherita. Le nostre famiglie erano vicine di casa nel periodo in cui abitavamo nella capitale; il maggiore dei suoi fratelli lavorava nella stessa società di mio padre, il minore invece era stato mio compagno di studi. Da cosa nasce cosa e ci legammo sentimentalmente».

A Roma Agostino si ferma appena una settimana; poi va a Salerno per fare il corso allievi ufficiali, e da lì a Palermo. È il marzo del 1942. Nuova destinazione a Trapani, dove scampa per miracolo ad un bombardamento aereo Usa.

Nel parapiglia che segue, nel luglio ’43, allo sbarco delle forze anglo-americane tra Licata e Siracusa, succede un fatto nuovo: quel “Dio dietro le quinte” comincia a riapparire sulla scena di Agostino, che troviamo accampato con altri commilitoni in una villa settecentesca: «Ero in uno stato d’animo particolare, quasi estraniato dalla realtà che mi circondava. Nella biblioteca avevo trovato una biografia di san Giovanni Bosco che lessi fino a sera in un pianto liberatorio. Quella lettura mi cambiò l’anima e gli altri a cena se ne accorsero perché non partecipavo ai loro discorsi. Cominciai a riavvicinarmi alla Chiesa e ai sacramenti».

Ha ora la carica spirituale necessaria per affrontare ciò che lo attende: la cattura, il 24 luglio 1943, da parte degli americani e la prigionia di due anni e mezzo. «Da Palermo venni spedito in Algeria nella stiva di un incrociatore. Da Orano giunsi poi a Chancy, campo 182, in una conca immensa dove eravamo diecimila prigionieri divisi da steccati in gruppi di mille.

«Lì notti passate all’addiaccio, a cielo aperto. Ma a me non pesavano i disagi: dopo la conversione vivevo in un mondo mio con Dio al centro; ero diventato il consolatore dei miei compagni di prigionia e davo un gran daffare ai due preti del campo, dai quali mandavo tanti a confessarsi. Nelle dispute di argomento religioso riuscivo a mettere in imbarazzo i miei contestatori.

«Rimasi a Chancy fino al 1944. I miei non sapevano dov’ero e solo dopo tanto tempo ricevetti una lettera da Margherita: lavorando alla Croce Rossa, era riuscita a trovare la mia scheda segnaletica tra i prigionieri».

Poi Agostino viene trasferito a Marsiglia, presso l’ex consolato italiano. Dopo vari mesi sarà destinato vicino a Cannes, poi di nuovo a Marsiglia e successivamente in Lorena, a Metz: «Non eravamo considerati prigionieri perché dopo l’armistizio dell’8 settembre noi che avevamo optato per il re diventammo cooperatori addetti ai servizi ausiliari americani».

Paradossalmente, quel periodo di prigionia Agostino lo ricorderà come uno tra i più belli della sua vita, in cui più palesemente Dio gli si è manifestato. Come le due volte in cui è scampato ad una brutta fine per mano di soldati senegalesi.

Finalmente la guerra finisce e nel dicembre 1945 viene rimpatriato. Col gruzzolo della liquidazione degli stipendi arretrati, può ora fidanzarsi con Margherita.

Dopo aver cambiato diversi lavori, con un colpo di fortuna, lui che già è stato dipendente della Banca d’Italia a Tripoli, riesce a farsi assumere presso la sede romana di questa stessa banca. «Così potemmo sposarci il 26 giugno 1948».

 

Circa dieci anni dopo, quel matrimonio viene messo a dura prova. Agostino infatti attraversa un lungo periodo di sbandamento spirituale e morale, dovuto alla cotta per una collega. È come uno che conduce una doppia vita. «Esternamente continuavo ad apparire un cristiano impegnato, dentro invece non avevo pace; finché Dio mi diede la forza di rompere quel rapporto. Ma quando confessai la cosa a Margherita lei si prese un esaurimento, e di conseguenza anch’io».

Sembra impossibile venirne fuori senza un intervento di Dio. E Dio si serve, a quanto pare, dell’invito ad un incontro dei Focolari a Viterbo. «Il primo contatto col movimento da parte di Margherita risaliva al 1958, mentre io mi ero defilato. Stavolta però aderii: più che altro per rompere, in casa, il cerchio di dolore che mi opprimeva, e nella speranza che, ritrovando quella gente, lei mi avrebbe lasciato in pace».

Invece a Viterbo, ascoltando Ginetta Calliari, una delle prime focolarine, Agostino prova un altro tipo di sconvolgimento: è qualcosa che gli asciuga di colpo tutte le tensioni accumulate, come se tutti quei trascorsi di sofferenza l’avessero preparato a quel momento.

«Dopo una settimana Margherita ed io partecipammo ad un incontro simile a Roma, nella sala dei Bergamaschi in via di Pietra: seduti in prima fila, ascoltavamo ancora Ginetta parlarci di Chiara e della scoperta di Dio amore con tale ardore da travolgerci».

Tutte le domeniche la piccola comunità romana si ritrova a questi appuntamenti con i primi testimoni dell’ideale dell’unità. Dal canto loro, i coniugi Messineo non si stancano di ascoltare quella storia ormai nota ma sempre nuova, che inizia così: «Erano tempi di guerra e tutto crollava».

Sì, anche quel matrimonio minaccia di crollare; ma ecco, si sta facendo strada in loro una nuova speranza. Quanto tempo ci vorrà perché certe ferite si risanino?

«Per tre mesi, mettendo alle strette i focolarini con domande insistenti – prosegue Agostino –, cercai di carpire il segreto della loro gioia costante, della loro fede semplice e dritta rispetto alla mia così problematica e, quando scoprii il di più d’amore di Gesù abbandonato, fu come aver trovato la chiave per uscire dai problemi che attanagliavano me e Margherita, procurandoci notti insonni».

Nonostante l’esaurimento, i Messineo rimangono fedeli agli appuntamenti della comunità, di cui si sentono ormai parte. E scambiandosi le impressioni sulle esperienze di Vangelo vissuto ascoltate, ritrovano un dialogo che sembravano aver perso. Anche i loro nuovi amici si adoperano perché questo rapporto sia facilitato, ricostruito.

Dal “cuore inquieto” al “cuore ardente”, come quello dei discepoli di Emmaus quando uno sconosciuto viandante si affiancò loro per confortarli e illuminarli: da quegli anni lontani, è ancora questa l’esperienza di  Agostino tutte le volte che, andando al di là dei limiti umani propri e altrui, sa aprirsi al Dio presente nel fratello, al Dio presente tra due o più.

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