È cristiano non concedere i funerali ai mafiosi?

Il documento del vescovo di Acireale sulle esequie negate ai detenuti condannati per mafia ha provocato le reazioni di vari lettori e della moglie di uno degli autori della strage di Capaci, dove morì il giudice Falcone, la moglie e la scorta. Serve la risposta della comunità civile
Una chiesa vuota

Più di un lettore ha espresso diverse perplessità relative all'articolo di cittanuova.it nel quale si scrive che alcuni vescovi siciliani hanno negato le esequie ai condannati per mafia. Come la mettiamo con il perdono? È questa la domanda ricorrente di chi lo ha letto. E ancora: come coniugare il perdono dell’errante e la condanna dell’errore con l’iniziativa della diocesi di Acireale di negare i funerali ad un condannato per mafia espresso chiaramente in un documento ufficiale?

Proprio in questi giorni, peraltro, in altra diocesi siciliana (quella di Mazara del Vallo) si ripropone la questione e stavolta è intervenuta la stessa vedova di un mafioso al quale è stato negato il funerale in Chiesa.

«Mi chiamo Rosa Pace e sono la vedova di Mariano Agate, ex detenuto del carcere di Viterbo sottoposto al regime del 41 bis, morto per un cancro dopo un’agonia a dir poco terribile il 3 aprile di quest’anno. (Mariano Agate aveva trascorso venti anni al 41 bis per vari reati, fra i quali la strage di Capaci, ndr).

Mio marito è stato destinatario, in nome della Chiesa Cattolica, di un singolare trattamento a mezzo del suo rappresentante territoriale e vescovo di Mazara del vallo monsignor Mogavero il quale, pur conscio che Mariano Agate era spirato dopo aver chiesto di avere contatto con il Signore a mezzo di un sacerdote e di accettare, volere e ricevere l’estrema unzione, ha ugualmente vietato che la salma venisse portata all’interno di una Chiesa, pur non opponendosi alla celebrazione in epoca successiva al funerale a una messa di suffragio (…). Assurdo e per niente cristiano giustificare il divieto dei funerali per persone condannate per reati di associazione mafiosa che non abbiano manifestato alcun cenno di pentimento. Mi chiedo cosa ci sia di più intimo del pentimento dell’essere umano».

Il vescovo di Mazara, monsignor Domenico Mogavero ha risposto alla signora Pace:

«Il problema sollevato dalla moglie di Mariano Agate, non chiama in causa il vescovo di Mazara del Vallo, ma la comunità cristiana in quanto tale. E la prassi, ormai diffusa e consolidata di negare le esequie ecclesiastiche ai condannati per delitti di mafia, è il punto di arrivo di un percorso di maturazione religiosa e pastorale, considerata l’assoluta incompatibilità di tali delitti con i principi evangelici e il magistero della Chiesa. (…). Tale provvedimento è giustificato dalla natura dei peccati (delitti) di cui il defunto si era reso colpevole; peccati che non sono stati annullati dall’unzione degli infermi a lui conferita. (…) in più, la riparazione del danno non è semplice atto di pentimento, ma un vero e proprio cammino di conversione che impone il rifiuto dei comportamenti peccaminosi, nella stessa forma pubblica con la quale tali atti sono stati compiuti. Il pentimento intimo non basta».

Insomma, una gran bella questione, dove ci si sente tirati da questa parte o dall’altra, in un ondeggiare anche di sentimenti che scuote, nel profondo, l’animo umano e non consente risposte univoche o scontate. Come non essere d’accordo sul rifiuto della Chiesa di celebrare il funerale in Chiesa per chi si è macchiato di efferati delitti? Ma nel contempo come non pensare alla dimensione del perdono e della misericordia? Avvertiamo disagio di fronte a queste posizioni e non è facile individuare un sentire comune.

Occorre ripensare una grammatica dei valori che possa aiutarci a condividerli davvero e dobbiamo imparare l’ascolto del “dissenso”, la diversità di vedute, vederle esse stesse come valore, seppur questo non ci assicuri lo stesso pensiero.

Di fronte a questioni così laceranti viene in evidenza un’altra componente, la comunità, sia essa civile o ecclesiale, chiamata sempre più a schierarsi, a prendere posizione anche pubblica. Ma bisogna anche riportare le cose nel loro giusto posto. Le immagini dei santi, ad esempio, devono stare fuori dai portafogli dei mafiosi, perchè cozzano con le loro testimonianze di vita.  Dobbiamo riportare le cose al loro giusto posto, senza acrimonia o spirito di vendetta, ma con fermezza serena. Più che il giudizio come comunità, possiamo e dobbiamo dare segnali di approvazione e di disapprovazione? Come comunità anche civile condannare con fermezza chi si macchia di efferati delitti esclude senza mezzi termini il perdono per l’errante?

La strada è lunga e piena di ostacoli. Ma se ci abituiamo ad ascoltarci, ad ascoltare il dissenso, a non cercare il consenso (che ci gratifica e ci tranquillizza) forse avremo meno certezze, ma più compagni di viaggio. E su questi temi vorrei incontrarne tanti: qui si tocca con mano il dolore della spaccatura e la necessità di capire il valore della resurrezione che tocca una persona, ma tocca anche un intero Paese.

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