Mentre, a fine settembre 2026, attraversava le strade di Francia accolto da una moltitudine festante, papa Prevost non ha fatto trasparire alcuna apprensione per gli accertamenti in corso sulla sua salute.
La stessa serenità è stata espressa dal suo volto, quando, dopo poche ore dall’intervento chirurgico subito al polmone, ha varcato la porta dell’ospedale Gemelli per tornare a San Pietro dove, domenica 18 ottobre, si è affacciato sulla piazza per l’Angelus e la benedizione a Roma e al mondo intero.
Alcuni frettolosi commenti avevano già fatto riferimento alle difficoltà operative che avrebbero ridimensionato l’attività di Leone XIV, il quale invece, dal letto d’ospedale, ha trovato il modo di telefonare a Putin per allentare la morsa dell’assedio sulla cittadina di Oleshky, nel Donbass occupato dai Russi. Non ha poi perso tempo, telefonando anche al presidente ucraino Zelensky per invocare la collaborazione di entrambe le parti al fine di garantire l’arrivo di aiuti e l’evacuazione volontaria e sicura degli abitanti assediati.

Nella combo, a sinistra Vladimir Putin, a destra papa Leone XIV, 16 ottobre 2026. ANSA
Di fatto, il papa, che fin dal primo discorso dopo la sua elezione invita alla “pace disarmata e disarmante, umile e perseverante” è un forte segno di contraddizione nello scenario di una guerra totale che appare per molti ormai inevitabile.
A proposito della ricerca ostinata della pace che emerge dall’insegnamento di papa Leone abbiamo parlato con Alessandro Banfi, curatore per Lev di un testo che raccoglie in maniera ordinata e ragionata alcuni interventi del pontefice. Un libro redatto su desiderio dello stesso papa per sostenere con forza le ragioni di un forte impegno per la pace in questo momento storico. Nella densa prefazione scritta dallo stesso papa Prevost, c’è la citazione di una canzone di Bob Dylan contro la bomba atomica.
Banfi, giornalista di grande esperienza nella carta stampata e nella televisione, è, tra l’altro, direttore della comunicazione della Fondazione Oasis per il dialogo islamo-cristiano.
Entrando nel cuore del libro pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, si avverte una forte sproporzione tra l’urgenza del magistero papale e la sostanziale disattenzione all’interno degli ambienti ecclesiali dove persiste la categoria della “guerra giusta” o comunque la necessità della guerra. E chi oggi prova a fare un discorso più ampio sulle cause della tragedia in atto in Ucraina rischia inevitabilmente di essere bollato come “filo-putinista”.
Che tipo di accoglienza sta ricevendo questo libro fortemente voluto dal papa? Quale è la tua sensazione?
Registro una forte iniziativa diretta e organizzata dal Vaticano per la promozione del libro. Per il papa il magistero sulla pace è un’esigenza fondamentale e per questo ha chiesto ai cardinali di affiancarlo in un’opera di sensibilizzazione della gente. Sto tenendo personalmente una serie di incontri in Italia: a Siena con il cardinale Lojudice, a Bologna con Zuppi, a Torino con Repole e con diversi altri vescovi.
Qual è la preoccupazione principale del papa rispetto allo scenario attuale?
La questione centrale che pone in evidenza è quella di capire se l’orizzonte ultimo debba essere la guerra o la pace. L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin e l’escalation in Medio Oriente — dal 7 ottobre alla guerra con l’Iran — hanno scatenato un meccanismo “cattivista” e di “homo homini lupus” tra le nazioni. Il papa sente una responsabilità storica di fronte a questo scenario. Commentando domenica 18 ottobre all’Angelus il Vangelo sul “dare a Cesare quel che è di Cesare”, ha richiamato la necessità di stare dentro la storia. E la storia di questo momento sembra dominata dai demoni della guerra e dalla logica della forza, a scapito del multilateralismo e dell’Onu.

