“Papà, torniamocene a casa”, chiede la figlia Erika (Sandra Huller) a un Thomas Mann invecchiato (Hans Zischler) nella stanza d’albergo a Weimar, nel 1949. “Quale casa?”, ribatte l’uomo. Mann, fuggito dalla Germania all’avvento nazista, ora cittadino americano, è stato invitato a celebrare Goethe in conferenze sia ad Est che ad Ovest, accolto come un grande scrittore, ma anche contestato. La nazione è distrutta, e le rovine lo dicono. Sia la parte occupata dall’Occidente sia quella russa cercano di influenzare lo scrittore per tirarlo politicamente dalla loro parte. Lui pronuncia i suoi discorsi, viene applaudito, partecipa a feste mondane nell’Ovest, a Francoforte, silenzioso, prudente, ma talora acuto come quando rimprovera i parenti di Wagner di essere stati nazisti. Ma in genere non prende posizione, sta bene da solo. Chi non sta bene è la figlia, decisa, che incontra l’ex marito nazista ora cambiato d’abito e lo schiaffeggia pubblicamente.
È drammatico il film in bianco e nero, sintetico, breve (anche questo è positivo, oggi), scolpito. La famiglia dello scrittore è distrutta: il figlio Klaus, tossico, si suicida. Mann non andrà al funerale, non si sono mai amati. Il colloquio tra Erika e il padre sull’argomento è durissimo. Lei gli rimprovera il narcisismo, l’anaffettività e la loro separazione, non fisica, ma spirituale, sarà profonda.
La regia dallo stile ellittico, rapido, è diritta, nessuna concessione all’enfasi, un ritratto glaciale del mondo russo a Weimar e della mondanità occidentale a Francoforte, due immagini spiazzanti nella loro ipocrisia, perché la Germania di fatto ha perso la libertà.
Ed ecco il grande tema sotteso al film: Mann è un esule, non ha nessuna patria, è lacerato dentro, anche se non lo dimostra. Percorre in auto una terra che un tempo era sua, fa discorsi retorici, si gode una fama forse immeritata, ed è terribilmente solo. Ha perso la sua identità. Un tema di forte attualità oggi per la gente vittima di guerre e di forzate emigrazioni.
Il dolore che lega ogni attimo del racconto si fa alto, e il regista scava psicologicamente i personaggi con una intensità che sa di poesia della nostalgia, come un sangue dell’anima mai chiuso.
Memorabile la scena iniziale del figlio in albergo che si interroga sulla ragione per vivere, e memorabile il finale con la figlia e lo scrittore dentro ad una chiesa bombardata ad ascoltare l’organo celestiale di Bach. Questa musica probabilmente li farà ricomporre nella pace e nella luce come forse accadrà per l’intera nazione. E anche oggi. Un film di rara bellezza, inconsueto nei nostri anni, e perciò imperdibile.
