L’orrore dei campi di tortura in Libia

Storie drammatiche emergono dal racconto dei profughi arrivati in Italia negli ultimi mesi. La Dda di Palermo ha disposto il fermo di tre persone, considerate tra i responsabili delle brutalità perpetrate nei campi di detenzione, come torture e violenze fisiche e sessuali.

Percosse con bastoni o con calci di fucili, frustrate e scariche elettriche. Violenze sessuali e fisiche, torture. E poi la richiesta ai prigionieri, tenuti a lungo senza cibo e senza acqua potabile: telefonare ai familiari per farsi inviare del denaro denaro, una sorta di riscatto per garantire la liberazione, unica condizione possibile per permettere loro di lasciare il campo di prigionia e di essere imbarcati su un natante diretto in Italia.

Emerge tutto questo dalla storia terribile degli immigrati che giungono sulle nostre coste, provenienti dai campi di detenzione della Libia. Il racconto emerge dalle testimonianze di alcuni migranti, che sono giunti a Lampedusa il 7 luglio scorso. I migranti avrebbero riconosciuto i loro carcerieri nelle foto. La Polizia mostra a chi arriva le foto di alcune persone giunte in Italia con sbarchi precedenti per cercare di individuare eventuali organizzatori della tratta, che, quasi mai, viaggiano insieme a chi poi viene fatto salpare verso l’Europa. Si muovono con gruppi diversi, in modo da non poter essere riconosciuti all’arrivo: l’utilizzo delle foto segnaletiche è l’unico mezzo a disposizione degli inquirenti per cercare di individuare chi fa parte dell’organizzazione criminale in Libia.

Così sono stati arrestati Mohammed Condè, originario della Guinea, 27 anni e due egiziani, Mahmoud Ashuia, 24 anni e Hameda Ahmed, 26 anni. I tre si trovavano nell’hot-spot di Messina. Erano giunti in Italia qualche mese prima, ma i migranti arrivati a luglio li hanno riconosciuti, con certezza. I tre gestivano, insieme ad altri, il campo di detenzione di Zawyia, in Libia. Ora dovranno rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all’omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione. Il provvedimento di fermo è stato emesso dalla Dda di Palermo. Le pagine del provvedimento di fermo disegnano una situazione di sottomissione, di abominio, di violenza perpetrata con crudeltà e brutalità. Le vittime porteranno per sempre con se il segno indelebile di quanto hanno subito per mesi, talvolta per anni.

Si legge di «sistematiche percosse con bastoni, calci di fucili, tubi di gomma, frustate e somministrazione di scariche elettriche», di minacce «con l’uso delle armi». Inoltre, come arma di coercizione, veniva utilizzata anche la «mancata fornitura di beni di prima necessità, quali l’acqua potabile, e di cure mediche per le malattie lì contratte o le gravi lesioni riportate in stato di prigionia- acute sofferenze fisiche e traumi psichici e un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona». I magistrati fanno riferimento a «continue e atroci violenze fisiche o sessuali, fino a giungere alla perpetrazione di veri e propri atti di tortura, talora culminate in omicidi, e ciò al fine di costringere i familiari dei migranti a versare all’associazione somme di denaro quali prezzo per la loro liberazione». Sono pagine che disegnano, drammaticamente, una realtà a noi poco conosciuta, che spesso sfugge ai media occidentali, tranne poche eccezioni.

Delle torture in Libia sappiamo solo ciò che emerge dalle drammatiche testimonianze dei profughi e dalle inchieste giornalistiche pubblicate. Profughi la cui storia, per noi, inizia spesso allorché vengono intercettati in mare o riescono a giungere autonomamente sulle nostre coste, o, purtroppo, quando qualcuno di loro non ce la fa e finisce in mare.

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