I detenuti di Braq

La vicenda dei profughi eritrei in Libia scuote la coscienza degli italiani.
profughi eritrei

Dal 30 giugno continuano ad essere inviati comunicati dal Cir, Centro italiano per i rifugiati, indirizzati a tutte le autorità italiane per salvare 245 rifugiati eritrei che si trovano nel centro di detenzione di Braq vicino a Sebah, nel sud del deserto libico. Tra di loro si trovano anche parte di quelle persone che circa un anno addietro sono state respinte in mare dalla Marina militare italiana e ora temono per la loro vita. Esseri umani che dovrebbero godere della tutela riconosciuta dal diritto internazionale, se solo avessero potuto chiedere asilo politico.

Il Cir ha chiesto di inviare una delegazione di enti umanitari non politici, che sia messa in grado di visitare il centro di Braq e prestare «le cure di emergenza ai feriti e al numero ogni ora sempre maggiore di eritrei che hanno contratto malattie infettive».

Secondo le testimonianze riportate da Nigrizia, rivista dei comboniani, i profughi eritrei hanno compiuto nel deserto libico «un viaggio infernale chiusi per 12 ore in un container in viaggio sotto il sole del deserto, picchiati e mantenuti in vita con poca acqua e cibo». Ma il timore più forte è quello di essere rimpatriati a forza esponendosi alle prevedibili rappresaglie, fino alla morte. Tutti hanno perciò rifiutato di firmare un modello prestampato che servirebbe al loro rimpatrio "volontario”.

Appelli e informazioni che confermano la versione dei fatti provengono anche da Amnesty International, mentre Fortresse Europe, osservatorio sulle migrazioni in Europa, registra la presa di posizione di singoli parlamentari e il silenzio delle segreterie di partito.

 

Anche il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ha inviato due lettere ai ministri italiani degli Esteri e degli Interni, Franco Frattini e Roberto Maroni, in cui esprime la sua preoccupazione per la sorte degli eritrei detenuti nel centro di Sebha, ricordando come alcuni degli eritrei detenuti in Libia «avrebbero tentato di raggiungere l’Italia per chiedere protezione internazionale e sono state rimandate in Libia senza avere la possibilità di presentare la loro richiesta».

L’Italia ha siglato un complesso accordo con il governo libico dove, assieme a intese industriali e commerciali, ha demandato alle forze di sicurezza del Paese nordafricano l’attuazione del piano di contenimento dell’immigrazione clandestina.

Due scrittori, Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo, hanno lanciato un appello agli scrittori, ai giornalisti, ai religiosi e a tutti gli spiriti liberi: «Chiediamo che si attivino le procedure per la concessione del diritto d’asilo, nei casi previsti dalla legge. Chiediamo di accertare chi ha parenti in Italia che potrebbero garantire per loro. Ci dichiariamo pronti ad «adottare» un profugo e la sua famiglia. Chiediamo, come dicono gli avvocati, «in estremo subordine», di non lasciarli morire».

Proprio il 30 giugno, mentre avveniva il viaggio dei profughi eritrei verso Sebah, la conferenza degli Istituti missionari italiani ha diffuso una nota dal titolo eloquente: Missionari/e e immigrati: non possiamo tacere: «Stiamo dalla parte degli immigrati, la nostra è una scelta di campo: la scelta degli ultimi. Noi missionari/e crediamo fermamente, come diceva il grande vescovo-martire di Oran (Algeria) Pierre Claverie, che non c’è umanità se non al plurale».

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