Chi ama crede

Parole ancora attuali e da non perdere quelle di Igino Giordani, sebbene siano di 45 anni fa. Le scrisse per l’Anno della fede indetto da Paolo VI nel 1967-68.
San Pietro

Mentre sta per concludersi l’Anno della fede indetto da Benedetto XVI (2012-2013), vi proponiamo un interessante articolo che Igino Giordani scrisse per l’Anno della fede che 45 anni fa fu indetto da Paolo VI (1967-1968).

Anche se esplicitamente legato a quelle circostanze storico-culturali e con un linguaggio tipicamente connotato dallo stile letterario dell’epoca, gli stimoli e le provocazioni che da questa riflessione ci giungono sembrano quanto mai ancor oggi attuali e validi. Vi ritroviamo una prosa – com’è tipica in tutta la produzione del Giordani – che si nutre indistintamente di citazioni bibliche, di letteratura e di padri della Chiesa, riproposti e attualizzati per tutti con una concretezza e una semplicità che disarma.

Come pure vi si scorgono alcuni dei suoi temi chiave: il cristianesimo inteso come vita che coinvolge tutto l’uomo, nell’impossibilità di dividere in lui – pena il tradimento della sua vera natura – l’umano e il divino. Il cristianesimo, scrive Giordani in queste pagine, parafrasando Paolo, è l’amore; il venir meno della fede equivale quindi per lui a un venir meno dell’amore. Ed è questo un monito sempre valido, per ogni tempo, che ci richiama e ci stimola ancor oggi.

 

 

L’Anno della fede

di Igino Giordani

L’ “anno della fede”, indetto dal Papa, concentra la tensione religiosa, promossa dal Concilio, sull’atto primordiale del rapporto dell’uomo con Dio: la fede; è il valore che giustamente si vuole più coltivato in un’epoca di dimenticanza e negazione di Dio, quando teorie e miti d’una “interpretazione arbitraria e isterilita” stanno dissolvendo le verità basilari, per nullificare la carità e bandire la speranza. Al posto della fede è innalzata la bandiera del benessere: e, come si sa, tra Cristo e Mammona non si dà compromesso. O vale l’uno o vale l’altro. Sotto quel drappo d’orgoglio matura la disperazione nel cavo di un’esistenza, della quale non si danno più né le origini né i fini.

Siamo, su certi settori, a una specie di livello economico-meccanico, nel quale i valori dell’esistere sono misurati dal numero delle auto e degli elettrodomestici.

Una creatura, che più di ogni altra capì e visse il rapporto con l’Eterno, Maria di Nazareth, iniziò il cielo della sua esperienza accettando la parola di Dio e meditandola. Con la meditazione l’assimilò e la fece sua, sì da trasformare in proprio volere il volere di Dio, e da convivere con l’Eterno.

Certa mentalità tecnologica, esistenzialista e storicista, aggrappata all’immanenza, e cioè finita nel cominciare, non crede nella parola di Dio per poi meditarla, ma l’assume con diffidenza e la sottopone a un vaglio umano. Non crede: diffida. Non prova ad elevarsi al livello di Dio: ma abbassa Dio al livello delle tendenze gnoseologiche del giorno e raggiunge il risultato di non capire più. Fa come Gagarin: non incontra Dio nell’atmosfera, quindi nega Dio.

L’infinito ridotto a misura delle macchine; lo spirito sperimentato con l’elettronica.

Invece chi ama crede. Il cristianesimo, che è amore, nasce da questo principio. Chi non ama, diffida. Cristo offre all’uomo una stanza nel regno di Dio: ma se l’uomo, ancorato alla contingenza, prima di accettare la stanza, la demolisce per analizzare i materiali o polverizzandola dal tetto alla base, non si trova più una stanza, si trova polvere.

Tale critica demolitrice, anziché prendere ispirazione da chi della fede ebbe esperienza – un’esperienza convalidata dal martirio, – come fu per esempio quella degli apostoli Pietro e Paolo, additati da Paolo VI, segue il parere dell’avversario: e cioè, parte da una posizione di rinunzia. I suoi ispiratori sono Hegel, Nietzsche e altri teorizzatori dello Stato-dio e del superuomo, profeti della morte. E invece obietto della fede è la vita: “chi vive e crede in me non morrà in eterno” (Gv 11,26): parole di Gesù.