Esercitazione militare in Lettonia. ANSA EPA/VALDA KALNINA
Leone XIV parla molto chiaramente. Secondo lui, ad esempio, l’estrema destra che usa termini e simbologie religiose non rappresenta affatto un’autentica espressione del cristianesimo…
Esatto. Una delle cose che preoccupa maggiormente il papa è il messianismo presente in tutte e tre le religioni abramitiche. In Israele abbiamo partiti religiosi al governo che usano citazioni bibliche come “Amalek” per giustificare la guerra e le azioni dei coloni. Nell’islam c’è la deriva dell’islam politico che, come ricordava nel suo testamento Christian de Chergé (uno dei monaci martirizzati in Algeria nel 2018, ndr) è una caricatura della vera fede, ma continua a causare drammi enormi. E non manca il messianismo cristiano evangelico: pensiamo ad esponenti come Pete Hegseth, ministro della guerra negli Usa, che nei comizi citano esplicitamente il Vangelo assieme alla guerra. Contro questa perversione del nome di Dio, il papa rilancia l’insegnamento radicale di Gesù: “Giù la spada”.
In questa schiettezza, parlando alla Sapienza di Roma, Leone XIV non ha risparmiato critiche dirette all’orientamento dell’Unione europea affermando che la politica del riarmo non è difesa, ma risponde a precisi interessi. Eppure questa chiarezza non è affatto condivisa da molti politici che si professano cattolici. Perché?
Purtroppo, si nota una forte mediocrità nel mondo laico e nei laici cristiani, dove manca una posizione politica di pace esplicita e autorevole. Gli eredi dei partiti cattolici di centro, in particolar modo i popolari tedeschi, hanno sposato la linea del riarmo.
Anche quelli socialdemocratici…
Infatti, in quel tipo di sinistra ha prevalso il dovere di mostrare coerenza con le politiche di austerity e con l’allineamento ai poteri finanziari e bancari della Banca Centrale Europea.
In sostanza è la crisi dell’Europa, incapace di mettere in atto una politica di pace…
Proprio per questo è stata significativa la tappa del viaggio del papa a Metz, in Francia, luogo natale di Robert Schuman, padre dell’Unione europea. L’Europa si è allontanata dall’ispirazione originaria di Schuman, che volle l’accordo della CECA sul carbone e sull’acciaio proprio per togliere agli Stati la materia prima per fabbricare i cannoni e costruire la pace. Oggi quell’orizzonte appare tragicamente capovolto. L’idealismo di Metz è stato soppiantato dall’appiattimento sulle direttive atlantiste e dall’accettazione della dottrina dell’Europa come “potenza militare”, sostenuta da figure d’establishment come Mario Draghi, Paolo Gentiloni e Mario Monti. Al posto di una soggettività diplomatica sovranazionale capace di promuovere il negoziato multilaterale, prevale la spinta frammentata al riarmo dei singoli Stati.

Antonio Costa, Mark Rutte e Ursula von Der Leyen al vertice NATO di ANKARA. ANSA EPA/GEORGI LICOVSKI
Contro il tentativo ricorrente di fare del papa il cappellano di questo tipo di mondo occidentale ci sono dei dati di fatto inequivocabili. Ad esempio davanti a Macron che ha rilanciato il riarmo nucleare della Francia, Leone XIV ha ribadito la condanna assoluta delle bombe nucleari. Non è evidente la continuità con Francesco?
Certo. Solo che a differenza di papa Bergoglio, che aveva uno stile più battagliero e reattivo ai media, Leone è più calmo e sobrio, ma fermissimo nella sostanza. Quando dice «Io non sono un politico», esprime l’umiltà di chi non cerca vittorie diplomatiche di parte, ma pone un ideale radicale e coerente con la propria missione. Un ideale che affronta anche i rischi drammatici della tecnologia e del riarmo. Nell’introduzione scritta per il libro che ho curato, il papa ha posto una domanda sconvolgente: «La specie umana deve continuare ad abitare la terra?».
È la domanda che alcuni giornalisti hanno posto al tecnocrate miliardario Peter Thiel, il quale è rimasto gelidamente in silenzio per un certo tempo prima di rispondere…
Infatti. La combinazione tra il dominio cibernetico e il riarmo globale rende quella domanda sul possibile futuro dell’umanità terribilmente reale. Il papa ha denunciato da tempo, prima che venisse diffuso il film Naza, il rischio che la guerra venga raccontata e vissuta come un videogame, dimenticando le vere vittime.
Leone che telefona a Putin cercando di invitare al negoziato è l’esatto contrario di chi non vede altra strada che lo scontro diretto per arrivare alla vittoria.
È quello che vediamo con la diplomazia vaticana — attraverso i viaggi di Gallagher, Zuppi e Parolin – che lavora incessantemente per non isolare l’interlocutore e mantenere aperta la strada per una pace giusta e duratura.
Perché è così difficile capire questo messaggio?
Perché è una strada difficile ma necessaria se non si vuole arrivare all’inevitabile casus belli pronto ad esplodere sulla linea di confine con i Paesi baltici. Di fatto sono i britannici a dettare la narrazione prevalente sui media, sulla propaganda e sulla retorica di guerra. Non tutto ciò che avviene sul campo ucraino viene raccontato in modo trasparente, ma viene diffuso solo ciò che è funzionale a una specifica prospettiva.

Dorothy Day, fondatrice del “Catholic Worker Movement”, foto tratta da Wikipedia
Il libro che hai curato pone in evidenza le citazioni del papa sui grandi testimoni di pace. Tra di loro emerge la radicalità della statunitense Dorothy Day che subì nella sua vita numerosi arresti a causa dell’ostinata opposizione ad ogni guerra. Un evidente messaggio esplicito per il nostro tempo.
Considero questa parte uno degli aspetti più significativi del libro. Il papa richiama figure come Giorgio La Pira, Primo Mazzolari e Dorothy Day. La pace proposta dal papa è un’utopia visionaria che si fa storia: fatta di riconciliazione, perdono e giustizia riparativa. Rispondendo al pessimismo antropologico di chi sostiene che “la guerra c’è sempre stata e ci sarà sempre”, occorre ricordare che anche la schiavitù è durata secoli ed è stata infine abolita. E la figura straordinaria di Dorothy Day offre un’indicazione preziosa in particolare per i giornalisti perché indica la necessità di prendere posizione. Ricordo che visitando la casa di Dorothy Day a New York dove fondò, assieme a Pierre Maurin, il movimento dei Catholic Workers, mi ha colpito il forte legame che emerge tra un profondo impegno sociale e un’autentica, intensa spiritualità.
