Guy, professione deontologo

L’incontro con un giornalista del Benin che la stampa ce l’ha nel cuore e nella mente. Per l’onestà che lo anima, ha più volte dovuto cambiare lavoro. Fino a diventare un punto di riferimento per tutti i colleghi
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Si può dire che da sempre sia un cronista, sin da quando, ancora al liceo, leggeva tutto quello che gli capitava a tiro, e non era facile trovare della stampa in Benin all’epoca. Il colpo di fulmine è venuto dal bollettino di un’associazione culturale: «Volevo difendere la giustizia e denunciare l’ingiustizia». Punto. «Costatavo che la gente normale non aveva comportamenti diversi. Esitai un istante: magistrato e giornalista? Per un punto fallii il concorso, ma non per questo mi ritenni sconfitto, fare il giornalista non era un ripiego». In quel tempo pubblicò un articolo dal titolo significativo: “Studenti sporcaccioni o sporcaccioni studenti?”, che voleva denunciare le abitudini squallide di tanti universitari che non avevano nessuno concetto dell’igiene mentale, sociale, e anche di quella personale. L’articolo attirò l’attenzione della stampa universitaria. «Mi prendevano in giro, mi chiamavano il giudice o il prete. Diventai anche responsabile degli “affari religiosi” dell’università».

Poi l’inizio della carriera: i suoi colleghi più grandi che con lui realizzavano Le héro, la rivista studentesca, uscirono dall’università lasciandogli la direzione della rivistina. E si lanciarono nell’avventura di fondare il primo quotidiano indipendente del Benin, Le matin, realizzato assieme a un algerino. Guy Constant Ehoumy cominciò a collaborare. Inizia così poi una lunghissima serie di collaborazioni con i giornali che da quel momento cominciarono a essere pubblicati in gran numero nell’effervescenza di libertà di quegli anni. Nel 1996, fu assunto da La dépèche du soir, ma ben presto scoprì che il proprietario aveva scritto nel contratto una congrua somma in meno per il suo salario. Piantò una grana, e lasciò il giornale. Poi a Point Media, con dei senegalesi, fondò la prima scuola di giornalismo del Benin, dopo un passaggio a Dakar. E poi fondò con Charles Toko, figura mitica del giornalismo del Benin, Le matinal, per provare l’elettrizzante sentimento di creare qualcosa di nuovo.

Dopo due anni di lavoro nella stampa e nell’insegnamento in inglese nella vicina Nigeria, Guy Ehoumy nel 2003 rientrò in patria, diventando caporedattore de L’essentiel fino alla chiusura, determinata dall’abbandono di un socio fondatore. Passa a Le tropical, giornale di Porto Novo, nel quale si trova a vivere un caso tipico della stampa della regione: il politico di turno finanzia la stampa perché si parli sempre e solo bene di lui. Guy Ehoumy decide di scrivere un articolo su un partito rivale, senza valorizzarlo, ma solo per far sapere ai lettori che c’erano anche delle alternative nella campagna elettorale. Una mattina quel politico lo chiama al telefono sommergendolo di improperi. Guy non si mosse di un pelo e gli rispose: «Dovrà chiedere perdono a Dio di quel che mi ha detto», perché lo aveva accusato di aver preso dei soldi dal partito avverso. «All’incontro di redazione ho chiesto che mi si chiedesse formalmente scusa per quella dichiarazione. Ho preso le mie cose e mi sono dimesso, dopo aver appurato che non mi avevano pagato due mesi di arretrati. Alla fine ho avuto causa vinta».

Poi la stabilità, a La presse du jour, dove ancora lavora. Solo che nel frattempo, per la fama di incorruttibile che si era fatto nell’ambiente del giornalismo del Benin, fu eletto all’Osservatorio per la deontologia e l’etica nei media. «Bisognava dimostrare di avere dieci anni di lavoro continuativo alle spalle, ma come accade dalle mie parti troppo spesso, i miei datori di lavoro non avevano fatto le cose bene. Così aspettai qualche anno, finché nel 2007 sono stato eletto vice-presidente del sindacato dei giornalisti, l’Upmb. Mi battei per il contratto di lavoro collettivo, e riuscimmo nell’impresa. Così nel 2007, in occasione delle nuove elezioni all’Osservatorio fui eletto assieme a 6 colleghi, 4 proprietari di giornali e a 2 esponenti della società civile. Nel 2012 ne sono diventato il presidente, e sono stato ricondotto nelle mie funzioni per un secondo mandato». Ed ora Guy Constant Ehoumy è candidato al ruolo di responsabile della Alta autorità del Benin per i media. Meriterebbe quel posto.

Due sono i problemi maggiori della stampa del Benin: la violazione dell’art. 2 del Codice deontologico relativo alla veracità delle informazioni, sia per incompetenza e non controllo delle fonti, sia perché pagati dal politico o dal businessman di turno. L’altro grande problema è la diffamazione, assai frequente. Senza dimenticare l’articolo 5, che vieta di prendere soldi per scrivere un articolo dalla persona o dall’ente di cui si scrive: purtroppo questa è una piaga dei nostri giornalismi dell’Africa occidentale francofona.

La stampa ha un ruolo molto importante nella vita sociale del Benin: «Il parlamento non controlla gli atti del governo, se non saltuariamente, e così la stampa resta la sola entità di controllo del Paese. Guy Ehoumy racconta dei casi più spinosi che si è trovato ad affrontare e a risolvere, anche se in Benin non sembra che dei giornalisti, tranne un caso sospetto di un paio d’anni fa, nessun giornalista è stato mai ucciso per le sue idee o i suoi articoli. Mentre c’è da lottare costantemente con le limitazioni di fatto alla libertà di stampa, come recentemente l’oscuramento delle frequenze di una radio dell’opposizione molto ascoltata.

Che cosa ti ha dato il coraggio necessario a non cedere alla corruzione e alle minacce? «Senza dubbio la fede, che mi porta a rispettare ogni persona come. Il cristianesimo ci spinge ad amare ogni prossimo, cercando la giustizia». Un giorno – era ancora all’università – un amico gli porge un commento ad una frase del Vangelo: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Guy commenta: «Ho capito che dovevo cominciare dalla mia vita, che dovevo avere il coraggio di condividere ad esempio coi colleghi quel poco che avevo, come il riso per il pranzo. Il Signore mi ha fatto arrivare riso in abbondanza in quel periodo. Più davo, più ricevevo».

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