Il ragionamento di giovani teologi non cattolici, noti negli Stati Uniti sotto il nome di Death of God Group (gruppo della morte di Dio), avendo trovato che nel mondo tecnologico (o, come dicono, nella “tecnopoli”), Dio non balza fuori dagli apparecchi di ricerca scientifica, si son messi a fabbricare una Pop Theology, una “mini-teologia” (il vocabolo era inevitabile), dalla quale è stata spremuta la formula: “non c’è Dio e Gesù è suo figlio”. In questi giovani, che magari insegnano teologia in istituti religiosi non cattolici, la sola fides si è capovolta in nulla fides; e l’uomo, da immagine e somiglianza di Dio e figlio di Lui, è semplificato a immagine ed equivalenza d’un robot. Infatti, essi han perpetrato l’antico scambio, di mettere al posto di Dio l’uomo, illusi così d’aver divinizzato l’umano: e invece l’hanno malamente cloroformizzato.

Se la ricerca di questi giovani fosse andata avanti, sarebbe stata utile. “Non mi cercheresti, se non mi avessi trovato” (il criterio di Pascal). Ma essi si son fermati alla prima stazione.

C’è chi ha dato qualche importanza a tale cristianesimo senza Dio, che ha fatto della teologia un passatempo beat; ma in realtà il fenomeno non può interessare se non come indizio di perdita della fede per difetto di ricerca.

Negli Stati Uniti c’è una reazione animosa contro l’incredulità. Quel che mi ha colpito, di recente, a New York, è stato il numero di comunicanti in tutte le Messe quotidiane, in tutte le chiese della città. Rispetto ad altri anni un progresso bellissimo.

Al polo opposto, nell’URSS, pur con difficoltà immani, sta rinascendo la fede, sopra tutto tra i giovani e tra gl’intellettuali, come testimoniano ormai tanti osservatori. Su Signes du Temps (febbraio) è riportato il pensiero del presidente del consiglio sovietico per gli affari religiosi, Kouroyedov, il quale, sulla Izvestia (30 agosto 1966) ebbe a riconoscere che “La persecuzione è il miglior messo di consolidare le convinzioni religiose” (e questo d’accordo con Tertulliano: semen est sanguis christianorum…) e a condannare “ogni sorta di proibizione o di pressione amministrativa contro l’ideologia religiosa”. Certo l’afflusso di popolo nelle chiese è maggiore che negli anni passati.

L’esperienza non è nuova. È vecchia e ripetuta. La distruzione della fede suscita la fame della fede, come la distruzione degli alimenti suscita il bisogno di essi.

Cristianesimo significa “fede operante per mezzo dell’amore” (Gal 5,6).

La rarefazione della fede, spesso, è il prodotto della rarefazione dell’amore: e qui sta il malanno sociale contemporaneo massimo, inclusivo di missili e antimissili, contro il quale il Concilio ha più reagito. E la carità induce a sperare anche a favore di quei pop teologi l’applicazione dell’auspicio paolino: “Dio non ha rinchiuso tutti nell’incredulità, per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32).

Poiché il Papa esorta a vedere il fenomeno di carenza alla luce delle lezioni dei Corifei degli Apostoli, Pietro e Paolo tornano a insegnarci di assumere la nostra responsabilità nei ranghi del popolo di Dio, testimoniando la fede con le opere. Il difficile della religione sta in questa associazione davvero teandrica: contrastata di solito con vessazioni e con eresie escogitate per separare quei due fattori. Eliminando o il divino o l’umano, o la fede o le opere, si dimezza l’esistenza; si viviseziona la creatura umana, che, dissanguata, pare più disponibile per gli abusi di vario tipo.

Se non c’è Dio, l’uomo non ha la libertà dei figli di Dio, è solo un mammifero da sfruttare. Se non c’è Dio, ci sono gli idoli: magari Mao, magari le dive, magari l’elettronica. Alla fine, o si è credenti o si è creduli.

Jean-Claude Renard, “poeta della trascendenza” (nella citata rivista) rileva il mistero, “per il quale ci riconosciamo creatura e immagine di Dio. Nel mondo desacralizzato, in cui viviamo, penso che anche l’apparente assenza di Dio, il suo silenzio, le tenebre in cui ci lascia, sono, per il divino una maniera segreta di rivelazione…”. La fede esige un’opera di recupero infaticabile. “Per il credente la questione è di prender coscienza del sacro, della propria responsabilità davanti a Dio e agli uomini, della necessità in cui si trova di tutto consacrare e tutto condurre, malgrado il male e la morte, verso la pienezza per lui possibile e a lui promessa…”.

Ha ragione il poeta. Ed il Concilio appunto s’aspetta dalle opere del popolo di Dio, – le opere d’ogni giorno e ora, da per tutto, – la testimonianza, che affermi la fede nel divino.

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