Dialogando con Paolo Cognetti

Paolo Cognetti, uno dei nostri più giovani scrittori, è amato e letto in tutto il mondo grazie a un romanzo che vinse nel 2017 il Premio Strega e altri premi in Italia e all’estero: Le otto montagne (Edizioni Einaudi).
Paolo Cognetti (Vincenza Inchingolo - wikipedia)

Le otto montagne (Edizioni Einaudi), che è tra i libri più letti ancora oggi, ha ispirato il film omonimo del 2022 diretto da Felix Van Groeningev e Charlotte Vandermeers e interpretato da Luca Marinelli e Alessandro Borghi.

Le otto montagne, un libro sull’amicizia. Un’amicizia iniziata nell’infanzia durante le vacanze in montagna tra Pietro il protagonista che vive a Milano (voce narrante della storia) e Bruno, figlio di montanari, e che si consoliderà negli anni…Come nasce questo libro?

Nasce dai miei ricordi d’infanzia, dalla mia esperienza di vita in montagna ma anche dalla mia immaginazione. È quello che diceva Faulkner sulle tre qualità che fanno uno scrittore (memoria, osservazione, immaginazione). Qualcuno pensa sia un’autobiografia, ma non è così. È più simile a un sogno. Forse un altro talento dello scrittore è questo, fare dei sogni tanto vividi che sembrano reali.

Con una narrazione attenta e asciutta ci permetti di entrare piano piano non solo nella realtà familiare del protagonista ma soprattutto in questo rapporto di amicizia autentica tra Pietro e Bruno; un rapporto che nasce come un fiore nel deserto. Dicci qualcosa del tuo laboratorio di scrittura.

Scrivo da quando avevo 17-18 anni e a quell’età risale il desiderio di fare lo scrittore. Per me era chiarissimo, come una vocazione. Però il percorso non era per niente chiaro: quali studi, quali mestieri intanto che si impara a scrivere? Quali letture? Nel mio caso è stato un lungo apprendistato alla scuola del racconto breve, specie quello americano. Dove si impara a scrivere in modo chiaro, asciutto, visivo, senza retorica. A togliere più che ad aggiungere, e a usare il non-detto che è uno strumento potentissimo. Sono contento quando i lettori dicono che la mia è una scrittura semplice, ma non è stato per niente semplice arrivarci! Alla semplicità si perviene. Come nei gesti degli artisti, o degli artigiani, o degli atleti, che appaiono così essenziali ed eleganti, eppure ci sono dietro anni di esercizio. Le otto montagne è nato dopo 20 anni di scrittura. Ho avuto la fortuna di mettermi a scrivere una storia che mi aspettava da sempre, nell’età in cui ero pronto per farlo.

C’è un passo del libro in cui Pietro a 17 anni saluta l’amico – l’infanzia è ormai lontana – e non sa se lo rivedrà ancora, un passo semplice ma intenso, incisivo che in certo modo esprime la potenzialità di quel rapporto: «Il futuro mi allontanava da quella montagna d’infanzia, era un fatto triste e bello e inevitabile, e di questo sì, me ne rendevo ormai conto: quando Bruno e la sua moto sparirono nel bosco mi voltai verso il pendio da cui eravamo scesi, e prima di andarmene restai per un po’ a osservare la nostra lunga traccia nella neve». In questa ultima frase ho sentito l’eco di qualcosa di molto personale.

Una scena totalmente inventata. Non ho avuto un amico come Bruno da ragazzino, quella lunga traccia non è mai esistita. È vero che a 19 anni ho smesso di andare in montagna e ne sarei rimasto lontano fino ai 30, quando sono tornato da lei. L’ultima estate sentivo che la vita mi portava altrove, era giusto così ma non ero contento. La salutavo già con nostalgia. È il sentimento che ho messo dentro quella scena.

