Il mondo di Robert Schumann

Daniele Gatti dirige l’integrale delle sinfonie del musicista tedesco a Roma, all’Accademia Santa Cecilia
Orchestra e Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Un evento rivelatore. Così appare il concerto con cui Daniele Gatti, ritornato ormai maturo a Roma, dove dal '92 al '97 è stato direttore dei complessi ceciliani, ha inaugurato il ciclo schumanniano.

 

La Prima sinfonia, chiamata non dall’autore “Primavera”, tanto primavera non è. Balza in evidenza l’assoluta diversità del suo mondo dal romanticismo ottimista e trasparente di Mendelssohn, che pure diresse la prima esecuzione con cura. L’anima introversa di Robert si svela subito in un irrefrenabile impulso a dire tutto di sé senza un attimo di sereno, ovvero la serenità – nel Larghetto – è solo apparente, dopo il primo tempo corrusco e balzano (certe stregonerie del flauto o certi strappi dei violini).

 

Oltre lo Scherzo “citazionista” quasi surreale e manieristico, l’ultimo tempo fa emergere da un nulla indistinto pre-mahleriano un suono fuori campo che evoca dubbi atroci, paure, sospensioni e chiude con spasmi di energia che oggi diremmo wagneriani. Siamo pienamente nella tempesta romantica dell’io. Dopo l’intermezzo, meraviglioso, con il composto, mesto Alt-Rapsodie per contralto, coro e orchestra di Brahms – e qui il contralto Sara Mingardo si è rivelata un prodigio di luce e di misura, raro oggi –, è toccato alla celebre Sinfonia n. 3, "Renana".

 

Decisamente più “classica”, con un avvio brusco, un Andante sereno nel secondo tempo, a dire una faccia del romanticismo schumanniano: cioè la creazione e l’immersione in un'atmosfera di vibrazioni naturali, di senso dell’infinito, della natura come forza, accompagnato dai giochi fra archi e legni sino alla densa frase dei  quattro corni, evocanti misteriose profondità.

 

Un sentimento panico come nella Sesta di Beethoven ma più carico di emotività. Dolce e cantabile il terzo movimento appena attraversato da un'incrinatura malinconica nei tocchi evanescenti. Apertura invece quasi tragica nell’ultimo tempo, aria tesa che fa emergere lo scintillio degli ottoni e chiude con tanta indecisione interiore.

 

Gatti ha diretto splendidamente, senza eccedere nella gestualità, evocando dall’orchestra assai convinta tutto un mondo sonoro fatto di costanti fibrillazioni coloristiche e sentimentali e privilegiando il lato introspettivo e drammatico più che quello scintillante. Ne è uscito uno Schumann così appassionato da incantare il pubblico.

 

Da sabato a martedì prossimo il ciclo continua con la Seconda e la Quarta Sinfonia.

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