Che succede a Kabul?

Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli attacchi di matrice talebana nella capitale afghana. Un ritorno in forze della fazione combattuta dai tempi delle Torri gemelle? 16 anni di guerra inutile?

Sono gli stessi statunitensi a dirlo: il numero dei distretti afghani sotto il controllo o l’influenza dei talebani e dei loro alleati aumenta mese dopo mese. Dopo gli scacchi subitoi sulle montagne afghane da George Bush jr e da Obama, ora anche il presidente Trump si trova dinanzi a una situazione complessa, e non appare semplice «vincere la guerra», come aveva promesso all’inizio del suo mandato.

I dati che smascherano l’incapacità dei soldati statunitensi e dei loro alleati di far arretrare i talebani e, in misura minore, le milizie affiliate al Daesh, sono stati svelati alla stampa da fonti militari degli Stati Uniti, quindi sono credibili nella loro crudezza. Secondo queste informazioni, il 56% dei distretti è sotto il controllo o l’influenza del governo afghano, mentre il 30% è nelle mani o sotto l’influenza dei talebani e del Daesh. Nel novembre 2015 il governo afgano controllava circa il 72% del Paese, mentre talebani & Co. si fermavano al 7 %.

Nelle ultime settimane i talebani si sono fatti più arditi nella stessa captale Kabul, con attacchi e attentati dinamitardi: 130 persone sono morte solo nell’ultima settimana. È stato persino perpetrato un attacco servendosi di… un’ambulanza imbottita di esplosivo. Il governo afghano cerca di gestire l’escalation di violenza proclamando una giornata nazionale di lutto e rafforzando le misure di sicurezza, ma appare sempre più chiaro che la tendenza della guerra in corso non è favorevole all’attuale governo e ai suoi alleati del mondo intero.

A complicare la vicenda, c’è il gelo calato tra l’amministrazione Trump e il governo pakistano, che sta portando al drastico ridimensionamento degli aiuti Usa verso Islamabad, accusata di fare il doppio gioco. Da sempre si sa che i servizi segreti pakistani sono doppiogiochisti, e che larghe fasce dell’intelligence locale proteggono le organizzazioni terroristiche nelle sue più varie forme: al-Qaeda, talebani, Daesh, altri gruppi basati nelle “zone tribali” alla frontiera con l’Afghanistan, dove la guerra a stelle e strisce colpisce grazie ai droni, che però spesso e volentieri lasciano sul campo morti civili, suscitando la forte irritazione dei governi che si succedono a Islamabad.

Donald TrumpA più di quindici anni dall’avvio dell’operazione Enduring Freedom che avrebbe dovuto pacificare e stabilizzare il Paese, gli attentati recenti all’hotel Intercontinental di Kabul e alla sede di Save the Children a Jalalabad testimoniano la recrudescenza di un conflitto civile apparentemente senza fine, in una nazione che, dai tempi dell’invasione sovietica dell’inizio degli anni Ottanta, non ha praticamente più conosciuto un periodo di vera pace.

Lo testimonia il numero delle vittime afghane nel conflitto (attualmente più di 8 mila all’anno, solo tra le forze di sicurezza di Kabul) che, accompagnato dal calo drastico delle morti delle forze militari straniere, dimostra quanto sia debole l’exit strategy degli Usa e alleati: il passaggio di consegne all’esercito afghano per il controllo del territorio sta fallendo.

Se si aggiunge che l’Afghanistan dal 2016 non è più «zona strategicamente prioritaria» per la Nato, e che i governanti afghani si rivolgono sempre più verso la Cina (che risponde con cautela, con misure commerciali e aiuti in infrastrutture più che con apporti militari), appare sempre più evidente come il rischio reale di un ritorno dei talebani al potere a Kabul non sia più così lontano. Anche perché gran parte della popolazione sembra appoggiarli.

Appare ormai lampante il fallimento delle strategie militari di pacificazione sposate dalle diverse amministrazioni statunitensi e dai loro alleati: colpire il terrorismo «nel suo nido», come diceva George W. Bush nel 2001, si è dimostrata strategia fallimentare e illusoria, non solo perché i terroristi colpiscono dove e quando vogliono secondo i dettami di una guerra non convenzionale e asimmetrica, ma anche perché non si è riusciti a convincere le popolazioni locali della bontà sociale dell’intervento in Afghanistan. Forse perché non c’era nessuna “bontà” in tali interventi, ma solo interessi di parte. La “bontà” semmai è arrivata attraverso le Ong che operano a Kabul e nelle altre città afghane, ma è stata oscurata dalla scarsa sensibilità umana e sociale dei militari e dal “parallelismo”, se non talvolta dalla “connivenza”, con troppi quadri dirigenti corrotti dello Stato afghano. Che non esitano a trafficare ad esempio in droga, che sono doppiogiochisti cresciuti nel clima di guerra senza fine, che cambiano di casacca quando a loro fa più comodo. Difficile uscire dall’Afghanistan.

 

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