Emanuelli: «La semplicità è l’unico modo per parlare d’amore»

L’autore di E allora baciami, decimo libro più venduto del 2017, ci racconta gli inizi della carriera di scrittore, le difficoltà, gli insuccessi e il rapporto con i fans che continuano a tatuarsi la sua frase: «Siamo solo per pochi».

È ormai un caso letterario quello di Roberto Emanuelli, lo scrittore romano arrivato a vendere quasi 100 mila copie del suo E allora baciami, decimo libro più venduto del 2017. In classifica dallo scorso aprile, quello di Emanuelli è un successo generato dal web, su cui si è creata una comunità di lettori, ma soprattutto lettrici, che hanno dato il via ad una escalation di vendite. Abbiamo incontrato l’autore a Firenze dove, ad una presentazione organizzata solo due giorni prima, ha trovato un centinaio di ammiratrici ad accoglierlo.

Roberto, da perfetto sconosciuto a personaggio seguito da migliaia di fan. Come sei arrivato fin qui?

È cominciato tutto a fine 2012, in un periodo molto negativo della mia vita. All’ennesima storia d’amore andata a rotoli, si erano aggiunti problemi lavorativi ed economici. Era l’epilogo di una serie di scelte sbagliate, fra cui quella di non seguire la carriera artistica a 23-24 anni. Mi sentivo morire giorno dopo giorno, fin quando ho preso la decisione di aprire un blog su cui ho riversato tutto il dolore che avevo dentro. Nel primo post ho parlato di mio padre: quando avevo 14 anni l’ho visto morire, di una morte brutta, e non avevo mai superato davvero la perdita. O meglio, non mi ci ero mai confrontato. Ho poi scritto delle storie d’amore andate male ed ho iniziato ad avere un riscontro inaspettato.

Quindi è partito tutto dal tuo blog?

Sì, ma non solo. Vedendo questo riscontro positivo, ho promesso a me stesso che non avrei lasciato la mia arte. Partendo da alcuni post del blog, ho scritto il mio primo libro, in gran parte autobiografico (Mary, la protagonista, non esiste davvero): Davanti agli occhi. Rizzoli lo ha preso in considerazione e mi ha spronato a portarlo a termine, ma poi non me lo ha pubblicato. Nel frattempo, era cresciuto il gruppo di chi mi leggeva su Internet e sono stati proprio loro ad incitarmi e a spingermi ad autopubblicare il libro. Grazie a questa famiglia che si è creata online, abbiamo venduto molte copie e un editore romano, Efesto, me lo ha pubblicato. Vedendo il successo, Rizzoli mi ha nuovamente preso in considerazione, pubblicando il secondo libro.

Chiami famiglia la cerchia di fan che ti seguono, come mai?

Non sono seguaci per me, ma persone con cui mi relaziono. Alle presentazioni, quando mi chiedono di firmare il libro, parlo con ognuno cercando di conoscerlo un po’, per fare una dedica personalizzata. La cosa che mi piace maggiormente in quelle occasioni è abbracciare le persone, per esprimere loro il mio affetto e il mio ringraziamento.

La maggior parte dei tuoi lettori, però, non puoi incontrarla di persona. Come ti relazioni sul web?

Rispondo ai messaggi e spesso mi commuovo per ciò che mi scrivono. Talvolta, addirittura, mi imbarazzo: c’è stata qualcuna che si è tatuata sulla pelle “Siamo solo per pochi”, frase simbolo del mio ultimo libro, e mi ha mandato la foto. Non sapevo cosa dire.

Cose che accadono alle rockstar, o magari negli ultimi anni agli youtuber. Ti senti un po’ una webstar?

No, e non voglio esserlo, con tutto il rispetto per gli youtuber o altri personaggi famosi sul web. Utilizzo molto i social network, sia per esprimere i miei pensieri sia per pubblicizzare i miei libri. Ma ciò che conta per me è la carta stampata e la soddisfazione mi arriva quando mi confronto con le persone che hanno letto il libro.

Nel romanzo c’è un confronto fra un padre, più o meno tuo coetaneo, e una figlia adolescente. Hai figli, dal cui rapporto ti sei ispirato?

Non ho figli e ti dirò di più: il personaggio con cui mi identifico maggiormente è Laura, la figlia diciassettenne. Varie donne mi hanno chiesto come posso parlare così bene dal punto di vista di una ragazza. Forse l’essere cresciuto con mia madre e le mie zie mi ha fatto stringere un rapporto particolare col mondo femminile.

Forse è per questo che il tuo pubblico è composto quasi solo da donne?

Forse, o forse perché parlo di sentimenti e le donne hanno una sensibilità maggiore. Scrivo con un linguaggio semplice e diretto, senza giri di parole. Mi sento un fanatico della semplicità, che è l’unico modo per parlare d’amore.

Il linguaggio che usi è caratterizzato anche dallo stile dei social network. Ci sono ad esempio intere conversazioni di Whatsapp nel testo. Allora i social sono importanti per te?

Lo sono molto. Il problema è l’uso che se ne fa. Io scrivo di amore e di relazioni, un tema in cui i social network sono spesso l’ago della bilancia. Li uso moltissimo, ma con criterio: per me non sono la vita, né tantomeno voglio essere famoso per la mia presenza sui social. Devono essere uno strumento per far conoscere ciò che ha valore: nel mio caso, quello che scrivo.

 

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