Gerusalemme, le critiche della umma

A Istanbul la questione della città santa è stata affrontata nel corso di una riunione straordinaria dell’Oic, la più vasta organizzazione di Paesi musulmani al mondo. Affermazioni di principio: nessuno Stato membro del Consiglio di sicurezza può abolire unilateralmente una risoluzione dello stesso Consiglio.

Le ultime ore hanno visto un attivismo un po’ sospetto sulla questione di Gerusalemme. Persino il cardinale maronita libanese Béchara Boutros Raï (che recentemente s’è recato a Riad e non nasconde le sue finalità “politiche”) ha voluto convocare una riunione di capi religiosi musulmani e cristiani per condannare «lo schiaffo per i palestinesi, per i cristiani d’Oriente, per i musulmani e tutti gli arabi», comminato da un Trump sempre più odiato nel mondo arabo e musulmano in genere.

Ma la riunione più importante si è svolta a Istanbul, ad iniziativa del presidente turco Erdogan. Si è trattato del quinto vertice straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic per gli anglofoni e Oci per i francofoni), convocato per sensibilizzare la comunità internazionale sullo status della città di Gerusalemme, dopo la decisione di Trump di decretarla nei fatti capitale israeliana.

Cos’è l’Oic o Oci? Si tratta della seconda più grande istituzione intergovernativa dopo l’Onu e la più grande organizzazione dei Paesi a maggioranza musulmana. In qualche modo l’Oic vuole essere la voce dei musulmani nel mondo, riunendo ben 57 Stati membri in quattro continenti e cinque stati osservatori (Russia, Thailandia, Cipro settentrionale, Bosnia-Erzegovina e Repubblica centrafricana). Creato nel 1969 dopo l’incendio doloso della moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, la sua sede principale è a Jeddah, in Arabia Saudita, ed ha una delegazione permanente presso l’Onu. Oggi il presidente è Erdogan, mentre il segretario generale è l’ex ministro saudita degli Affari sociali, Youssef al-Ossaimine. A Istanbul era presente Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese.

Nei fatti l’influenza dell’organizzazione non è delle maggiori. È un contenitore che afferma la presenza musulmana nel mondo, la cosiddetta umma, cercando di smussare le differenze esistenti al suo interno. Come nella questione attuale iraniano-saudita, entrambi membri dell’Oic, o in quella che oppone certe monarchie del Golfo persico al Qatar (a Istanbul era presenti i vari emiri della regione). A questo proposito, non pochi osservatori hanno letto la riunione come un tentativo di Erdogan di coordinare il mondo musulmano, approfittando delle difficoltà interne saudite. Nei fatti, la riunione ha permesso ai diversi capi di Stato di parlare tra di loro, in una fittissima agenda di colloqui bilaterali che sono apparsi ben più importanti delle riunioni plenarie. Nel mondo musulmano, e arabo-musulmano in particolare, è in corso una “ricomposizione” delle alleanze e dei rapporti di forza che non si sa dove porterà.

Gerusalemme © Michele Zanzucchi 2005
Gerusalemme © Michele Zanzucchi 2005

Fatto sta che ieri sono state fatte solo affermazioni di principio: la decisione di Trump sarebbe innanzitutto una violazione delle leggi e risoluzioni internazionali, con riferimento in particolare alla risoluzione 181 delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947, che ha concesso a Gerusalemme uno statuto internazionale speciale e ne ha fatto un’entità separata con copertura internazionale. Ricordando che la risoluzione 487 del Consiglio di Sicurezza del 20 agosto 1980 ha rifiutato di riconoscere una legge approvata dalla Knesset israeliana, secondo cui Gerusalemme sarebbe l’unica e indivisibile capitale di Israele, nessuno Stato membro del Consiglio di sicurezza – hanno sostenuto diversi esponenti musulmani a Istanbul – per quanto grande, può abolire unilateralmente una risoluzione dello stesso Consiglio.

 

 

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