Guido Petter e i bambini

L’educazione come arte del dialogo.
bambini

È il 1975. Giovane universitario della Facoltà di psicologia a Padova, partecipo per la prima volta alle lezioni di psicologia infantile: si presenta sul palco un giovane professore che parla di bambino, infanzia, esperimenti di Jean Piaget e… incanta.

 

La platea è attratta da come apre sguardi nuovi su questo mondo. Il professore è Guido Petter: docente di Psicologia dello sviluppo e pioniere della cultura dell’infanzia, contribuirà a far crescere in Italia, soprattutto nelle scuole, la dignità dei bambini, ponendoli al centro del processo educativo.

 

Uomo discreto, tutto d’un pezzo, coerente anche nella vita privata, rispettoso della dignità dell’uomo, Petter lascia il segno non solo nella psicologia, ma anche nella resistenza contro il regime totalitario.

Nell’ambito della psicologia sperimentale, svolge ricerche su pensiero e percezione. Successivamente getta le basi, in Italia, della psicologia evolutiva.

 

Assieme ai collaboratori lancia i primi progetti di studio su epistemologia genetica e sviluppo concettuale nell’infanzia, definendo le linee di ricerca in psicologia dello sviluppo infantile e adolescenziale. Non si contano gli insegnanti e i professori suoi allievi che contribuisce a formare con serietà e dedizione. Significativi i lavori destinati al mondo scolastico, raccolti nei famosi libri di Conversazioni psicologiche (Giunti).

 

Con la sua scomparsa, l’Italia perde un pezzo della sua storia. La psicologia italiana, infatti, sarà sempre debitrice a questo semplice studioso dell’infanzia, appassionato cultore dello sviluppo mentale e difensore dell’educazione come arte del dialogo.

 

La sua filosofia di vita la possiamo intuire leggendo uno dei suoi ultimi saggi – Per una verde vecchiaia (Giunti) –, quando parlando di sé scrive: «Mi sono sempre più convinto che sia giusto salutare l’arrivo di ogni nuovo giorno come un dono prezioso, e che sia altrettanto giusto e importante (oltre che possibile) immergersi quotidianamente in attività piacevoli e significative, utili a sé e agli altri, e lavorare a esse con impegno, come se non si dovesse morire mai».

 

Chi era

Guido Petter nasce a Luino il 20 aprile 1927 e muore a Dolo il 24 maggio 2011. Già partigiano in Val d’Ossola durante la Seconda guerra mondiale, a metà degli anni Cinquanta vince la cattedra di Psicologia dello sviluppo. Lavora prima all’Istituto di psicologia dell’università di Trieste, poi viene chiamato a ricoprire la cattedra di Psicologia dell’età evolutiva all’università di Padova.

 

Dal 1958 è docente, prima ordinario e poi professore emerito della Facoltà di psicologia, insegnando negli ultimi anni anche Psicologia dell’adolescenza. Cura la traduzione del pensiero di Jean Piaget in Italia e compie numerose ricerche sui temi dello sviluppo cognitivo, del linguaggio, della psicologia dell’adolescenza, della genitorialità e della psicologia dell’educazione.

 

Oppostosi con vigore alle violenze degli esponenti padovani di Autonomia operaia all’interno della Facoltà di psicologia, il 9 marzo 1979 è vittima di un’aggressione, successivamente descritta con garbo e una dose di autoironia in una sua opera narrativa.

 

Nel dicembre 2005 è insignito della medaglia d’oro dal presidente della Repubblica per i Benemeriti della cultura e dell’arte. Il 19 maggio 2011, durante un incontro pubblico a Spinea, è colpito da un improvviso malore. Si spenge cinque giorni dopo.

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