C’è sempre qualcosa che si può fare

In occasione della Giornata della Memoria ricordiamo la vita-capolavoro di David Sompolinsky, brillante scienziato e animo illuminato dalla fede che ha dedicato la propria esistenza ad aiutare il prossimo senza pensare a sé stesso, dagli ebrei in fuga durante l'olocausto in Danimarca alle missioni umanitarie in Congo dopo la guerra
Sompolinsky
Auschwitz, bambini ebrei con le loro madri in fila per le camere a gas (Di Bundesarchiv, Bild 183-N0827-318 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5367208)

Ogni vita è un romanzo. Non tutte sono dei capolavori. Quella di David Sompolinsky è certamente un capolavoro. Cominciamo a raccontarla dalla fine, perché molto spesso la morte rivela il contenuto di una vita. Sompolinsky muore nel 2021 all’età di 100 anni nella città di Bnei Brak, in Israele. Lascia dietro di sé una tribù di quasi 700 discendenti: 10 figli, 83 nipoti, centinaia di pronipoti. All’età di 70 anni – quando molti sono in pensione già da tempo – era diventato direttore del laboratorio di microbiologia del Centro Medico Mayanei Hayeshua a Bnei Brak. Ha lavorato lì fino a 94 anni. Lui non voleva mollare, i colleghi volevano che continuasse. È dovuto intervenire il Ministro della Salute per dire che bastava così, che era bene che si prendesse il meritato riposo.

Il romanzo della vita di Sompolinsky inizia in Danimarca, a Copenhaghen. Lui è un giovane studente in medicina. Una vita tranquilla, impegnata. Tutto cambia con l’invasione delle truppe naziste. Che però in Danimarca non riescono a commettere i crimini che hanno commesso in altre nazioni.

Il primo ministro danese Thorvald Stauning, vedendo la situazione peggiorare giorno dopo giorno, chiese al re Cristiano X: «Che cosa faremo, Maestà, se anche i nostri ebrei dovessero indossare la stella gialla?». Gli ebrei infatti erano perfettamente integrati nella società danese. Il re rispose: «Allora probabilmente la indosseremo tutti». Bastò che questa minaccia giungesse alle orecchie di Hitler per metterlo in un fastidioso imbarazzo. Poi, con le truppe naziste dentro il loro territorio, il parlamento danese votò una legge che vietava la propaganda antisemita in Danimarca. Oltre il 90% degli ebrei del Paese sopravvisse alla Shoah.

Quando si pensa che non c’è più nulla da fare, c’è sempre qualcosa che si può fare. L’atteggiamento della Danimarca nella II Guerra Mondiale lo dimostra.

È in questo contesto che il giovane David Sompolinsky si adopera per salvare più ebrei che può. Si dice che mediante la sua azione, e con l’aiuto che lui riceveva da molti non ebrei come l’amica cristiana Aage Bertelsen, diverse centinaia di israeliti riuscirono a mettersi in salvo fuggendo nella neutrale Svezia. In tutto, più di 7.000 ebrei danesi si rifugiarono nel Paese scandinavo. Anche Sompolinsky è ebreo, ed è ovviamente in pericolo. Ma non vuole pensare a sé stesso.

Lui è mosso dall’alto ideale della fede. La Bertelsen testimonia: «Ogni tentativo di persuaderlo a fuggire era destinato a fallire poiché aveva deciso che non avrebbe lasciato la Danimarca finché tutti gli ebrei bisognosi del suo aiuto non fossero stati salvi». Appena gli giunge alle orecchie la notizia che stanno iniziando i rastrellamenti nazisti, rischiando la vita, con la bicicletta raggiunge le case degli ebrei per avvisarli di nascondersi; ricovera ebrei nell’ospedale scrivendo “contagioso” sulle porte delle loro stanze di modo che i tedeschi non entrino; nasconde in una soffitta una donna incinta che non riusciva a imbarcarsi, finché dà alla luce il figlio ed è in grado di fuggire; organizza collette per raccogliere fondi per aiutare i fuggitivi; aiuta a liberare prigionieri ebrei, aiuta anziani abbandonati nelle case di riposo; prende alcuni orfani e li porta lui stesso con un peschereccio fino a Malmö, poi torna in Danimarca. Infine, quando la sua opera gli pare compiuta, si rifugia anche lui in Svezia.

Dopo la guerra va a vivere con la sua famiglia in Israele. Inizia una brillante carriera come microbiologo.

Ma continua ad aiutare gli altri. Nel 1960, lasciando a casa la moglie con nove figli, si reca a Kinshasa in Congo per portare aiuti umanitari durante la guerra civile del Paese. Scrive da lì alla famiglia: «Secondo i giornali e la radio il Congo è l’epicentro di uno sconvolgimento globale, è una polveriera. Sono qui in Congo da trenta giorni [dando aiuto medico specialmente ai bambini] e intorno a me trovo volti quieti, sorridenti». Scrive poi nel suo report: «Sono contento e orgoglioso che la nostra missione stia diffondendo l’idea di amarci l’un l’altro, amare tutti, senza prestare attenzione al colore della pelle».

Tornato a casa si impegna nella sua famiglia e nel lavoro di microbiologo, divenendo uno dei padri fondatori della comunità scientifica israeliana. Ebreo ultra-ortodosso, haredi, si dà anche da fare per migliorarsi quotidianamente nella conoscenza della Torà e nell’applicazione dei suoi precetti, ed ha contatti con i più illustri rabbini contemporanei.

 È proprio vero. Quando non c’è più niente da fare, c’è sempre qualcosa che si può fare.

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