“Café con leche” il sogno di Marisol

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“Bambini risparmiano un peso al giorno per costruirsi la loro scuola”. Così il titolo di un servizio comparso nel settembre scorso sul quotidiano più letto nel paese caraibico. La notizia si diffonde rapidamente, e sorprende ancora di più quando, sul posto, due tv locali possono costatare che si tratta dei bambini di un quartiere molto noto per fatti di cronaca di ben altro genere. Ciò che invece ancora non si sapeva era che non vi funzionava nemmeno una scuola. Ma andiamo con ordine. Tutto ha inizio da un piccolo seme, alcuni anni fa, quando Marisol Jimenez, allora giovane studentessa di pedagogia, si trova per la prima volta a contatto con un mondo per lei sconosciuto. A vent’anni, cresciuta nel centro di Santo Domingo, mai le era capitato di avventurarsi in quel barrio che, per quanto avesse il promettente nome di “El cafè”, aveva però ben poco da offrire. “Mi ero recata sul posto – ricorda – per portare delle medicine ad una famiglia molto povera. Dovetti procedere a carponi su per quelle salite ripide ed impervie. Non immaginavo una situazione del genere”. Marisol vuole fare qualcosa per quella gente, e prende contatto con il parroco. Incontrando le donne, nota che portano spesso con sé i propri figli, non avendo a chi affidarli. Pensa perciò di mettere su un piccolo coro. L’iniziativa ha successo. Quando poi viene il periodo più caldo, organizza un campeggio. Vi parteciperanno ben cinquecento bambini. L’anno successivo, il numero aumenterà ancora: è una bella impresa, ma Marisol non si ferma alle difficoltà. Quei piccoli che hanno bisogno di tutto, e che non chiedono niente altro se non un po’ di calore e di attenzione sono ormai entrati nella sua vita. Finiscono le vacanze, e per loro non c’è possibilità di frequentare una scuola. Pensa perciò di utilizzare un magazzino che le viene messo a disposizione dalla parrocchia. Non è in buone condizioni, ma ripulito ed arredato molto semplicemente può intanto accogliere una trentina di bambini. Dato che di mattina lei è impegnata all’università, vi si recherà ogni pomeriggio, per diversi anni, anche dopo la laurea. Intanto il piccolo seme cresce, e con esso le necessità a cui far fronte. Molti bambini arrivano a scuola spesso digiuni. La comunità dei Focolari, di cui fa parte, sostiene Marisol nell’impresa. Trova tra questi amici due insegnanti disposte ad aiutare gratis nel loro tempo libero. Riesce con loro anche ad assicurare la merenda giornaliera. Tramite il progetto delle adozioni a distanza di Famiglie Nuove, riesce ad assicurare il mantenimento di un consistente numero di ragazzi, che in quella scuola si aprono ad un futuro di speranza, partecipando con entusiasmo alle attività per i ragazzi organizzate dal movimento stesso. Si aprono all’incontro con gli altri bambini, che con loro giocano senza accorgersi del colore della loro pelle meticcia dalle infinite sfumature. Che anzi mostrano di apprezzare quelle qualità che loro non hanno di fantasia, di generosità, di spirito di adattamento. “Vi piace il caffelatte? Voi gli assomigliate – dice loro un giorno Marisol, mentre gustano a merenda una fumante tazza del prezioso alimento -, perché anche voi siete come una miscela interessante e ricca di cose belle da offrire agli altri”. E per suggellare questa importante scoperta, decidono di chiamare la loro scuola pomeridiana “Café con leche”. Passano alcuni anni. Il numero dei bambini è cresciuto. Si aggiungono altri due aule, e le autorità scolastiche, informate del progetto, decidono di garantire almeno lo stipendio alle insegnanti. È così che nasce la prima scuola del quartiere: gli abitanti la sentono propria e ne vanno fieri. Ma le cose non si fermano lì. “Abbiamo iniziato ad accarezzare un sogno che, a pensarci, aveva semplicemente del