Le tue pagine ci permettono di condividere una dimensione di vita, forse per tanti di noi, sconosciuta: il rapporto con la montagna, un rapporto quasi mitico dove ogni realtà vissuta trova in quel silenzio “naturale” accoglienza custodia risalto. È stato così anche per te?

Il rapporto con la montagna per me è rapporto con la terra, con questo pianeta là dove l’uomo non l’ha modificato, abitato, lavorato, rovinato per farne uso. Sorrido quando mi chiedono: ma non ti piace il mare? Certo che mi piace il mare, è la spiaggia che non mi piace! In Italia siamo abituati a un paesaggio in cui i segni della presenza umana sono ovunque, che sia la città, la campagna, la costa. Tanti di noi nascono, vivono e muoiono in un paesaggio urbano: e se non pensate che sia così, chiedetevi quando avete passato un giorno, un solo giorno della vostra vita, fuori di casa senza vedere altri esseri umani, né segni della civiltà. A me pare tristissimo che questa esperienza sia ormai sconosciuta, che così tante persone non sappiano cosa si prova. Sai, sono andato a cercarmi la parola wilderness nella Bibbia di re Giacomo, perché ho scoperto che non è un termine moderno, anzi appartiene all’inglese antico. E ho trovato (con meraviglia) che in quella traduzione la wilderness è, per esempio, il luogo in cui Mosé vaga con gli ebrei per 40 anni dopo la fuga dall’Egitto. Ed è nella wilderness, non in un tempio, che Gesù si ritira digiunando e pregando, entrando in contatto con Dio e con Satana, prima di cominciare la sua predicazione. Ora, cosa succede alla nostra vita spirituale se quel luogo non esiste più, se non sappiamo nemmeno cosa sia? Io vado in montagna a cercare il non-umano, a entrare in contatto con il bosco, l’acqua, il cielo, l’erba, la roccia, l’aria, il fuoco, gli animali selvatici, come non posso fare da nessun’altra parte. Se fossi cresciuto altrove forse amerei l’oceano, il deserto, la giungla, la savana, il fiume. Amo la montagna dove non c’è nessuno, che spesso è quella minore e dimenticata. Ma non credere che ci sia “silenzio” lì. C’è una musica di suoni. Non sono i suoni dell’uomo.

Ma anche un libro dove nulla si nasconde della vita, la bellezza ma anche la durezza, la fatica e il riposo, la malinconia e la gioia.

Be’, qualcosa l’ho nascosto o taciuto. La violenza, per esempio. La crudeltà che nasce dalla rabbia. O anche la furbizia, l’avidità, l’invidia, l’inganno. È un libro malinconico ma buono, e in tanti mi hanno detto che ci affeziona al candore di questi personaggi, alla loro benedetta ingenuità. Io la mia la proteggo come un tesoro. Ma da scrittore sento di dover raccontare anche il lato oscuro dell’animo umano, e spero di riuscirci.

Si respira ne Le otto montagne il fascino dei grandi romanzi: una storia coraggiosa e potente che non teme di portare in evidenza i sentimenti e dietro i sentimenti i bisogni vitali che siamo chiamati a soddisfare.

Grazie! È vero che viene da certi grandi classici, i miei sono Hemingway, Jack London, Mark Twain. Non pensate che io voglia “fare l’americano”: è che in quella letteratura ho trovato la potenza narrativa della Natura, e dei rapporti umani che si svolgono al suo cospetto. Mi chiedo sempre come mai in Italia abbiamo le Alpi, gli Appennini e il Mediterraneo, ma nella nostra narrativa non c’è niente di simile a Il richiamo della foresta, Il vecchio e il mare, Moby Dick e tanti altri capolavori. Volendo scrivere di due amici e una montagna, ho dovuto cercare oltreoceano i miei modelli.

Due solitudini che si incontrano generando sentimenti autentici, metafora di un’esigenza sincera e vera di fraternità, così presente nei giovani, ma spesso inespressa? In un tempo di violenze e di guerre penso che questo libro ci farà molto riflettere.

