I tempi di Dio

“Essere straniero e dialogare con l’altro”. Questo il tema del Simposio internazionale per il dialogo islamo-cristiano che si è svolto questo fine settimana a Yeşilköy, quartiere di Istanbul
Istanbul

Quando arrivo al convento dei frati cappuccini a Yeşilköy è passata la mezzanotte. È tutto buio fuori e alla porta nessuno mi apre: suono più volte, cerco un’altra entrata. Alla fine ad accogliermi è padre Alberto. Ci guardiamo negli occhi: lui si rasserena, non sono un malfattore. Io nel suo sguardo mi sento finalmente a casa. È anziano, cammina con fatica ma è sveglio e interloquisce con il custode parlando perfettamente turco. Gli chiedo allora da quanti anni è in Turchia e lui mi risponde: «Settantasette». «No, padre Alberto, forse non ha capito – e mentre gli parlo alzo un po’ la voce –: non le ho chiesto l’età. Le ho chiesto da quanti anni è in Turchia». E lui sorridendo mi dice: «No, ho capito benissimo. Sono qui da 77 anni, perché di anni ne ho compiuti da poco 97».

Eccoli i frati delle tre famiglie francescane presenti in Turchia. I conventuali, i cappuccini, i frati minori. Una vita semplice, schietta, ma tutta dedicata a Dio e ai fratelli. Anni vissuti in una terra lontana dove i cristiani sono pochi, anzi pochissimi, benché sia culla antica e primordiale del cristianesimo. Sono loro ad aver promosso ed ospitato anche quest’anno il Simposio internazionale per il dialogo islamo-cristiano che da una decina di anni riunisce qui un piccolo gruppo di musulmani e cristiani con l’intento di conoscersi meglio. La sala-conferenze del convento quest’anno però è gremita di gente. Tra i partecipanti, si scorgono molte studentesse delle facoltà di teologia dell’università di Marmara. Alcune di loro studiano anche all'università Gregoriana di Roma. Ci sono religiosi e laici cristiani. E c’è anche un rappresentante della comunità ebraica di Istanbul.

Il tema ufficiale del simposio è “Essere straniero e dialogare con l’altro”. A dare il benvenuto sono  l’imam del luogo, il vicario apostolico di Istanbul, mons. Louis Pelâtre, e mons. Yusuf Sag, vicario patriarcale dei siro-cattolici, nonché presidente della commissione per il dialogo interreligioso. 
È arrivata anche qui come un fuoco l’offesa grave ai credenti musulmani perpetrata senza alcun motivo dal film contro Muhammad e dalle vignette francesi. «La libertà di espressione – è stato detto sia dai rappresentati cristiani che da quelli musulmani – non può trasformarsi in un diritto a insultare la religione». Ma subito è stato anche ribadito il "no" più assoluto alle contro-manifestazioni di violenza e che questi fatti seppure incresciosi «non devono scoraggiare, ma anzi, devono rafforzare il nostro impegno nel dialogo». Un impegno corale che chiama tutti:  patriarchi, imam, mufti, rabbini perché il filo del dialogo possa entrare nelle chiese, nelle moschee, nelle sinagoghe. «Solo così – ha detto mons. Sag – le nuvole si diraderanno e il sole potrà di nuovo brillare. Non inviti alla rivolta ma esortazioni alla pace, all’amicizia e alla fraternità».

Il “dialogo di Istanbul” è un dialogo vissuto nella reciproca ospitalità: tutti i partecipanti hanno potuto partecipare alla preghiera nella moschea cittadina, accolti calorosamente dall’imam, che ha riservato loro un posto d’onore. Invito che è stato poi ricambiato il giorno dopo con la partecipazione alla liturgia della Parola nella chiesa di Santo Stefano di Yeşilköy.
Chiedo a padre Gregorio, oggi superiore del convento di Yeşilköy, se ne è valsa la pena aver trascorso tutta la sua vita in Turchia, con una manciata di cristiani e la sensazione di essere sempre ospiti e mai cittadini. Non è un tipo che facilmente si apre nel sorriso. Ma la risposta me la dà con la luce negli occhi: «Ogni giorno della mia vita non è stato mai uguale a sé stesso. È sempre stato capire e seguire giorno per giorno quello che Dio chiedeva». Non ci sono dunque bilanci da fare. O meglio, la valutazione non si basa sui risultati positivi registrati o sugli insuccessi incassati. Siamo su un’altra dimensione.  

E mentre mi parla, mi rivengono in mente le parole che il biblista di Gerusalemme padre Frédéric Manns mi aveva appena detto in un’intervista. «Forse non saremo noi a vedere i frutti della semina, perché la crescita è ancora lunga e la pazienza è la prima qualità del dialogo. Ma niente è perso. Nella memoria di Dio, tutto è ritenuto». E poi aggiunge: «Il vero dialogo bisogna viverlo in mezzo alla gente. Dopo tanti scontri, la gente si stuferà della violenza: non si può continuamente vivere nella tensione, nella paura del futuro. Sarà la gente a dire basta. La tradizione biblica dice che l’amore è più forte della violenza. Solo l’amore può dare una soluzione. Bisogna entrare quindi già da ora in questa prospettiva biblica. I primi cristiani dicevano: guardate come si amano. Questo è il messaggio da dare: credere nonostante tutto all’amore».

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