Due film da non perdere

Usciranno il 25 e il 26 Alcarràs, Orso d’oro a Berlino 2022 e Top Gun: Maverick, sequel del celebre film con Tom Cruise del 1986. Generi e mondi a confronto.
L'attore Miles Teller, a sinistra, insieme a sua moglie Keleigh Sperry mentre partecipano alla prima mondiale di "Top Gun: Maverick" ,mercoledì 4 maggio 2022, San Diego. Foto: Jordan Strauss/Invision/AP

Ci ha pensato a lungo Tom Cruise, dopo il successo planetario del 1986, a rifare e a rifarsi nei panni del tenente Pete Maverick Mirtchell, pilota formidabile che ha rinunciato alla carriera, pur di continuare a volare. L’attore iperattivo, 59 anni non dimostrati o dimostrabili (però nei primissimi piani, un po’ si vede, nonostante il lifting) ritorna al suo personaggio diventando oggi, malvolentieri e con dei superiori che vorrebbero farlo fuori, un docente che deve addestrare una squadra di allievi dell’accademia Top Gun per una missione segreta. Il nemico invisibile non è citato: ma è facile capire, Russia o Cina, o tutt’e due? Cruise ce la mette tutta a far lavorare assieme questi piloti giovani e superdotati, un po’ narcisi, fra i quali c’è pure il figlio del suo vecchio amico Goose, morto in un incidente, che gli serba rancore.

Il film è spettacolare, con acrobazie saettanti e tiene lo spettatore sospeso per due ore in una storia (in parte già vista) che mette insieme, senza retorica per fortuna, fratellanza, perdono, amore e ottimismo. Cruise, star ottimista per eccellenza, in forma perfetta, puntiglioso nella recitazione – senza controfigure, come sempre – trasmette sicurezza, voglia anche di rifarsi una vita – c’è la barista Penny con cui potrebbe avere una storia seria –, e di sicuro positività. Soprattutto quest’ultima, che non è male di questi tempi. Il film in effetti esalta lo spirito di squadra, conquistato al di là dei caratteri e delle tensioni. Non è male per un attore-star sempre sulla breccia e forse umanamente cresciuto.

La regista e sceneggiatrice spagnola Carla Simón dopo aver ricevuto l’Orso d’Oro per il film “Alcarràs” durante la cerimonia di premiazione al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, mercoledì 16 febbraio 2022. Foto: Ronny Hartmann/Pool via AP

Altro mondo quello che la regista catalana Carla Simón racconta nel suo film Orso d’oro a Berlino, Alcarràs, nome di un piccolo paese in Catalogna. È una saga familiare: il nonno, figli, nipoti, bambini scatenati a giocare, adolescenti perplessi, moglie e cognate insieme a coltivare uno sterminato frutteto che produce pesche. Una terra che la famiglia possiede in uso da anni, concessa con una semplice stretta di mano da un amico vicino di casa, come si usava un tempo. Ma ora la modernizzazione avanza e impone la distruzione del pescheto per collocare un impianto solare. È il mondo rurale che viene aggredito, una civiltà e un senso della famiglia che si vuole mettere in crisi e poi far sparire.

Il film è bellissimo, limpido, commovente, recitato dagli attori – i bambini compresi – con una naturalezza stupefacente. Dramma sociale e dramma dei rapporti umani: una dimensione complessa e contraddittoria di adulti litigiosi, bambini innocenti e soprattutto il nonno, un volto di anziano incantato e dolente, partecipe di un’autentica tragedia umana.

Il film nella sua solarità infatti non nasconde la lotta per rimanere fedeli alle proprie radici nei confronti di una modernità che non vuole solo distruggere gli alberi, ma un mondo di vita. La pietas della regista, pur nella leggerezza, è alta e delicata in un lavoro che unisce incanto a smarrimento.

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