Io non sono mica così tanto giovane… Ho 45 anni ma, forse perché non ho fatto famiglia, quell’esigenza è forte e presente in me. A volte si pensa all’amicizia come a una condizione giovanile perché poi arrivano il matrimonio, la paternità o maternità, l’impegno nel lavoro, e si ricordano con malinconia gli amici di un tempo: io invece vorrei che l’amicizia mi accompagnasse per tutta la vita come il sentimento più alto verso gli altri. Tempo di violenze e di guerre, dici: perché, c’è mai stato un tempo di pace da che l’uomo è su questo mondo? Temo che la guerra faccia parte della condizione umana, così come la volontà di resistere, di costruire la pace. Che può nascere solo attraverso quella che tu chiami fraternità, nel buddismo si chiama compassione, e a me piace chiamarla amicizia.

A differenza del padre di Pietro, figura importante e decisiva per i risvolti della storia, la figura materna appare silenziosa e discreta ma lascia tracce durevoli nella vita del figlio: «In mia madre vedevo i frutti di una lunga vita passata a curare le relazioni, ad accudirle come i fiori del suo balcone. Mi chiedevo se si potesse impararlo, un talento come quello, o uno ci nascesse e a basta. Se facessi ancora in tempo ad impararlo io».

Ecco, quella è proprio mia mamma. Senza fare differenze di genere tagliate giù con l’accetta, ammiro molto questa qualità femminile (presente a volte negli uomini) che è il coltivare le relazioni. Io sono sempre stato un timido e un solitario. È vero che sto cercando di imparare.

Ho intravisto in tutta la vicenda narrata, nei gesti e nelle relazioni tra i vari personaggi, la capacità mai scontata di consumare ogni ombra, quel dubbio, quella sofferenza che sembrano offuscare la nostra esistenza, per lasciare risplendere l’avventurosa bellezza della vita, di cui ognuno di noi ne percepisce un frammento.

Mi fai felice con questa osservazione. La vita è una grande avventura. Non importa se fai il pastore di capre o l’insegnante alle suole medie o l’esploratore polare, il punto è l’essere pienamente nella tua vita. A volte l’hai scelta, a volte no. A volte puoi cambiare tutto, a volte devi trovare il senso del restare dove sei. Solo, non sprecarla.

Il mistero della morte nel mistero della vita. Un tema straordinario, trattato con estrema delicatezza. Grande commozione di fronte ad alcune pagine in cui lasci intravedere, in chi ci ha lasciati, un amore che va oltre la vita. Bellissime le pagine in cui Pietro comprende che suo padre, prima della sua morte, gli ha affidato Bruno, quel ragazzo solo, il fratello che lui non ha avuto. Quanto sono vivi in te Pietro e Bruno?

Ora sono come due miei vecchi amici. Ho scritto il romanzo diversi anni fa ormai, e mentre lo scrivi sono vivi, presenti, li vedi muoversi e li ascolti parlare, li osservi compiere le loro scelte in un rapporto così intimo tra te e loro. Sono anche due amici segreti, perché nessun altro li conosce. Poi la scrittura finisce e la storia bruscamente si allontana da te. I lettori la fanno loro, la interpretano, trovano cose che non pensavi di averci messo, ti dicono: questa storia parla proprio di me! (no, parla di me, vorresti rispondere, ma li fai contenti e sorridi) I volti di Pietro e Bruno diventano quelli di due attori a teatro, di altri due attori al cinema. I dialoghi cambiano un po’. Nelle traduzioni cambiano molte più cose che nemmeno sai, chissà come hanno tradotto questa storia delle Alpi in cinese, in giapponese, in ebraico! È bellissimo che loro due adesso siano per il mondo, ma tu ogni tanto li vedi così cresciuti e lontani e hai un po’ di nostalgia per quando eravate solo voi tre, intorno a un fuocherello davanti alla baita. Non so, succede così anche con i figli?

A cura di Pasquale Lubrano Lavadera

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