A Bolzano Danza i migranti di Rachid Ouramdane

Il coreografo franco-algerino porta in scena il tema della migrazione e dell’esilio coinvolgendo a fianco dei suoi danzatori una folla di bambini e adolescenti del territorio, rifugiati e minori non accompagnati.

«Per me essere artista significa questo oggi: mettersi in una condizione di attenzione e sensibilità verso le persone. Questo è il mio lavoro». Così si esprime Rachid Ouramdane, coreografo francese di origini algerine alla guida della compagnia di Grenoble, artista attento alle tematiche sociali del nostro tempo affrontando, in passato, temi come la tortura o la storia di giovani atleti immigrati, o questioni ambientali. Ma il suo interesse per gli argomenti politici e sociali si concentra soprattutto nel loro potenziale di esperienza estetica, o, come lui stesso dice, di «una poetica della testimonianza». La sua ultima fatica è sul tema della migrazione e dell’esilio. Parla di questo Franchir la nuit (Attraversare la notte), spettacolo che, dopo il grande successo di pubblico e critica alla Biennale de la Danse di Lione 2018, debutta, il 19 luglio, a Bolzano Danza, Festival coproduttore.

Lo spettacolo vede coinvolti in scena, a fianco di cinque danzatori professionisti, una folla di bambini e adolescenti del territorio, tra cui rifugiati e minori non accompagnati che hanno partecipato a un campus di due settimane organizzato da Community Dance Academy. «Franchir la nuit – spiega Ouramdane – rientra nel ciclo di miei progetti miranti a guardare il mondo in modo diverso. Trattandosi di un lavoro intorno al tema della migrazione in relazione all’infanzia, cambia sensibilmente in ogni città dove viene presentato perché viene richiesta una partecipazione attiva di quel territorio e dei bambini che hanno provato l’esperienza terribile della migrazione – magari un viaggio in mare non accompagnati – dell’esclusione e della non accoglienza. Questo rende ogni rappresentazione unica e legata al tessuto sociale ospitante trasformando Franchir la nuit in un progetto che non si limita all’ora di rappresentazione in teatro ma comprende “un prima” e “un dopo spettacolo” molto più importante: dal rapporto con gli educatori a quello con le famiglie, con i minori stessi, con psicologici di sostegno, a volte necessari. Mette in campo intersezioni culturali, convergenze e differenze, e a volte gravi traumi».

Sul palcoscenico ricoperto da una massa d’acqua di una quindicina di centimetri, illuminato da luci che trascolorano dal tramonto all’oscurità, vediamo corpi attraversare lo spazio, incrociarsi, assemblarsi, fermarsi in un’immobilità dolorosa. Una dozzina di tableaux vivant in cui si evocano la violenza, i ricordi, la speranza, la paura, il mutuo soccorso, i giochi, ma anche la morte. Con la raffinatezza che caratterizza lo stile di Ouramdane, e con l’ausilio delle immagini video di Mehdi Meddaci, il coreografo pone domande allo spettatore. Non manca anche il messaggio di speranza per una vita migliore a condizione – sembra dirci Ouramdane – di evitare i pericoli. Tante immagini televisive di naufragi tornano alla mente come quella iconica del piccolo Aylan Kurdi, il bambino siriano di 3 anni arenato su una spiaggia turca qualche anno fa, che ha fatto il giro del mondo. Il canto live di matrice africana, europea e orientale di Deborah Lennie-Bisson arricchisce lo spettacolo con una parallela migrazione vocal-culturale.

 

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