pazzesco. Ma tale era la corrente d’amore che circolava tra tutti, che – prosegue Marisol – abbiamo preso a parlarne insieme, ed a dargli i contorni di un progetto possibile. Sì, volevamo una scuola vera, e volevamo mettere insieme i nostri sforzi per costruirla”. Il progetto prende forma. Viene istituito uno strumento giuridico adatto per la gestione dell’impresa, una azienda no-profit costituita da genitori dei bambini affiancati da persone esperte dei Focolari. Trovano, non lontano dalla scuola, un terreno su un’altura che sembra adatto. “Sembrava proprio che la nostra scuola dovesse diventare quella “città sul monte” di cui parla il vangelo. Tutti – spiega Margarita Rodriguez, presidente della Corporation – ci siamo attivati con una miriade di iniziative”. Comprano dei barattoli per usarli come salvadanai. Disegnano un’etichetta apposita, incoraggiando tutti a contribuire anche con poco al progetto della scuola. “Era commovente – dicono le maestre – vedere i bambini stessi a scuola mettere dentro parte di quei due-tre pesos che avevano per mangiare. Pur vivendo in mezzo alla povertà, era chiaro per loro che c’era una necessità più grande ed erano pronti a far sacrifici”. Viene il giorno dell’inaugurazione dei lavori, che cade, guarda caso, l’11 settembre 2001. “Avevamo assistito con orrore e incredulità alla tragedia delle Torri Gemelle. Quello stesso giorno – raccontano – era stato programmato l’inizio dei lavori. I bambini e la comunità erano entusiasti. Il sole splendeva alto e nessuno avrebbe immaginato che quello stesso sole avrebbe dovuto incrociare fumo e polvere e desolazione. Non sapevamo cosa fare. Eppure ci sentivamo spinti a scegliere tra speranza e disperazione. Abbiamo deciso di andare avanti con la piccola cerimonia della posa della prima pietra, carica ora del significato di andare contro il dolore inflitto a gente innocente. La festa è iniziata con una sfilata dei bambini nella strada principale di El Café. Si era formata un lungo corteo con canti e preghiere. Genitori, amici ed ex-allievi seguivano il corteo, con un’immagine della Vergine di Altagracia (la Madonna venerata sul posto). Un sacerdote ha benedetto la terra e la medaglietta poi sotterrata, come si usa qui”. Ed è così che la vicenda dei bambini “caffelatte” e della loro scuola è uscita dai confini del loro quartiere. Lo stesso presidente della Repubblica dominicana ha donato una grossa cifra, di tasca propria. “Era chiaro – dicono con convinzione i protagonisti della vicenda – che si trattava di un intervento della provvidenza. Persino gli operatori televisivi nello studio si sono commossi al sentire le esperienze e storie che i bambini raccontavano. Una famiglia residente negli Usa ha letto l’articolo su Internet. Vi si accennava alla storia di uno dei bambini che per raccogliere soldi per la scuola lucidava le scarpe ai passanti. La famiglia ha voluto “far gustare a quel bambino i frutti della generosità’ di Dio”, inviando regali di Natale per lui e per la sua famiglia, e assicurando l’impegno di coprire il costo di un pasto al giorno per tutta la famiglia. Il ministro dell’Educazione si è ora fatto carico di una porzione di latte e pane al giorno ai bambini, mentre una grande compagnia di gelati ha offerto di sponsorizzare varie attività per raccogliere fondi; e, dovendo lanciare sul mercato un nuovo tipo di gelato al caffè, lo hanno combinato con una campagna pubblicitaria per la scuola “Café con leche”. Il lavori di costruzione sono ora in corso e i bambini continuano a raccogliere i loro risparmi. Hanno dato, e continuano a ricevere cento volte tanto, ma continuano a pregare ogni giorno per la conclusione del progetto. E, quel che più conta, un tempo insicuri ed emarginati, sono divenuti ora attivi, ottimisti, responsabili, e… persino famosi.

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